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giovedì 2 gennaio 2020

Pino Boero, Walter Fochesato, L’alfabeto di Gianni, Coccolebooks, 2019





Il Nonno gatto il Gatto nonno
di Giovanni Pistoia

E io invece penso che il signor Newton abbia scoperto
le leggi della gravitazione universale proprio
perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni,
capace di immaginare cose sconosciute,
aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla.
Gianni Rodari

Acqua alta a Venezia. Che cosa possono fare gli abitanti per vivere sereni in quella bella città? Diventino pesce! del resto un po’ pesci i veneziani lo sono già, poiché stanno sempre a contatto con l’acqua, anche quando questa non è poi così alta. Lo stesso possono fare i turisti, si attrezzino pure, vestano pesce e buon divertimento. Venezia sarà ancora più arcana se vista ondeggiando nell’acqua del mare.

Eh, i nonni! Sempre più spesso soli soletti, nessuno si cura di loro. In casa sono tutti affaccendati, piccoli e grandi, e stare con loro… quante complicazioni! Si sa, non c’è mai tempo per prestare attenzione a quel brontolone di nonno. E come si può risolvere questo problema? Impacchettarlo e spedirlo alla più vicina casa di riposo, anche se il nonno di questo riposo non vuol proprio riposare. E per evitare questa sventura, il nonnetto cosa si inventa? Si fa ospitare in un bel campo di felini abbandonato, fino a confondersi con i gatti e gattoni dai colori grigi, neri, o color della luna. Assunto le sembianze del dolce gatto coccolone si presenta a casa, dove regnano i nipoti. «Ah che bel gatto!» dicono tutti. E giù coccole e abbracci, e carezze, e latte, e sedie, e poltrone e divani, e tante parole d’affetto. Il nonno-gatto è il re della casa: entra, mangia, esce, torna, salta e risalta, si stira e si ristira, e crede che sia in un’osteria.

Cos’è un dittatore? e come fargli capire che non è l’ombelico del mondo? Se ne stava, questo signore, al centro della stanza, si pavoneggiava ininterrottamente, ascoltava la sua voce, insultava e minacciava chi non la pensava come lui. Era, in fondo, un punto piccoletto, superbo, irascibile, ma si sentiva il principio e la fine del mondo, ma che dico? dell’universo intero. Le parole, a sentirlo strepitare, cominciarono a protestare, non avevano alcuna voglia di tacere. Dovevano fargli capire che era solo un punto, un punto-e-a-capo e nulla più. «Si crede un Punto-e-basta, / e non è che un Punto-e-a-capo». E così le parole lo lasciarono da solo. Un punto, solo un punto in mezzo alla pagina. Era solo un punto. Il mondo continuò il suo viaggio «una riga più in basso». E quel puntino si allontanò sempre di più fino a scomparire sempre più giù, e chi lo vide più.

Chiedo scusa a Gianni Rodari se mi sono lasciato prendere la mano. Ma è l’effetto della sua lettura che cattura, e stimola, e incanta e, ancora, fa fantasticare e, non ultimo, pensare. Perché Rodari non è solo l’autore di belle filastrocche, di storie bizzarre e fantasiose, ma scrittore complesso, profondo. La sua è una matita lieve, ma lascia il segno, incide, graffia. Affronta problemi difficili, ma gioca con le parole, perché tutto possa essere trasparente. Sa di parlare per i bambini e i ragazzi ma sa anche che gli adulti ascoltano e leggono. E se capiscono i bambini anche per gli adulti c’è speranza. «Il bambino si può dire il primo e vero protagonista degli scritti di Rodari, non solo delle opere creative, ma anche degli scritti occasionali, quelli cioè prodotti nell’ambito della sua professione di giornalista. Ogni idea, ogni riflessione è piegata a servizio del bambino»[1] scrive Carmine De Luca[2], attento studioso delle sue opere[3]. Rodari scrive di violenza, scuola, famiglia, libri, televisione, fumetti, gioco, giocattoli, fantasia, immaginazione, creatività, ma tutto è messo a disposizione dello sviluppo armonico del bambino: autonomia di crescita, capacità creativa, con un occhio attento ai suoi diritti spesso calpestati in ogni luogo, in ogni tempo.
 Attribuisce grande merito alla scuola, che deve volare alta, grande come il mondo, non burocratizzata; una scuola dove abita l’empatia, l’ascolto, il dialogo; dove si danno gli strumenti per capire, comprendere, valutare; dove si imparano «a fare le cose difficili: / dare la mano al cieco, / cantare per il sordo, / liberare gli schiavi / che si credono liberi».  Una scuola dove non ci si affidi passivamente alla tecnologia. E si badi, Rodari scriveva così tanti anni fa. È morto, come è noto, nel 1980.

Gianni Rodari era nato il 23 ottobre del 1920 a Omegna sul lago d’Orta. Cento anni fa. E nel 2020 ricorre, in effetti, il centenario dalla nascita, il quarantesimo dalla morte e anche il cinquantesimo del Premio internazionale Andersen, il Nobel per la letteratura per l’infanzia, che ricevette a Bologna il 6 aprile 1970. Nel corso dell’anno si avranno molte iniziative per ricordare lo scrittore -che non è solo uno dei più autorevoli autori di letteratura per ragazzi nel mondo- le cui operano occupano un posto di rilievo nella storia della pedagogia e della letteratura italiana contemporanea[4]. E, in ogni modo, soprattutto con lui, la letteratura per ragazzi ha acquisito autorevolezza, sottratta al limbo di una produzione minore, di serie b.

Per intanto è possibile immergersi nel mondo rodariano attraverso un bellissimo libro di Pino Boero e Walter Fochesato, dal titolo L’alfabeto di Gianni, apparso nel marzo 2019. Il volume si presenta accattivante anche graficamente, la casa editrice calabrese Coccolebooks ha davvero fatto un bel lavoro. Si tratta di ventuno storie, una per ogni lettera, un alfabeto rodariano che racconta ai lettori, in maniera sobria e leggera, episodi poco noti e curiosità di Gianni Rodari tra vita e letteratura. È un lavoro pensato principalmente per gli adolescenti. (Ma con un po’ di pazienza è una lettura che anche gli adulti possono affrontare). Con i ragazzi gli autori vanno a esplorare il variegato mondo di Rodari. Al termine del viaggio, nonostante le poche pagine e i capitoli brevi e ariosi, si ha la netta sensazione di aver osservato panorami affascinanti e ambienti fantasiosi, meritevoli di essere approfonditi. Cosa che si può fare prendendo o riprendendo in mano i libri di Rodari: filastrocche, romanzi, favole, novelle, saggi, articoli per giornali e riviste, e tante pagine per il teatro. Che cosa diranno questi scritti ai ragazzi e agli insegnanti di oggi? Che cosa sa la scuola dei nostri giorni degli insegnamenti, sempre aperti e mai dogmatici, del Rodari pedagogo e educatore? Le iniziative del 2020 saranno tante. L’augurio che possiamo farci è che tutto si svolga rodarianamente, evitando, cioè, amenità agiografiche, orpelli stucchevoli, approssimazioni sempre in agguato; sburocratizzando ogni evento, entrando nel cuore dei problemi, in profondità, ricordandoci dello stile sottile, ironico, garbato, semplice, fantasioso e complesso nello stesso tempo di Rodari. Sarà, forse, una buona occasione per rileggere dei libri (e aprire, perché no, qualche biblioteca per ragazzi e ragazze), parlare senza remore della scuola di ieri e di oggi e, soprattutto, di domani. Una buona occasione per ascoltare. Per ridare la parola alla parola. In Grammatica della fantasia, Rodari scrive: «‘Tutti gli usi della parola a tutti’, mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».



[1] Carmine De Luca (a cura di), Se la fantasia cavalca con la ragione. Prolungamenti degli itinerari suggeriti dall’opera di Gianni Rodari, Juvenilia, Bergamo 1983, p. 4.
[2] Su De Luca si rinvia a: G. Pistoia, Quel bel convoglio della fantasia. Pagine sparse di letteratura per l’infanzia, Youcanprint, Lecce 2017.
[3] Dei numerosi saggi di De Luca sull’opera rodariana, qui si cita solo Gianni Rodari. La gaia scienza della fantasia, Abramo, Catanzaro 1991.
[4] Vasta è la bibliografia su Rodari, qui si citano: Pino Boero, Una storia tante storie. Guida all’opera di Rodari, Einaudi, Torino 1992; Einaudi Ragazzi 2010; Mariarosa Rossitto, Non solo filastrocche. Rodari e la letteratura del Novecento, Bulzoni editore, Roma 2011. Si rinvia anche alla rivista Andersen che ha dedicato il numero 365 (settembre 2019) interamente alla figura dello scrittore in preparazione del centenario del 2020.


venerdì 29 dicembre 2017

[GERARDO TRISOLINO, Odio Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio Giannone, postfazione di Daniele Giancane] di Dante MAFFIA

[GERARDO TRISOLINO, Odio Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio Giannone, postfazione di Daniele Giancane]
di Dante MAFFIA

Raramente le prefazioni e le postfazioni ai libri di poesia riescono a entrare nel vivo dei testi e infatti molti lettori ormai vanno direttamente sui versi in modo da non farsi fuorviare. Io sono testardo e mi piace confrontarmi con la critica e verificare se le letture sono frutto di lavoro oppure appena un clemente dono d’amicizia.
Giannone e Giancane mi hanno sbalordito, hanno saputo leggere questo bellissimo libro (e bellissimo non suoni come un complimento generico) con competenza e con adesione, con intelligenza e con quella giusta dose, obiettiva, di scientificità che serve a illuminare il percorso di un testo prezioso e raro di questi tempi in cui trionfa ancora lo spirito del disfattismo a favore di un approssimativo significante che non ha portato e non porta da nessuna parte.
Ma la svolta è in atto e non solo in Italia…
La poesia di Gerardo Trisolino convince  e fa scrivere le pagine di Giannone e di Giancane perché è consustanziata da un potente lirismo ovviamente saputo dosare e calibrare, oscillante tra un leggero dato realistico e una punta lieve di metafisica.
Ciò permette al poeta di poter maneggiare anche argomenti civili, sociali e politici senza cadere nel vizio comiziale e retorico che ha inficiato perfino molti testi di Neruda o di Hikmet. Trisolino ha la misura, quella che occorre per affrontare per esempio il rapporto d’amore che trova un interprete insolito, direi sabiano, capace di “illustrare” la quotidianità con sobrietà e dolcezza e renderla irripetibile senso della gioia.
Il volume è diviso in cinque sezioni che apparentemente sembrano essere materia diversa una dall’altra. Ma se si ascolta il polso teso delle vibrazioni liriche si vedrà facilmente come invece anche i temi più direttamente sociali, quelli, per intenderci riferiti al “Salento flagellato” (che poi diventa Salento adunco) sono anima che cerca di svelare a se stessa e al lettore i segreti che spesso si presentano davanti come a chiedere udienza per non passare inosservati. Si legga, per esempio, “L’anima delle cose” a questo proposito, ma non sfuggano i continui riferimenti alla casalinghitudine, al rapporto con la compagna di vita, ai panni stesi, al detersivo. (“Atti quotidiani”, “Talismani”).

Sono soltanto quarantaquattro composizioni così complesse e così dense di riferimenti umani e letterari (questi ultimi sfarinati con perizia e accortezza da consumato critico) che riempiono il lettore portandolo in una dimensione condivisa. Non è casuale che Daniele Giancane concluda il suo scritto affermando che si tratta di “una silloge da leggere e da rileggere”. 

mercoledì 1 novembre 2017

La letteratura del dare voce di Giovanni Pistoia

La letteratura del dare voce
di Giovanni Pistoia


Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una raccolta di ricordi, testimonianze di Luis Sepúlveda apparsa in Italia nel 2013, edita da Guanda. Una interessante e significativa esposizione della sua vita, intessuta di forte impegno politico e civile, della passione per il calcio e, in particolare, per la letteratura. In questo volume è possibile leggere, tra l’altro, pagine intense dedicate a Nicanor Parra Sandoval, poeta cileno molto noto oltre che matematico e fisico, Pablo Neruda, Gabriel García Márquez, José Saramago, Tonino Guerra. Sepúlveda ha un senso molto pratico della letteratura, suo compito è quello di dare voce a chi non ha voce, a chi apparentemente non ha una storia degna di essere ricordata. La letteratura vale se riesce a dare vita a chi sembra non averne avuta. E il suo impegno come scrittore è di mantener fede a questo principio. E lo fa con una scrittura semplice ma incisiva, con una capacità narrativa che coinvolge, avvince; consegna, così, al lettore confessioni e memorie dolenti, considerazioni amare, ma l’amore per l’umanità, nonostante la ferocia degli uomini, emerge con trasparenza. Tra i ventisette racconti contenuti nel libro, ve ne è uno dal titolo che è il motivo fondante e fondamentale della sua concezione della letteratura: “Dare voce a chi non ha voce”.

Nel breve testo, così come si può leggere ora anche nell’antologia di scritti di Sepúlveda curata da Ranieri Polese, Storie ribelli (Guanda 2017), lo scrittore ricorda alcuni autori che nelle loro opere dettero inizio, a suo avviso, alla letteratura del dare voce a chi ne è senza. Il primo è Alonso de Ercilla (1533 - 1594) nella sua opera L’Auracana. È un poema epico scritto in lingua spagnola. Il suo autore è un soldato poeta, che nel 1542 accompagnò Garcìa Hurtado de Mendoza nella conquista spagnola del Cile. «In quel poema -scrive Sepúlveda- Ercilla testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso.»

Per lo scrittore cileno la testimonianza più nota di questo genere letterario, di chi non può far sentire per varie ragioni il suo punto di vista, è Èmile Zola (1840 - 1902). Sepúlveda ricorda il titolo dell’editoriale - J’Accuse! - che Zola scrisse in forma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese e pubblicato il 13 gennaio 1898 dal giornale L’Aurore. Il giornalista denunciò con forza le irregolarità commesse da chi avrebbe dovuto cercare la verità per il trionfo della giustizia. Ma malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, il capitano Alfred Dreyfus «non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.» Dreyfus fu, infatti, condannato per alto tradimento alla deportazione a vita sull’Isola del Diavolo nella Guyana francese. Anche Zola fu condannato per quell’articolo, reo di vilipendio alle forze armate. Fu un atto di grande onestà intellettuale quello del giornalista, che scrisse unicamente per amore della verità. E, comunque, il processo a Dreyfus fu, in seguito, riaperto. Come è ampiamente noto “il caso” si risolse nel 1906: la Cassazione annullò la sentenza di condanna per il capitano che fu reintegrato nelle sue funzioni. Zola non poté vedere l’esito della sua battaglia.

Sepúlveda ricorda, poi, lo scrittore Baldomero Lillo (1867 - 1923), voce degli emarginati, dei più miseri del Cile. Colui che racconta non solo le tristi vicende esistenziali ma di quegli infelici ne interpreta le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo, i dolori, le angosce. «Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai.» Sub Terra è del 1904 ed è incentrato sulle miniere di carbone di Lota, mentre Sub Sole, del 1907, sulla vita dei contadini.

A questo elenco, Sepúlveda aggiunge Ryszard Kapuściński (1932 - 2007). «Nella nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuściński. Un libro di racconti come Ebano ritrae l’identità del continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani.» Ebano (Heban) è pubblicato in originale nel 1998 e in Italia da Feltrinelli nel 2000. È quasi un rapporto di una vita vissuta in quarant’anni in varie parti dell’Africa come giornalista. Una testimonianza di prima mano di un cronista che partecipa vivendo insieme agli indigeni la loro stessa vita, soffrendone i disagi, la povertà, le malattie e rischiando più volte la morte.

L’elenco potrebbe arricchirsi di molti altri nomi; per fortuna sono in tanti che hanno utilizzato e utilizzano la penna per denunciare e dare voce ai silenzi. «Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza. Alla letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.» La persona e lo scrittore, pur nel loro dualismo, devono incontrarsi. La letteratura non può che essere osservatrice e partecipe della realtà e presente in modo particolare lì dove c’è sofferenza e il silenzio dei sofferenti. E i testi di Sepúlveda sono testi di chi partecipa attivamente e da militante alle vicende umane. Lo sono nei contenuti e nello stile. Lo sono nell’incunearsi tra le vicende degli uomini soprattutto per descriverne le contraddizioni e per stare sempre e comunque da parte di chi è vittima degli abusi, dei soprusi; per denunciare chi schiavizza l’uomo e per invocarne non vendetta ma giustizia. «Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità.» Una dichiarazione d’intenti chiara e perentoria che non ammette equivoci. La memoria, dunque. La memoria come obbligo morale, un imperativo etico per la letteratura dei silenziati.

«Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.
In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno – non so né chi né quando – ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia.”
Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo».




mercoledì 27 agosto 2014

La narrativa di Maffia in un saggio di Marco Onofrio di Giovanni Pistoia




La narrativa di Maffia in un saggio di Marco Onofrio
di Giovanni Pistoia


Salto i preamboli, non servono. Bel lavoro questo di Onofrio su Maffia. (Marco Onofrio, Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffia tra realtà e surrealismo mediterraneo, Città del Sole, Reggio Calabria, aprile 2014).

Saggio raffinato, acuto, documentato, elegante e avvincente nello stile e nello sviluppo della narrazione. Saggio appassionato ma di una passione controllata, tenuta a freno da Onofrio, critico chiaro e rigoroso. È evidente nelle pagine la stima per Dante Maffia ma non troverete, nel racconto letterario ed esistenziale di Onofrio per l’amico, nessun afflato celebrativo, alcuna enfasi. Onofrio sviluppa i suoi ragionamenti svelando la narrativa, vasta e complessa, dello scrittore calabrese, ma da anni cittadino romano. Non posso parlare di Onofrio e di come il critico racconta Maffia, sarebbe operazione miope e presuntuosa: il libro va letto, dalla prima all’ultima pagina. Se ne ricaverà un ritratto lineare ed efficace della narrativa di Maffia, una conferma della maturità del critico. Operazione, quella compiuta, non facile, perché gli scritti di Maffia non solo non sono pochi, ma non sono testi leggeri. Tutt’altro: sono complessi, articolati, scavi negli abissi dell’uomo e della società.

Carmine Chiodo, che firma una breve interessante nota, scrive: «Occuparsi degli scritti di Dante Maffia non è facile, l’ho potuto constatare con alcuni studenti di Tor Vergata ai quali ho assegnato varie tesi di laurea. Maffia è un vulcano in eruzione, un incessante fluire di sorprese che si muovono in direzione della poesia, della saggistica, della narrativa e perfino del teatro, e quindi è necessario scegliere un campo specifico per indagare gli esiti, per goderne le pagine senza lasciarsi prendere dall’irruenza». Un suggerimento metodologico al quale si attiene scrupolosamente Onofrio, che non si lascia assorbire dalle sirene di ogni altra produzione letteraria di Maffia, a cominciare da quella poetica, anche se non mancano le incursione nella sua poetica, indispensabile per meglio comprendere lo scrittore.

Le affermazioni di Chiodo mi richiamano una conversazione con il caro Rocco Paternostro, a Roseto Capo Spulico, in occasione della preparazione di un convegno di studi proprio sull’opera di Maffia. Paternostro pensava di preparare il suo interevento su Maffia saggista (cosa che poi ha realmente fatto, e spero che presto possa essere pubblicato quel suo contributo con il quale si è dato inizio a quelle giornate). Mi diceva che l’attenzione, meritata, del Maffia poeta oscura, in parte, la sua attività di narratore e saggista. «Nello studiare la saggistica di Dante, mi sono ritrovato con casse di scritti: saggi brevi e lunghi, recensioni, note critiche, commenti, presentazioni di libri, postfazioni, una marea di documenti che potrebbero essere utilissimi se raccolti per meglio comprendere non solo il pensiero dell’autore, ma la stessa letteratura nazionale e mondiale».

Non è un autore facile Maffia. Non devono trarre in inganno la sua scrittura leggera, la magia della parola che usa e manipola a suo piacimento, l’arguzia e l’ironia sugli eventi che narra, le zampate dissacratorie, i giochi linguistici, le ardite provocazioni, le suggestioni accattivanti. Potrebbe apparire la sua scrittura, proprio perché è bravissimo nell’uso del vocabolario e delle metafore vellutate e fantasiose, un giardino fiorito, dove tutto è bello e profumato, ma non è così; è un giardino pieno di spine con un manto erboso in fermento e invisibile. La scrittura di Maffia è tanto lieve quanto profonda. Una lettura superficiale, frettolosa non si addice alla problematica delle sue pagine, ai temi che affronta. Sarebbe come guardare la luna senza ascoltarne il canto, osservare le onde senza pensare agli abissi marini, lavarsi la faccia senza pensare all’energia dell’acqua. Quella di Maffia «occorre sottolinearlo, è produzione artistica dotta, erudita, nella quale confluiscono, rielaborate con voce propria e originale e in cui un posto centrale lo gioca il ricorso alla fantasia, centinaia e centinaia di letture che fanno di lui un intellettuale ascrivile a ragione alla Weltliteratur. A quella Weltliteratur sognata e agognata e nella quale hanno creduto e per cui hanno combattuto, per fare solo alcuni nomi, studiosi quale Auerbach ed il nostro Arturo Farinelli». (Rocco Paternostro, Ironica dissacrazione atomismo narrativo in San Bettino Craxi e altri racconti di Dante Maffia, il testo è apparso sul mio blog L’albero delle mele d’oro il 26 maggio 2012).

La portata della scrittura di Maffia è ben nota a Onofrio, che dedica alcune pagine istruttive all’argomento: «… una scrittura concreta, robusta, multisensoriale, pregna di umori e di lampi, che segue come sismografo la curva oscillante dei pensieri per esplorare lo spazio interiore del mondo, dove batte un cuore dentro noi, raccogliendo le parole del silenzio. La scrittura visibile tende così a farsi traccia in filigrana delle scritture invisibili che ci attraversano: auscultazione attenta e riemersione occulta di ciò che non si tocca e non si afferra». E ancora: «La naturalezza organica della sua scrittura ricompone in superiore unità i corni opposti di natura e cultura: è cultura naturalizzata al fuoco della vita, per consapevolezza delle proprie radici e superamento degli esiti acquisiti. L’apparente spontaneità nasce dall’assimilazione profonda di una cultura che si è fatta istinto, abito percettivo, approccio di pensiero, modo di guardare alle cose». Tutto ciò è frutto del suo talento ma è anche il risultato dei tantissimi libri letti. Maffia è, secondo Onofrio, un bibliomante. «L’amore e l’ossessione per i libri ha addirittura risvolti erotici, di conquista e dominio fisico …». Maffia ha, a suggello delle cose detto da Onofrio, un vero e proprio rapporto … libridinoso … con libri!

Nonostante le difficoltà, Onofrio analizza con pazienza certosina le opere di narrative, i caratteri dei personaggi, lo stile, i contenuti. Un’altalena di fatti reali o surreali, crudi o teneri, tenui o duri come sassi, insomma la vita, perché Maffia è assetato di vita e di immortalità, e l’immortalità è solo nel presente, quello che viene dopo è solo morte. E Maffia «cerca la vita attraverso la letteratura: la vita ricomposta e manifestata nell’infinito ventaglio dei suoi sensi. La vita nella letteratura e, quindi, la vita della letteratura (cioè, necessariamente, la letteratura della vita)», come ben sintetizza Onofrio.


Vi sono tanti pseudo critici, recensori, commentatori che scrivono per sentito dire, scopiazzandosi a vicenda, oppure dopo letture distratte e parziali, senza, quindi, uno studio dell’autore e dell’opera che si vuole recensire. Una mortificazione non solo per la letteratura ma per l’intelligenza. Fenomeno ancora più triste perché praticato da uomini di cultura. Certo, ci vuole tanta fatica e tanto tempo per fare le cose sul serio. L’impegno di Onofrio lo dimostra. Un giovane critico che si è nutrito di pagine e pagine dello scrittore calabrese, che con rigore scientifico elabora le tue tesi, avanza le sue analisi. Si può essere d’accordo o no sulle conclusioni ma il suo lavoro, del resto come gli altri che portano la sua firma, fa onore a chi crede ancora nel valore della critica letteraria, a chi doverosamente vuole svolgere con serietà il proprio compito. E non è cosa da poco in un tempo di pressapochismo, di visibilità a buon mercato, di degrado culturale ancora prima che morale.

domenica 11 agosto 2013

Non si allontani il tempo del sognare di Giovanni Pistoia


Non si allontani il tempo del sognare
di Giovanni Pistoia
«Forse un uomo di poca memoria
non è molto atto a gustare poesie»
Giacomo Leopardi

Avevo lasciato da poco il mare, era di un azzurro intenso, la linea d’orizzonte un filo d’argento luccicante; azzurro intenso anche il cielo; piccole nuvole bianche trasparenti sospese, come perse in un oceano senza inizio e fine, scavalcavano i monti del Pollino. Attraversavo la piana di Sibari ammantata dal verde delle pannocchie, che oscillavano appena mosse da un venticello rovente, come a volermi salutare.

mercoledì 17 luglio 2013

Giovanni Pistoia/ Dove non si posa il nido della luna (a proposito di Memorie di alberi recisi di Francesco M.T. Tarantino)






“Memorie di alberi recisi” di Francesco M.T. Tarantino, EdiLet, Roma, luglio 2012

Dove non si posa il nido della luna
di Giovanni Pistoia

«Fummo presenti come dei profeti
Fuori dai giardini e da ogni galera
Ma sempre ci canteranno i poeti.»

Da lontano le prime immagini che appaiono avvicinandoci a un camposanto sono le alte cime degli alberi, spesso cipressi. Ad accoglierci è un sussurrare di chiome anche quando non c’è del vento, e un coro di voci e suoni, e un chiacchiericcio di passeri a raccontarci storie di cielo e di terra. I morti non amano il silenzio dei morti, temono quello dei vivi. È per questo che il cimitero è una tempesta canora, un pentagramma vibrante di note. Il canto degli uccelli, lo stormire delle foglie, l’agitarsi degli aghi o delle pigne … il modo più naturale perché continui il dialogo tra chi non c’è più e quanti resistono fuori dal recinto; recinto che pretende di delimitare uno spazio muto. I morti non amano la solitudine, temono la solitudine dei vivi nel loro rincorrersi senza incontrarsi. Del loro considerarsi dei vincenti, e già periti. Temono l’aridità di chi pensa d’essere immortale e di erigere steccati sempre più alti con i morti, fino ad arrivare al punto di volere, consapevolmente o no, far tacere la loro voce. Che illusione! Possiamo tapparci le orecchie, chiudere gli occhi, riempire di dinamismo i nostri giorni e notti, ma arriva sempre il momento che la voce di qualcuno amato, o anche semplicemente conosciuto, si farà sentire.

domenica 15 aprile 2012

Letteratura italiana dell’emigrazione di Rocco Paternostro


Letteratura italiana dell’emigrazione di Rocco Paternostro
di Giovanni Pistoia


È un libro che contiene cenni di storia, ma è, soprattutto, un testo di letteratura italiana dell’emigrazione; si legge come un lungo racconto, dove i protagonisti sono uomini e donne e bambini che non hanno nomi, che si muovono come fiumi in piena; fiumi che abbandonano le sorgenti per diramarsi in mari, oceani infiniti, in terre lontane, sconosciute. Si presenta voluminoso ma è, in verità, uno scrigno molto ricco di eventi, dati, commenti: uno spaccato prezioso della lunga storia dell’emigrazione italiana che, in più riprese, ha interessato gran parte delle regioni del Paese ma, soprattutto, del Meridione.

Sto parlando del lavoro di Rocco Paternostro, Letteratura italiana dell’emigrazione, pubblicato da Aracne editrice (Roma 2011). Il testo è suddiviso in due parti. Nella prima l’Autore si sofferma, con rapide pennellate, sulla storia dell’emigrazione italiana e la letteratura a essa connessa. Con una scrittura sobria, e con intensa partecipazione, sono narrate le cause del fenomeno emigratorio (economiche, politiche, sociali), il ruolo delle classi dirigenti, la nascita della Questione meridionale, mai risolta, e altri aspetti essenziali della problematica, come le ambiguità delle varie proposte dei meridionalisti liberali. Commenti e analisi suffragati da una mole essenziale di dati che, comunque, non appesantiscono il testo, ma rendono ancora più visibile e, finalmente! umano, l’esercito di tanti costretti a esodi, per lo più, forzati.

Paternostro passa, poi, in rassegna i caratteri e gli aspetti della letteratura italiana dell’emigrazione, partendo da alcune note sull’argomento di Antonio Gramsci. L’Autore analizza questa letteratura nelle sue varie forme, lettere, canti popolari, poesia, novelle, racconti, romanzi, citando vari autori: De Amicis, Rapisardi, Capuana, Pascoli, Pirandello, Pavese, Scotellaro, Soldati, Serao, Aleramo, Sciascia, Pennacchi, Maffia e altri nomi, tutti a contribuire a comporre un mosaico che ben illustra la vastità e complessità del fenomeno. Tutti a testimoniare quanto interesse abbia avuto in un vasto corpus di letterati questo evento.

domenica 8 maggio 2011

La biblioteca di Alessandria di Dante Maffia


I nostri canti più dolci
sono quelli che narrano
i nostri pensieri più tristi
(Euripide)

La biblioteca di Alessandria di Dante Maffia
Giovanni Pistoia



«Senza una parola di sciocca retorica o di inutile pianto, le pagine del libro di Maffia scorrono sotto gli occhi del lettore come dolenti e secche testimonianze di un fatto che fu oggettivamente vero duemila anni fa, ma che solo oggi, attraverso pagine limpide e dolenti di un poeta di venti secoli dopo, tornano umanamente attuali; quasi miracolosamente e credibilmente sottratte all’oblio, nelle quali l’ovvia falsità storica nulla toglie all’attualità poetica; e persino -vorremmo dire- alla loro possibile verità biografica. Con questi testi Maffia dimostra davvero di essere uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento.»

È un passo del breve ma indicativo scritto di Giuliano Manacorda a proposito di quel gioiello di poesia che è il volume di Dante Maffia dal titolo “La biblioteca di Alessandria”. Maffia affida a quindici componimenti (“confessioni”) il racconto, estremamente puntuale, di quell’immane incendio che devastò la grande biblioteca di Alessandria, il monumento culturalmente più drammatico della grecità classica. Lo fa attraverso un’analitica rappresentazione plastica delle gigantesche fiamme che inceneriscono rotoli di pergamene ma, soprattutto, narrando lo sgomento, lo stupore, la rabbia, la delusione, le emozioni, la commozione di poeti e scrittori che vedono andare in fumo le loro opere, il loro nome, e tanto sapere.
Maffia per raccontare tutto ciò si consegna alla poesia: operazione difficile e pericolosa scrive Manacorda, perché il poeta può andare incontro a rischi molto alti. Due, in particolare: la retorica classicheggiante e la falsa modernizzazione dell’argomento. Giuliano Manacorda chiarisce subito che il poeta Maffia evita questi tranelli. E vi riesce in maniera sublime perché si affida alla ricostruzione, davvero originale, di quei momenti. Ne racconta i particolari come se fosse presente. Le notizie e le testimonianze «in prima persona vengono rese con tali asciutti ma drammatici accenti - scrive Manacorda - da rendere “vere” quelle che dovettero essere le parole di chi da quell’incredibile evento subì il maggior danno.»
 

martedì 26 aprile 2011

BRUNO SNELL E GLI SCRITTI TRADOTTI DA MARILENA AMERISE


«Solo una cattiva formazione umanistica
ed una cattiva formazione scientifica
sono in conflitto tra loro»
(Bruno Snell)

LA CULTURA UMANISTICA NON È UN VUOTO GIOCO DI PAROLE
scritti di Snell tradotti da Marilena Amerise
Giovanni Pistoia


Un giorno, Marilena Amerise, ragazza curiosa e intelligente, terminati gli studi presso il liceo classico del suo paese, Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, se ne parte per raggiungere l’Università di Perugia e iscriversi alla Facoltà di Lettere. Ama gli studi classici, si sente profondamente attratta dalla cultura umanistica, dalla civiltà del mondo greco, dalla ricerca delle radici dell’Europa. E consegue la laurea nella città umbra con una tesi in Storia Romana.

La voglia di approfondire cresce con il crescere delle conoscenze e delle competenze, perché non è vero che chi più sa è meno ignorante, è vero il contrario. Chi conosce sa che c’è sempre da imparare, come grandi siano le lacune da colmare. Io so di non sapere, dice il filosofo.
Quella ragazza, ormai dottoressa, ha sete di sapere. Consegue, dunque, il dottorato in Storia Antica con una tesi, considerata brillante, sul battesimo di Costantino il grande. Il mondo bizantino attrae, quello ellenico affascina; desidera introdursi nella ricchezza e nella complessità della filologia classica, i temi legati al rispetto dell’uomo - uomo in quanto cives, pienamente responsabile e consapevole di se stesso, attrezzato per difendersi dalle manipolazioni intellettuali e da forme di dominio sulle masse - la stimolano ogni giorno di più. Approfondisce, di conseguenza, gli studi a Perugia come ricercatrice.
In questa veste soggiorna presso l’Università di Bonn. Un’occasione per migliorare la conoscenza del tedesco, lei che già parla benissimo il francese e l’inglese. E qui incontra Hartmut Erbse (1915-2004). Per lei è toccare il cielo con un dito. Erbse, professore emerito di Filologia Classica, notevole studioso di Storia Antica. Ma non solo. Hartmut Erbse allievo autorevole di Bruno Snell (1896-1986), grande filologo tedesco, umanista e pensatore tra i più acuti del Novecento, oltre che spirito libero e determinato.
 

giovedì 17 marzo 2011

La banda del mondo di sotto di Paola Dalmasso



La banda del mondo di sotto di Paola Dalmasso
Giovanni Pistoia

La banda del mondo di sotto” non è un libro qualsiasi. È carne viva. Sofferenza, sacrifici, vergogna per gli adulti. Un grido di dolore e di aiuto. Un pugno nello stomaco. E tanto altro ancora. Non può essere liquidato con poche parole.

Paola Dalmasso è l’autrice del volume. Laurea in lingue, insegna per anni nei licei milanesi. Negli anni ’90 si trasferisce in Russia; qui vi trascorre quattro anni; l’impero sovietico, intanto, crolla. Ritorna in Italia e assiste, a Milano, a uno dei primi spettacoli dei ragazzi di Bucarest, allestito dal clown Miloud Oukili. Le narrazioni dello spettacolo, cioè le vicende dei boskettari, la segnano; l’incontro con Miloud Oukili è l’occasione per approfondire l’argomento. Da queste esperienze nasce questo romanzo. Un modo, anche questo, per dare una mano ai ragazzi che non possono vivere alla luce del sole.

Chi è il Miloud Oukili? Miloud Ouhili è un clown franco-algerino. Sin da giovanissimo mette a disposizione la sua arte per aiutare, in modo concreto, bambini e ragazzi che vivono in estrema difficoltà, veri e propri invisibili. Nel 1992 è a Bucarest e qui entra in contatto la realtà dei boskettari. La vicenda di questi ragazzi, senza famiglia, senza patria, nelle mani della criminalità, anche quella istituzionale, lo colpisce fortemente. Desidera fare qualcosa, soprattutto dare loro visibilità. Nel 1996 lancia la campagna “Un naso rosso contro l’indifferenza” e fonda l’associazione “Fundatia Parada”. La Fondazione si propone di insegnare l’arte circense ai ragazzi di strada coinvolgendoli in spettacoli da portare in tutta l’Europa. Non solo per dare un’opportunità di riscatto per questi dimenticati dalla storia, ma perché l’Europa sappia e intervenga.
Nel 1996 nasce “Parada Italia”, che lavora per il reinserimento sociale dei bambini e ragazzi soli. Il progetto “Parada” permette ai ragazzi di strada di ricevere assistenza e formazione. La sua azione incisiva ha fatto breccia. Ha ottenuto il Premio Unicef “Dalla parte dei bambini”. La storia di “Parada”, si ricorda, ha anche ispirato il film di Marco Pontecorvo Pa-ra-da, pluripremiato al Festival del Cinema di Venezia nel 2008.
 

giovedì 10 marzo 2011

La donna che parlava ai libri di Dante Maffia



La donna che parlava ai libri di Dante Maffia
Giovanni Pistoia

«Il sapere è un atto di contrizione
che deve essere continuamente acceso»
(Dante Maffia, La donna che parlava ai libri)

Come mi capita con i libri che agguantano, ho letto due volte il volume di Dante Maffia “La donna che parlava ai libri”. Alcune parti anche più di due volte. Perché? È forse stato per me di difficile comprensione? No. È un libro godibile sin dalla prima pagina e la lettura si snocciola con grande facilità. Ciò è una virtù ma anche un grande limite: il rischio per il lettore frettoloso è di lasciarsi incantare dalla scrittura forbita, elegante, raffinata, ricercata e, di conseguenza, non gustare tutte le delizie che nascondono le pagine. L’invito, se mi è possibile avanzare un timido suggerimento, è di leggere il testo di Maffia con pacatezza, seduto serenamente su un divano o all’ombra di un albero folto, ora che arriva la primavera.

lunedì 31 gennaio 2011

La notte di Elie Wiesel



La notte di Elie Wiesel
Giovanni Pistoia

Notte. Nessuno pregava perché la notte passasse presto. Le stelle non erano che le scintille del grande fuoco che ci divorava. Quando questo fuoco si sarebbe estinto, un giorno, non ci sarebbe stato più nulla in cielo, ma solo delle stelle spente, degli occhi morti.
Non c’era altro da fare che mettersi a letto, nei letti degli assenti. Riposarsi, riprendere le forze.

È un passo del testo autobiografico di Elie Wiesel, che descrive la cruda e nuda esperienza in alcuni campi di concentramento (Auschwitz e Buchenwald).
Elise, giovanissimo ebreo, appena quindici anni, è deportato insieme alla famiglia, dopo aver conosciuta la vita in un ghetto: una tragedia che colpirà milioni di persone negli anni dell’irrazionalità dilagante, l’emblema della distruzione della ragione.
 

domenica 9 gennaio 2011

milano non esiste


milano non esiste
Giovanni Pistoia

“Nei momenti peggiori della vita, quando sotto la tempesta delle avversità, l’uomo si rivela, ho sentito in me il privilegio di essere calabrese, ho sentito in me qualcosa di molto somigliante a quegli scogli della Pietrosa che tanto amo, dove il mare torna all’innocenza primordiale in uno scenario gigantesco di rupi che salgono la montagna ripetendo il mito dei titani lanciati a scalare il cielo”. Questo roccioso pensiero di Leonida Rèpaci mi è tornato in mente leggendo milano non esite di Dante Maffia.

Il protagonista del romanzo, contadino calabrese strappato all’orto e divenuto operaio nelle fabbriche di Milano, continua a restare legato morbosamente alla sua terra, nonostante i quarant’anni trascorsi nella città lombarda, una moglie milanese e sei figli nati e cresciuti in quella città. Il cordone ombelicale non si è spezzato. Tutt’altro, è divenuto sempre più saldo, un cavo d’acciaio, inossidabile. L’età che avanza, l’esperienza che matura e il costante rapporto con la città, inducono l’anonimo operaio a mitizzare la sua patria d’origine, il suo mare, che parla tutti i linguaggi del mondo, il suo sole, che riscalda sempre e comunque.
 

mercoledì 5 gennaio 2011

A proposito di alieni e giustizia


A proposito di alieni e giustizia
Giovanni Pistoia

A me piace pensare che Minisci e Badolati quando hanno deciso di scrivere un libro sulla giustizia italiana abbiano avuto come riferimento i giovani più che gli alieni. Pensare che un alieno, proveniente da un mondo evoluto e lontano da noi, decida di venire a verificare come funzioni il sistema giudiziario in Italia è davvero paradossale. Ma è un paradosso cercato, perché credo ci sia tanto di paradossale nei dibattiti su come è amministrata la giustizia nella Patria del diritto.

L’Italia è un Paese dalla giustizia negata. Una catastrofe per le vittime dei reati e, spesso, per gli stessi imputati (non mi riferisco a chi, criminale incallito o professionista del crimine, trova giovamento dall’incertezza della pena e dal sistema giudiziario inefficiente e più che precario).
Un sistema giudiziario definito in tanti modi nel testo (La giustizia raccontata a un alieno). Il sistema giudiziario italiano versa “in una gravissima crisi di efficienza e di funzionalità, che si sta trasformando in crisi di credibilità della giustizia”, con procedure “farraginose”, nelle affermazioni di Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, che firma la prefazione.
Giuseppe Maria Berruti, magistrato della Suprema Corte di Cassazione, nella breve introduzione parla di “irrazionalità”, “contraddizioni”, e afferma perentorio: “Al nostro sistema oramai manca addirittura l’ovvio. Mancano le precondizioni insomma, prima che le condizioni, del funzionamento”. Ma sono le ultime righe di Berruti che fanno meditare. Addirittura sembra necessario cercare un nuovo linguaggio, una nuova tecnica letteraria per parlare di un argomento come questo, che pare sfuggire agli schemi razionali accettati e riconosciuti. Nel senso che Minisci (sostituto procuratore) e Badolati (giornalista) per denunciare lo stato della giustizia (leggi, tribunali, processi, carceri, ecc. ) devono ricorrere a una specie di “libello”; adottare una sorta di “allungo poetico” per tentare di essere ascoltati, e si sono inventati la presenza di un alieno. Un alieno, che si rivela essere, con l’arrivo dell’alba, solo il frutto di un sogno o, meglio, di un incubo.