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sabato 13 gennaio 2018
venerdì 29 dicembre 2017
[GERARDO TRISOLINO, Odio Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio Giannone, postfazione di Daniele Giancane] di Dante MAFFIA
[GERARDO TRISOLINO, Odio
Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio
Giannone, postfazione di Daniele Giancane]
di Dante MAFFIA
Raramente le prefazioni e le
postfazioni ai libri di poesia riescono a entrare nel vivo dei testi e infatti
molti lettori ormai vanno direttamente sui versi in modo da non farsi
fuorviare. Io sono testardo e mi piace confrontarmi con la critica e verificare
se le letture sono frutto di lavoro oppure appena un clemente dono d’amicizia.
Giannone e Giancane mi hanno
sbalordito, hanno saputo leggere questo bellissimo libro (e bellissimo non
suoni come un complimento generico) con competenza e con adesione, con intelligenza
e con quella giusta dose, obiettiva, di scientificità che serve a illuminare il
percorso di un testo prezioso e raro di questi tempi in cui trionfa ancora lo
spirito del disfattismo a favore di un approssimativo significante che non ha
portato e non porta da nessuna parte.
Ma la svolta è in atto e non
solo in Italia…
La poesia di Gerardo Trisolino
convince e fa scrivere le pagine di
Giannone e di Giancane perché è consustanziata da un potente lirismo ovviamente
saputo dosare e calibrare, oscillante tra un leggero dato realistico e una
punta lieve di metafisica.
Ciò permette al poeta di poter
maneggiare anche argomenti civili, sociali e politici senza cadere nel vizio
comiziale e retorico che ha inficiato perfino molti testi di Neruda o di Hikmet.
Trisolino ha la misura, quella che occorre per affrontare per esempio il
rapporto d’amore che trova un interprete insolito, direi sabiano, capace di
“illustrare” la quotidianità con sobrietà e dolcezza e renderla irripetibile
senso della gioia.
Il volume è diviso in cinque
sezioni che apparentemente sembrano essere materia diversa una dall’altra. Ma
se si ascolta il polso teso delle vibrazioni liriche si vedrà facilmente come
invece anche i temi più direttamente sociali, quelli, per intenderci riferiti al
“Salento flagellato” (che poi diventa Salento adunco) sono anima che cerca di
svelare a se stessa e al lettore i segreti che spesso si presentano davanti
come a chiedere udienza per non passare inosservati. Si legga, per esempio,
“L’anima delle cose” a questo proposito, ma non sfuggano i continui riferimenti
alla casalinghitudine, al rapporto con la compagna di vita, ai panni stesi, al
detersivo. (“Atti quotidiani”, “Talismani”).
Sono soltanto quarantaquattro
composizioni così complesse e così dense di riferimenti umani e letterari
(questi ultimi sfarinati con perizia e accortezza da consumato critico) che
riempiono il lettore portandolo in una dimensione condivisa. Non è casuale che
Daniele Giancane concluda il suo scritto affermando che si tratta di “una
silloge da leggere e da rileggere”.
giovedì 16 novembre 2017
Giovanni Pistoia, Quel bel convoglio della fantasia
Titolo: Quel bel convoglio della fantasia
Autore: Giovanni Pistoia
Data di uscita: 2017
Pagine: 276
Copertina: morbida
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788892686328
In copertina: Il tram degli invisibili,
tecnica mista, 2017, di Umberto Romano
Il volume è distribuito da varie Librerie
on line. Se ne segnalano alcune:
Giovanni Pistoia
Quel bel convoglio della fantasia
pagine sparse di letteratura per l’infanzia
Omaggio a Carmine De Luca
mercoledì 8 novembre 2017
Quel bel convoglio della fantasia di Giovanni Pistoia
A distanza di venti anni dalla morte (6
dicembre 1997) è parso doveroso un omaggio alla memoria dello studioso Carmine
De Luca da parte dell’amico. Questo lavoro, come ne scrive nella prefazione
l’autore, non ha altre pretese. Attraverso queste pagine emerge, sia pure in
parte, la poliedrica e bella figura di De Luca: giornalista, storico della
letteratura e della pedagogia, critico rigoroso della letteratura per
l’infanzia che contribuì tanto a valorizzare; saggista, acuto osservatore del
mondo dei ragazzi e delle ragazze. In appendice sono riportati alcuni scritti
di Carmine De Luca, difficili ormai da reperire; attraverso la loro lettura
sarà possibile avvertire la sensibilità, lo spessore, la sottigliezza delle
analisi, il suo stile sobrio, elegante, raffinato, il piglio del narratore
anche quando è impegnato in un saggio. De Luca ha scritto molto, i suoi testi
appaiono in riviste, molte delle quali non più edite. Meriterebbero che fossero
raccolti, perché forniscono ancora analisi e proposte operative per i nostri
giorni, perché darebbero, di certo, un contributo prezioso alla storia della
letteratura e del giornalismo e della cultura italiana. Il suo nome è legato in
particolare a Rodari e alla letteratura per l’infanzia ma, in verità, i suoi
lavori non sono riconducibili solo a questo pur essenziale aspetto; le
tematiche da lui studiate e affrontate sono varie e diverse e impegnano molti
campi.
Informazioni
editoriali:
Titolo:
Quel bel convoglio della fantasia
Autore:
Giovanni Pistoia
Data
di uscita: 2017
Pagine:
276
Copertina:
morbida
Editore:
Youcanprint
ISBN:
9788892686328
In
copertina: Il tram degli invisibili, tecnica mista, 2017, di Umberto Romano
Il volume è distribuito da:
mercoledì 1 novembre 2017
La letteratura del dare voce di Giovanni Pistoia
La letteratura del
dare voce
di Giovanni
Pistoia
Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una raccolta di
ricordi, testimonianze di Luis Sepúlveda apparsa in
Italia nel 2013, edita da Guanda. Una interessante e significativa esposizione
della sua vita, intessuta di forte impegno politico e civile, della passione per
il calcio e, in particolare, per la letteratura. In questo volume è possibile
leggere, tra l’altro, pagine intense dedicate a Nicanor Parra Sandoval, poeta
cileno molto noto oltre che matematico e fisico, Pablo Neruda, Gabriel García Márquez,
José Saramago, Tonino Guerra. Sepúlveda ha un senso molto pratico della
letteratura, suo compito è quello di dare voce a chi non ha voce, a chi
apparentemente non ha una storia degna di essere ricordata. La letteratura vale
se riesce a dare vita a chi sembra non averne avuta. E il suo impegno come
scrittore è di mantener fede a questo principio. E lo fa con una scrittura
semplice ma incisiva, con una capacità narrativa che coinvolge, avvince; consegna,
così, al lettore confessioni e memorie dolenti, considerazioni amare, ma
l’amore per l’umanità, nonostante la ferocia degli uomini, emerge con
trasparenza. Tra i ventisette racconti contenuti nel libro, ve ne è uno dal
titolo che è il motivo fondante e fondamentale della sua concezione della
letteratura: “Dare voce a chi non ha voce”.
Nel breve testo,
così come si può leggere ora anche nell’antologia di scritti di Sepúlveda
curata da Ranieri Polese, Storie ribelli
(Guanda 2017), lo scrittore ricorda alcuni autori che nelle loro opere dettero
inizio, a suo avviso, alla letteratura del dare voce a chi ne è senza. Il primo
è Alonso de Ercilla (1533 - 1594) nella sua opera L’Auracana. È un poema epico scritto in lingua spagnola. Il suo
autore è un soldato poeta, che nel 1542 accompagnò Garcìa Hurtado de Mendoza
nella conquista spagnola del Cile. «In quel poema -scrive Sepúlveda- Ercilla
testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo
stesso degno e coraggioso.»
Per lo scrittore
cileno la testimonianza più nota di
questo genere letterario, di chi non può far sentire per varie ragioni il suo
punto di vista, è Èmile Zola (1840 - 1902). Sepúlveda ricorda il titolo
dell’editoriale - J’Accuse! - che
Zola scrisse in forma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese
e pubblicato il 13 gennaio 1898 dal giornale L’Aurore. Il giornalista denunciò con forza le irregolarità
commesse da chi avrebbe dovuto cercare la verità per il trionfo della
giustizia. Ma malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, il capitano
Alfred Dreyfus «non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la
verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.» Dreyfus fu, infatti,
condannato per alto tradimento alla deportazione a vita sull’Isola del Diavolo
nella Guyana francese. Anche Zola fu condannato per quell’articolo, reo di vilipendio
alle forze armate. Fu un atto di grande onestà intellettuale quello del
giornalista, che scrisse unicamente per amore della verità. E, comunque, il
processo a Dreyfus fu, in seguito, riaperto. Come è ampiamente noto “il caso”
si risolse nel 1906: la Cassazione annullò la sentenza di condanna per il
capitano che fu reintegrato nelle sue funzioni. Zola non poté vedere l’esito
della sua battaglia.
Sepúlveda ricorda, poi, lo
scrittore Baldomero Lillo (1867 - 1923), voce degli emarginati, dei più miseri
del Cile. Colui che racconta non solo le tristi vicende esistenziali ma di
quegli infelici ne interpreta le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo, i
dolori, le angosce. «Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e
durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più
miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza
i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui
consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i
minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce
a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come
giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai.» Sub Terra è del 1904 ed è incentrato sulle miniere di carbone di
Lota, mentre Sub Sole, del 1907,
sulla vita dei contadini.
A questo elenco, Sepúlveda
aggiunge Ryszard Kapuściński (1932 - 2007). «Nella
nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a
chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuściński. Un libro di racconti
come Ebano ritrae l’identità del
continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una
povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della
pelle degli africani.» Ebano (Heban) è pubblicato in originale nel
1998 e in Italia da Feltrinelli nel 2000. È quasi un rapporto di una vita
vissuta in quarant’anni in varie parti dell’Africa come giornalista. Una
testimonianza di prima mano di un cronista che partecipa vivendo insieme agli
indigeni la loro stessa vita, soffrendone i disagi, la povertà, le malattie e
rischiando più volte la morte.
L’elenco potrebbe
arricchirsi di molti altri nomi; per fortuna sono in tanti che hanno utilizzato
e utilizzano la penna per denunciare e dare voce ai silenzi. «Come persone
abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società
improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza. Alla
letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e
l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante
negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro
letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre
le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono
alla letteratura.» La persona e lo scrittore, pur nel loro dualismo, devono
incontrarsi. La letteratura non può che essere osservatrice e partecipe della
realtà e presente in modo particolare lì dove c’è sofferenza e il silenzio dei
sofferenti. E i testi di Sepúlveda sono testi di chi partecipa attivamente e da
militante alle vicende umane. Lo sono nei contenuti e nello stile. Lo sono
nell’incunearsi tra le vicende degli uomini soprattutto per descriverne le
contraddizioni e per stare sempre e comunque da parte di chi è vittima degli
abusi, dei soprusi; per denunciare chi schiavizza l’uomo e per invocarne non
vendetta ma giustizia. «Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura,
senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente,
di tutta l’umanità.» Una dichiarazione d’intenti chiara e perentoria che non
ammette equivoci. La memoria, dunque. La memoria come obbligo morale, un
imperativo etico per la letteratura dei silenziati.
«Qualche anno fa ho
visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo che,
fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche
una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse
comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. Bergen-Belsen e tutti
i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si
visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che
l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo
sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che
hanno le parole.
In un angolo di
Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno – non so né chi né quando –
ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore,
l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e
continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: “Io
sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia.”
Mi sono
inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse
scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché
il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli
oblii. Per questo scrivo».
mercoledì 12 aprile 2017
[ANTONELLA MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017] di Dante Maffia
[ANTONELLA
MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci
donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017]
di
Dante Maffia
Piero
Chiara, Giuseppe Pontiggia, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati hanno spesso
ripetuto che scrivere racconti è estremamente più difficile che scrivere
romanzi o poesie. Lo dicevano un po’ per gioco e un po’ seriamente, perché in
effetti il racconto deve essere, nell’argomentare, ampio come un romanzo, e
sintetico come una poesia. Eppure per lungo tempo le case editrici, piccole e
grandi, hanno cancellato dai cataloghi i libri di racconti con le scuse più
disparate.
Da
un po’ di tempo però sembra che l’interesse stia crescendo e infatti non sono
poche le opere recentemente pubblicate.
Ho
tra le mani Dieci passi sull’arcobaleno –
dieci donne, dieci colori. Dieci storie di vita di Antonella Maia,
narratrice piemontese già con alcune positive esperienze che l’hanno fatta
conoscere da poco agli addetti ai lavori.
La
sua scrittura è ammiccante, fresca e appetitosa e si impone immediatamente.
I
dieci racconti si leggono tutto d’un fiato, non è il solito modo di dire, e
hanno riferimenti così calzanti che sembrano essere stati attinti a fatti
realmente accaduti. Ogni colore ha il suo nome di donna e la città in cui la
storia si svolge. Elena a Genova, Margherita a Firenze, Magdalina a Milano,
Gemma a Parma, Ginevra a Trisete, Viviana a Reggio Calabria, per fare qualche
esempio e bisogna dire che nomi e ambientazioni, paesaggio e carattere di
ognuna non sono pura invenzione narrativa, ma qualcosa di più coinvolgente,
perché la Maia riesce a compenetrarsi e a rendere viva ogni cosa.
Nel
mondo femminile c’è di tutto, ed è proprio questo tutto che circola nei
racconti così che non possono mancare sogni e progetti infranti, delusioni e
speranze, amori e tradimenti, beffe e inganni. C’è l’intero variegato catalogo
delle miserie umane che Antonella Maia racconta quasi con aria innocente, come
se stesse semplicemente facendo il resoconto degli eventi a un gruppo di amici
nel salotto. Ed è forse proprio questo suo atteggiamento naturale che rende la
scrittura fluida e limpida, piacevole e priva di quegli intoppi che a volte
appesantiscono anche opere di autori ormai famosi.
Mi
pare evidente che soltanto una donna sensibile e agguerrita, umanamente e
letterariamente parlando, poteva entrare così direttamente nei segreti di tante
donne e raccontarne perfino le reazioni intime.
Va
dato atto alla narratrice di possedere qualità davvero convincenti, di essere
brava sia sul piano stilistico e sia su quello psicologico. Non era per nulla
facile affrontare storie diciamo pure usuali e farne momenti narrativi felici.
Sarebbe bastato lasciarsi andare all’effetto per cadere subito nella cronaca.
La Maia invece resta in equilibrio e fa di ogni donna un esempio
indimenticabile, dieci icone che restano nel nostro immaginario in maniera
indelebile.
mercoledì 5 aprile 2017
MONDADORI store – Libri di Giovanni Pistoia
MONDADORI
store – Libri di Giovanni Pistoia
RINGRAZIO DELL'ATTENZIONE
giovannipistoia@libero.it
mercoledì 22 marzo 2017
[TECLA PAOLICELLI, Il posto dell’anima, Muro Leccese, Edizioni AGF, 2004, pp. 189] di Dante Maffia
[TECLA PAOLICELLI, Il posto dell’anima, Muro Leccese, Edizioni AGF, 2004, pp. 189]
di Dante Maffia
Soltanto chi non ha radici, chi non ha
identità culturale e sociale non potrà entrare nella magia di questo romanzo
intitolato Il posto dell’anima e
scritto con l’anima.
Da letterato fradicio la prima cosa a cui
ho pensato sono stati i modelli ai quali, idealmente, Tecla Paolicelli si è
rifatta, ma non ho trovato se non appigli vaghi, non so Conversazione in Sicilia di Vittorini, delle pagine di Marotta, di
Alvaro, di Silone, ma si tratta di apparentamenti forzati, perché la scrittrice
ha coinvolto soprattutto se stessa, la sua infanzia, mettendosi in gioco e, in
prima persona, delegando a un uomo quel “ritorno”! alle radici e al paese
dell’infanzia che viene descritto con un calore davvero fuori dal comune.
Cenzino manca dalla sua terra da
trent’anni. A Genova è diventato un industriale, addirittura Presidente delle
acciaierie, e torna nel Tavoliere, sulle rive del fiume Ofanto, con
l’intenzione di impiantare lì una fabbrica, ma subito cozza con le antiche idee
del vecchio amico Salvatore, coi suoi rituali familiari, con la radicata
visione di un mondo rimasto identico negli anni, e i cui valori umani non sono
cambiati. Cenzino è arrivato al paese con una fuoriserie, alloggia all’albergo
e cammina per i luoghi che l’hanno visto nascere come a volersene
riappropriare, ma con la nuova mentalità dell’imprenditore. Odori, sapori,
immagini sbiadite del passato, incontri con dei vecchi che scandiscono visivamente
ed emotivamente il quadro della situazione in atto, lo portano a meditare, con
alti e bassi, sul senso del suo ritorno.
Il romanzo non è altro che uno scontro tra
il vecchio e il nuovo, tra la religione dei padri e l’indolenza e il credo nel
progresso dei figli. Ma dinanzi allo spettacolo della natura, al fiume che
mostra la sua umanità, alla campagna che sembra avere il cuore meraviglioso del
senso profondo del vivere, i progetti di Cenzino, che deve passare attraverso i
sospetti e una lite col suo migliore amico per sentire lo spreco delle sue
idee, lo sbaglio di quel che vorrebbe fare, naufragano e ritorna in lui
l’incanto dell’infanzia, il calore umano di una civiltà con una sua identità
mai perduta e ancora capace di essere presenza vitale.
Niente più dunque fabbrica d’acciaio per
avvilire, anche se avrebbe dato posti di lavoro, il paradiso del Tavoliere e la
poesia silenziosa dell’Ofanto, ma fabbrica di vino, quello che Salvatore sa
fare da sempre, genuino, denso del sapore delle viti alimentate dal sole e
dall’aria ancora vivibile e pulita.
Una favola, direbbe qualcuno, una favola
però che deve fare meditare a lungo sullo sfacelo che si è fatto e si vorrebbe
continuare a fare cambiando i connotati a una terra la cui vocazione è lontana
da quella del triangolo industriale. Una favola comunque che risulta
affascinante grazie al garbo della scrittrice che va dritto al sodo delle
situazioni, che non adorna di nostalgia il racconto e mostra, con naturalezza,
ogni cosa nel suo alveo quotidiano.
Tecla Paolicelli riesce a dare corpo a una
vicenda che si è ripetuta e si ripeterà ogni volta che qualcuno, per scelta o
per obbligo, sarà costretto ad emigrare portandosi dietro i lari e i sentimenti
ancestrali che hanno popolato i primi anni di vita. C’è un momento in cui
sembra che l’uomo abbia bisogno di conoscere da dove viene, e allora ritorna
sui suoi passi e cerca di acciuffare il senso delle cose perdute, quella scia
sottile di bellezza che è la culla della tenerezza e del candore d’esistere.
Tutto ciò Tecla riesce a farcelo sentire nelle descrizioni che accennano e
sfumano, nella caratterizzazione dei protagonisti, nel dilemma in cui viene a
trovarsi Cenzino, nel fiato caldo della famiglia di Salvatore, di Nunziatina e
dei figli.
Eppure, lo si noti bene, Tecla non scrive
un romanzo neorealista, anche se la situazione in cui ci immette dal primo
istante ci indurrebbe a pensarlo; lei disegna e dipinge luoghi e persone con lo
spirito di recuperarle, di farne un album di memorie che possano fare intendere
quali siano i valori essenziali. E disegna e dipinge con mano libera, senza
sottostare a nessuna regola, senza stare a preoccuparsi di piacere o dispiacere
al lettore, in piena autonomia creativa.
Siamo quindi davanti a una narratrice
sorgiva, aperta interamente al senso dell’umano, lontana dall’utilizzare
effetti che avrebbero potuto dare alle pagine maggiore adesione al fattore
letterario. Ma la ragione di tutto ciò è semplice e visibile a chiunque si
sappia accostare a Il posto dell’anima.
Tecla ha voluto che parlassero i sentimenti profondi e le emozioni genuine
della sua terra, che, insomma parlasse la vita. Ha ragione Francesco Bellino,
“Questo romanzo traduce in modo efficace e saggio la profonda e generosa
filosofia di vita del mondo contadino e del Tavoliere” facendoci riassaporare
un pezzo di storia che ancora mostra tanti strascichi, ovviamente mutati dal
tempo, ma sempre molto problematici e a volte dilanianti.
venerdì 10 marzo 2017
Giovanni Pistoia, Privati silenzi versi e prosa, Youcanprint 2017
Giovanni Pistoia
Privati silenzi
versi e prosa
Heshtje e mohuar
vargje dhe prozë
Prefazione e traduzione di
Përkthimi dhe parathënia nga
Albana Alia
Youcanprint, febbraio 2017
pp. 362
In copertina:
Il respiro dell’anima di Rocco Regina
Foto di Francesco Aronne
Distribuito da:
e da varie Librerie on line:
http://www.libreriauniversitaria.it/privati-silenzi-giovanni-pistoia-youcanprint/libro/9788892651159
giovedì 22 dicembre 2016
Giovanni Pistoia, Sono foresta tra sogni e silenzi, (Seconda edizione), Youcanprint, 2016
Giovanni Pistoia
Sono foresta tra sogni e silenzi
(Seconda edizione)
Youcanprint, 2016
In cartaceo (Euro 11.00) - in eBook Euro 0.99)
http://www.youcanprint.it/poesia/poesia-generale/sono-foresta-tra-sogni-e-silenzi-9788892643017.html
http://www.youcanprint.it/poesia/poesia-generale/sono-foresta-tra-sogni-e-silenzi-9788892640092.html
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