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giovedì 23 luglio 2020

IL VIZIO DEGLI APPUNTI -note di lettura - seconda edizione: luglio 2020; autore: Giovanni Pistoia






SCHEDA:

Giovanni Pistoia
Il vizio degli appunti – note di lettura
Seconda edizione, luglio 2020
Youcanprint


SINOSSI

In questo libro sono riuniti testi pubblicati sul cartaceo o in rete e redatti per varie occasioni. Gli stessi sono riportati con poche integrazioni e qualche opportuno aggiornamento mantenendo, però, la struttura originale. Nell’aprile 2020 il libro esce in edizione fuori commercio. Questa edizione riprende sostanzialmente quella precedente con qualche modifica e ampliata. Scrive Francesco Aronne sulla quarta di copertina: «L’interesse dell’autore si posa come una vitalissima farfalla su ogni curiosità della cultura che riesce a trasformare abilmente in cultura della curiosità, dove l’argomento di inciampo diventa solo un pretesto per giravolte speculative. Da qui scaturiscono approcci a interessanti mondi nuovi che emergono con strutture inimmaginate, create ad arte da Pistoia. E queste costruzioni sono il frutto di attente e minuziose indagini, di transiti in appunti, anche remoti, sottratti all’oblio con studi sempre seri e rigorosi, mai superficiali.»

Il libro è distribuito da:


Nei prossimi giorni sarà distribuito anche da altre librerie in rete.
Grazie dell’attenzione.




martedì 10 dicembre 2019

Un mio remoto mondo antico di Giovanni Pistoia


[Adriano Prosperi,

Un volgo disperso. Contadini d'Italia nell'Ottocento]








Dunque i contadini soffrivano di «estrema indigenza»,
non avevano abbastanza da mangiare:
e ne soffriva specialmente la parte più indifesa della famiglia contadina,
quella delle donne e dei bambini. Prendiamo nota di questa constatazione.
Quella della fame dei contadini è una questione che ha ricevuto scarsa attenzione
 negli studi. Tutt’al più la si è data per scontata come un dato di natura.
Adriano Prosperi


Certamente è un gran bel testo di storia. L’autore è rigoroso nella ricerca e nel rispetto delle fonti, circostanziato nelle analisi, distaccato nell’osservare e raccontare i fatti. Ma vi traspare anche l’esigenza dello studioso nel voler rendere giustizia di un passato recente, anche se appare lontanissimo. Pur in uno stile misurato, non è difficile intravedere la commozione, in alcune pagine, dello studioso; a volte una sana, sottile ironia, dolce e amara nello stesso tempo coinvolge il lettore. La penna è fluida, accattivante, coinvolgente. Adriano Prosperi, nel suo Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi, 2019), ci consegna un lavoro non solo interessante, istruttivo, ricchissimo di dati e riflessioni acutissime, ma qualcosa di più di una magnifica opera storica. È anche un omaggio a quel mondo variegato e complesso spesso definito semplicemente mondo contadino. Un omaggio a milioni di uomini, donne e bambini senza nomi, volti, storia. Fantasmi, soggetti come mai esistiti, senza voce; volgo, volgo disperso. Ma è anche un doveroso ricordo del mondo di Prosperi, figlio di contadini, testimone di un tempo di fatica, sacrifici e fame. Lo afferma lo stesso storico quando, citando Anna, dichiara: «A lei un sommesso ringraziamento per avermi seguito e incoraggiato in queste peregrinazioni sulle tracce di quello che è stato un mio remoto mondo antico». Tracce che ci riguardano un po’ tutti, che ci riportano alla vita (o non vita) e alla povertà delle famiglie dei contadini nell’Ottocento con incursioni anche nel Novecento. L’ansia della modernità e la voglia di allontanarci precipitosamente da quelle miserie ci hanno portato a rimuovere del tutto quel tempo ma quel tempo è stato e Adriano Prosperi, con uno studio complesso, ben articolato, ottimamente ben documentato, lo ricorda a tutti noi. E non solo perché è un dovere dello storico svelare il passato ma, come in questo caso, quale giusto risarcimento per un’umanità tradita, per «un rimorso che non si riesce a cancellare», per citare le parole affrante con le quali Prosperi chiude l’ultima pagina del libro, la trecentoventiquattresima.

C’è un’intervista rilasciata nel 2015 ad Antonio Gnoli[1] da Prosperi che bisognerebbe leggere, perché vi sono, sia pure appena accennati, alcuni dei temi che saranno trattati nel suo libro, ma è indicativa soprattutto per capire quanto della cultura e dell’uomo Prosperi vi è nello studio così intenso sui contadini italiani. Portare alla luce, in maniera così dettagliata, le terrificanti diseguaglianze e ingiustizie patite dai lavoratori della terra è anche un modo per combatterle. Nell’intervista alla domanda se avesse sofferto la diseguaglianza, Prosperi risponde: «Sì, e ho cercato di combatterla. Sono nato su una collina della Toscana, a Lazzeretto, non lontano da Livorno. Il nome è emblematico. In origine era il luogo dove venivano seppelliti i morti per la peste del 1630. Se vuole tutto ha origine da quella emarginazione». Sottolinea ancora che del suo passato «non è sopravvissuto quasi nulla. Nella casa dove sono cresciuto c’erano ancora gli attrezzi da lavoro che sono scolpiti sulle cattedrali medievali. Un altro mondo». E nel volume Un volgo disperso, Prosperi dà spazio e voce proprio a quel mondo altro e puntualmente sono richiamati, direttamente o indirettamente, quegli attrezzi che furono in mano a contadini, villani, rustici, fittavoli, braccianti, mezzadri, bifolchi, terroni, pastori, ortolani, vignaioli, allevatori, mietitori, zappatori: insomma, lavoratori della terra che, con la loro fatica, hanno dato gli alimenti per avide pance pur restando sconosciuti, ritenuti, in alcuni momenti storici, pericolosi, fino a essere considerati appartenenti ad altra razza. A Gnoli, Prosperi si presenta così: «Vengo dal mondo contadino. Mio nonno mezzadro. Mio padre piccolissimo proprietario. Mai avrei immaginato di farcela. La vita, però, può farti dei regali incredibili. Concorsi a una borsa alla Normale di Pisa che mi avrebbe garantito vitto, alloggio ed esenzione dalle tasse. Mutò la mia esistenza. Fino ad allora, i miei ideali sociali erano radicati nella piccola provincia: il maestro o, se proprio andava bene, il medico condotto in qualche paesino. Riscatto sociale a chilometro zero». Non è un caso, quindi, che quel mondo del nonno e del padre, ambedue legati alla terra, ritorni nel saggio apparso qualche anno dopo, né il fatto che sia proprio il medico condotto la figura professionale che acquisti rilievo quasi assoluto nella ricerca. L’autore si sente coinvolto dalle vicende che racconta, la sua partecipazione è trasparente ma lo studio non ne risente sul piano dell’oggettività e del rigore dello studioso. Com’è suo solito cerca nei fatti la verità, consegna al lettore dati, numeri, materiali, descrizioni, prima ancora di esporre il suo punto di vista.

Lazzeretto, frazione del piccolo comune di Cerreto Guidi (Firenze), è ricordato da Prosperi all’intervistatore e Cerreto Guidi ritorna nel saggio. Forse un omaggio al suo paese dove lo storico è nato nel 1939. In queste pagine, comunque, Prosperi ci fornisce una sintesi perfetta della complessa materia esposta nell’intero volume. Il riferimento è alle numerose circolari ministeriali che sono diramate dal governo centrale, alle tante cifre e tabelle che riempiono le inchieste del tempo, ai vari interventi prefettizi. E tutto per giustificare direttive, a volte dettagliatissime, rivolte alle amministrazioni comunali italiane nella seconda metà dell’Ottocento. I governi centrali, dinanzi al dilagare dei problemi soprattutto legati all’igiene e alle epidemie, non trovano di meglio che scaricare le varie soluzioni ipotizzate sulle gracili spalle dei comuni. Qual è l’immagine del Paese che si deduce da questo imponente accumulo di informative e prescrizioni a firma del governo?  «Il popolo italiano come popolo infetto, da osservare e curare», risponde Prosperi. Segue un’esposizione sobria, chiara, analitica dello stato delle cose che qui si ritiene opportuno riportare:

«Le ragioni non mancavano: epidemie di colera, casi di tifo e di vaiolo, la piaga della malaria e quella della pellagra erano tante realtà che certo tenevano in allarme le autorità del giovane Stato. Qui le ambizioni e le retoriche di vecchie e nuove classi dirigenti si scontravano con la dimensione di uno Stato attraversato da moltissime differenze e gravato da problemi enormi: vi predominavano le tante ragioni di disagio e di conflitto che avevano la loro radice in una quotidianità delle classi subalterne fatta di miseria e di malattica. A cui si aggiunge, inasprendo una situazione sempre più intollerabile, il peso del rapace fiscalismo del nuovo potere statale. Un fiscalismo iniquo: com’è stato osservato, all’altezza del 1876». E qui Prosperi si riferisce ai tributi indiretti il cui onere gravava in modo particolare sulle classi meno abbienti e costituenti il 65% delle entrate tributarie. Eccessivamente esosi sono il tributo sul sale che ammonta a 75 milioni e quello sul macinato (cereali alimentari) con un gettito di 83 milioni. Ma non è tutto, aggiunge lo storico. C’erano anche i tributi diretti, e l’imposta fondiaria colpiva i piccoli proprietari, favorendone così la espropriazione e la concentrazione della proprietà fondiaria. L’imposta di ricchezza mobile contribuiva, invece, in misura ridotta a impinguare le casse dello stato «anche grazie a un fenomeno che doveva diventare tipico della fiscalità italiana – l’alta evasione dei contribuenti ricchi». E qui lo studioso rinvia a E. Sereni[2]. E aggiunge perentorio Prosperi: «Quelli più poveri invece dovevano privarsi di sale e di cereali per evitare le tasse». Ma l’analisi diventa più acuta e decisa: «Bisognava occuparsi di quei problemi, non solo per il paternalismo cattolico o laico di frazioni delle classi dominanti, ma anche perché da quel basso mondo di contadini e di lavoratori poveri cominciavano ad arrivare segnali inquietanti. Passati gli anni in cui l’unità del paese era apparsa in grave pericolo per le insorgenze del Meridione, domate da quella vera e propria guerra civile che l’esercito del Nord combatté contro i «briganti», si affacciavano davanti ai poteri statali i problemi delle gravi minacce della malaria e delle ricorrenti epidemie. Quella del colera era un’aggressione sanitaria, ma venne vissuta anche come frutto del criminale complotto di un potere politico ostile. E c’era un’altra malattia che andava trasformando in fonte di agitazioni e di conflitti sociali e politici, come si è visto: in molte province del paese, specialmente (ma non solo) al Nord la diffusione della pellagra alimentava l’inquietudine sociale in mezzo a un popolo dove, col formarsi di un proletariato industriale, trovavano sempre più ascolto idee e messaggi sociali che preoccupavano i governi liberali». È in quel contesto che lo Stato risponde con misure di polizia e alla raccolta sistematica di dati come mezzo di governo. Statistiche utilissime per conoscere la realtà ma spesso fine a se stesse. Nel nuovo Stato italiano, sottolinea Prosperi, la statistica -nel testo questa scienza ha un giusto e opportuno rilievo- fu civile e militare. Però non fu la statistica civile che ebbe adeguata attenzione, ma le commissioni per la leva militare. L’obbligo del servizio militare fu «accanto alla fiscalità del nuovo Stato, e forse ancor più e prima, il banco di prova del senso diffuso dell’appartenenza dei sudditi. Quando si parla dell’unificazione dell’Italia si dovrebbe sempre riflettere su quanto ne fossero superficiali le radici nelle coscienze al di là della retorica ufficiale e delle convinzioni di una minoranza colta. Vale la pena di insistere su questo punto: la nascita del Regno d’Italia fu un evento internazionale e specialmente europeo debitamente registrato dalle cancellerie statali. Ma perché entrasse nelle coscienze e nelle abitudini della popolazione della penisola e delle isole che presero quel nuovo nome, ci fu bisogno di tempo, di sofferenze e del superamento di resistenze profonde». Pressione fiscale e obbligo del servizio militare furono i due volti del nuovo Stato che apparve agli italiani, ma soprattutto alle famiglie contadine che si videro private nei lavori dei campi dell’apporto dei giovani figli. Un aspetto che ebbe un ruolo decisivo per le sorti, in particolare, del mondo contadino del Sud. Dalle statistiche e dalle inchieste -anche queste hanno nel volume un’attenzione ragguardevole- si ricavano dati importanti per conoscere le varie realtà censite. Un dato sembra essere omogeneo tra i cittadini dei vari mosaici che compongono il nuovo Stato; quello che risulta anche dalle risposte fornite dal comune di Cerreto Guidi ai sondaggi prefettizi sullo stato morale della popolazione: rassegnata alla sofferenza. «Non era un lamento né voleva essere una dichiarazione di malcontento. Al contrario: la rassegnazione alla sofferenza era esattamente ciò che la prefettura – il cane da guardia del potere centrale – sperava e desiderava di sentirsi dire», chiosa lapidariamente Adriano Prosperi.

È inutile negarlo: la lettura di questo libro riporta molti di noi a ricordi della propria famiglia, alle nostre case e alle nostre miserie spesso vissute, altre volte testimoniate da nonni e amici. Un mondo che sembra remotissimo, eppure non lontano se contato in anni, decenni. Sembra che Prosperi racconti in alcuni momenti la storia di ognuno di noi, quantomeno la storia di chi ha sofferto sacrifici, ha faticato e ha conosciuto la fame. Oltre a darci, ovviamente, uno spaccato di un lungo, tormentato e anche speranzoso periodo storico con il quale non abbiamo ancora fatto i conti. Varie sono le domande che l’autore si pone, ma alla base ve n’è una molto semplice ma pesante: «Quali erano state le condizioni di vita dei lavoratori della terra in quel secolo XIX della formazione dell’unità nazionale?» Il tema non è nuovo. Molti testi di storia, e non solo, hanno raccontato delle miserabili esistenze dei contadini e, in genere, di chi non ha avuto la fortuna di appartenere alla minoranza dei possidenti. Opere che ne descrivono la pesantezza della fatica, la scarsa e malsana alimentazione, le abitazioni fatiscenti, a volte semplici capanne, le malattie, le morti in giovanissime età, l’alta percentuale dei morti bambini. Si pensi, per fare solo qualche citazione, a Carlo Levi, a Ignazio Silone, ricordati nell’istruttiva recensione di Giovanni Cerro[3]. Ma l’elenco potrebbe allungarsi di molto: voglio qui ricordare solo Vito Teti che, in più lavori, dedica lucide analisi alle condizioni alimentari delle classi subalterne[4], oltre ai numerosi studiosi citati dallo stesso Prosperi. Quali erano le condizioni dei lavoratori della terra lo testimonia lo stesso autore, che così si racconta:

«Grazie al prolungarsi della vita individuale lo scrivente è un testimone del tempo remoto in cui nelle campagne si viveva in case di due stanze, una era per la famiglia e l’altra era la stanza della mucca o – per chi l’aveva – del maiale, che era a un passo dalla camera da letto o dalla cucina. Come nella ninna nanna famosa: «La notte s’avvicina / la fiamma traballa / La mucca è nella stalla / La mucca e ‘l vitello / la pecora e l’agnello / La chioccia e ‘l pulcino». La fiamma che traballava era quella del lume a petrolio o della candela; e gli animali erano i compagni di vita e di fatica dei contadini. I più fortunati avevano anche l’asino, animale sacro e conosciuto nel mondo per merito di Collodi oltre che per il presepe del racconto evangelico. Gli attrezzi da lavoro raccolti nella capanna di canne e paglia erano gli stessi raffigurati nei calendari di bronzo o di marmo dei portali delle cattedrali altomedievali dove Adamo ed Eva erano contadini, come nel portale del Duomo di Modena; così come erano rimasti immutabili rispetto a quelle immagini i tempi e i modi del lavoro e della vita quotidiana: dicembre, scaldarsi al focolare; gennaio, uccisione del maiale; marzo, la potatura delle viti e degli alberi da frutto; giugno, la falce in pugno; luglio, il correggiato per battere le sementi; e così via. E chi ricorda ancora quando non fu più ovvio misurare la cesura del giorno come il momento in cui «la mosca cede alla zanzara?». L’igiene fece un passo decisivo con lo sterminio delle mosche, quando con l’esercito americano arrivò il DDT».

Alla domanda, Prosperi risponde con esporre una notevole mole di documenti forniti dalla statistica -una scienza alla quale si guarda con particolare attenzione, come se dalla sola conoscenza delle realtà potesse automaticamente scaturire la soluzione dei problemi di fondo-, dalle descrizioni e tabelle e dati derivanti dalle numerose inchieste ministeriali e prefettizi, dalla lettura delle topografie sanitarie. E, soprattutto, dai resoconti, spesso minuziosi, dei medici condotti. Da questo impegnativo lavoro di ricostruzione, il mondo dell’Ottocento contadino è scandagliato in profondità. Non solo: non ne deriva solo la conoscenza di una lunga pagina di storia, che nonostante i tanti scritti non ha mai avuto la visibilità dovuta, ma si propone come un laboratorio, un osservatorio per leggere il nostro presente, per riannodare fili di un passato che troppo rapidamente abbiamo voluto dimenticare, ma che, in fondo, è appena dietro l’angolo. La distanza culturale e lo stile di vita attuale è remoto rispetto a quei tempi riportati alla luce da Prosperi, ma vicino a noi in termini di anni, tanto che ancora molte generazioni possono essere testimoni di quella che appare preistoria. La stessa Unità d’Italia, che torna spesso nelle pagine del volume, e non potrebbe essere diversamente, pur apparendo sfumata nel tempo, continua ad avere ricadute notevoli sul nostro presente. Un’Italia ancora frammentata, divisa, a più velocità, traspare evidente nella penna dello storico; una storia incompiuta che è ancora cronaca quotidiana. Quelle condizioni di vita dell’Ottocento -povertà diffusa, malattie mortali, fame- sembrano interrogarci, a volte, se davvero quel tempo appartiene alla storia contemporanea, oppure è da relegare ad altre poche. Anche questo interrogarsi continuo compare nello studio e la risposta è complessa. Le domande che si pongono sono tante, le risposte non definitive; certamente la lettura del libro è una fonte preziosa per arricchirsi, e non di poco. Pagine, frasi, commenti sono meritevoli di attenzione. (Ho cercato di rilevarne i passaggi più importanti, il risultato è un testo evidenziato e ferito ripetutamente).

Non è raro ascoltare “sospiri” sul vecchio mondo antico, vaghe nostalgie di campagne con contadine donzelle allegre e contadini immersi beati nella natura incontaminata. Chi non ha sofferto la fame e non ha visto la morte rapire a man basso in età ancora giovanile, può dire questo e altro. Altri ancora raccontano un mondo ovattato per la vergogna di doverne riferire le assurde ingiustizie e il cinismo di una minoranza adusa allo sfruttamento. Sin dall’inizio Prosperi ricorda Pierre Bourdieu e la definizione da lui coniata per i contadini: classe oggetto. Concetto breve e incisivo. Un popolo subalterno e senza voce. Classe oggetto «… è una provocazione. Serve a ricordare un vuoto, a impedire che la memoria del mondo contadino europeo d’antico regime si cancelli del tutto. Altre definizioni se ne potrebbero forse immaginare, ma nessuna esprime meglio la condizione di subalternità del contadino nella storia europea dei secoli scorsi: ricorda a tutti una condizione di esseri umani destinati a essere raccontati, descritti e rappresentati da altri, oggetto di commiserazione o di derisione, di paura o di pietà, ma sempre e solo per ribadirne la posizione subalterna», afferma Prosperi. E questa condizione è ben documentata in Un volgo disperso. È davvero tanta la letteratura sui lavoratori della terra, ma quasi mai i contadini sono visti come classe, né come soggetti portatori di diritti. Il paternalismo è diffusissimo. Una sorta di pietà pelosa invade tantissime relazioni, inonda moltissime carte. Il prete, che è ben presente nello studio di Prosperi, è il rappresentante di un cristianesimo che spesso non conosce la compassione ma solo pietà[5]. E non è un caso che nei momenti difficili per calmare certi brutti pensieri dei contadini è a loro che chiedono aiuto i padroni e i proprietari. «Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria», come chiosa Matteo Banzola[6]. Non è un caso, come confermano i documenti evidenziati da Prosperi, che spesso c’è conflitto tra il prete e il medico condotto. È il medico, che conoscendo la vita materiale del contadino, ne tratteggia, nelle varie relazioni, le disumane condizioni. Le contraddizioni non mancano nelle note dei medici ma spesso esse sono redatte in modo coraggioso, con sincera passione, con amarezza e rabbia e, soprattutto, soffermandosi sulle diagnosi e le conseguenti terapie da adottare. E tra queste, il miglioramento delle condizioni di vita: la salubrità delle abitazioni, cibo sano e sufficiente che alimenti il fisico e sconfigga la fame, causa prima di tante sofferenze, malattie, epidemie, morti. Ma nulla sarà possibile se non si sconfigge la povertà. In molte pagine dei medici appaiono evidenti le colpe dello Stato, colpe spesso addossate, da non pochi osservatori, agli stessi contadini: insomma al danno la beffa.

Pur avendo scritto molto, si è detto poco o nulla. Non è il caso di riportare qualcosa di più analitico sul viaggio di Prosperi. Quel percorso va compiuto tutto, senza scorciatoie. L’invito al lettore è di accostarsi a quelle fittissime pagine sapendo che non vi troverà solo la storia di un secolo e più, ma tanta umanità. Cosa non facile nello storico infarcito, spesso, di dati, numeri, cifre, battaglie, eventi, personaggi, morti. Nella ricerca, si è già detto, s’incontrano molti medici. «La vita dei lavoratori dei campi ha parlato attraverso la loro voce, si è fatta strada attraverso il filtro della loro cultura e dei loro interessi. Con deformazioni inevitabili: quelle dei tanti medici condotti che provarono a raccogliere il frutto delle loro esperienze di persone e luoghi. Ciascuno di loro aveva qualcosa di proprio da dire mentre contribuiva all’opera collettiva», così Prosperi. Il primo incontro è con Bernardino Ramazzini (1633-1714) e poi con tanti altri, fino ad Agostino Bertani (1812-1886), al quale dedica parole di riconoscenza per la sua opera a favore dei contadini. E proprio la documentazione redatta dai medici, evidenziata da Prosperi, contribuisce notevolmente a illuminare anche quanto già noto -inchieste, statistiche, ecc.- su quel mondo scomparso. Scomparso, forse, non è il termine appropriato: nelle campagne italiane, e non solo, vi sono sempre lavoratori della terra, hanno un colore diverso il più delle volte, parlano altre lingue, ma la loro voce continua a restare, chissà quante volte!, muta[7].



[1] Antonio Gnoli, Adriano Prosperi:Io ci provo, ma quello degli storici sta diventando un mestiere inutile”, in:
https://www.repubblica.it/cultura/2015/06/29/news/adriano_prosperi_io_ci_provo_ma_quello_degli_storici_sta_diventando_un_mestiere_inutile_-117908267/
[2] Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900) (1947), Einaudi, Torino 1968, p. 63.
[3] Giovanni Cerro, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/
[4] Qui si cita solo: Il pane, la beffa e la festa. Cultura alimentare e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, Guaraldi, Firenze, 1976. È lo stesso Teti che dal suo Profilo Facebook con un post del 7 agosto 2019 invita a leggere il «bello e importante studio di Adriano Prosperi», aggiungendo: «Leggere… Un volgo disperso… ha anche questa conseguenza: riappropriarsi di una parte di storia che appartiene quasi a tutti, e non solo come comunità nazionale, ma come qualcosa che può far parte della nostra storia familiare profonda». E invia alla lettura «puntuale e convincente» di Maurizio Sentieri. La recensione di Sentieri dal titolo I contadini, villani, terroni che siamo stati appare in:
Interessante anche la nota di Giovanni Falaschi Contadini che appare in: 
https://www.doppiozero.com/materiali/contadini.
[5] «Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo, non ha mai conosciuto la compassione». «La compassione è la piena accettazione dell’altro. Anche del diverso. Il cattolicesimo conosce solo la pietà che è un gesto di condiscendenza, un rapporto tra diseguali», così il perentorio giudizio di Prosperi, sia pure nel contesto di una breve intervista come quella concessa ad Antonio Gnoli e citata appena sopra. Prosperi è uno storico che ben conosce la chiesa e il suo potere. Tra le sue opere: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (1996, 2009); Storia moderna e contemporanea (con Paolo Viola, 2000); Il Concilio di Trento: una introduzione storica (2001);  L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (2001, 2011); L’Inquisizione Romana. Letture e ricerche (2003); Dare l’anima. Storia di un infanticidio (2005); Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine (2008); Cause perse. Un diritto civile (2010); Eresie e devozioni. La religione italiana in età moderna (2010); Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492 (2011); Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana. XIV-XVIII secolo (2013, 2016); La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento (2016); Lutero. Gli anni della fede e della libertà (2018).
[6] Matteo Banzola, Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in: https://www.lostoricodelladomenica.com/recensione-adriano-prosperi-un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Banzola nello stesso istruttivo testo sottolinea comunque che Prosperi  da «storico finissimo» non manca di rilevare significative eccezioni.
[7] Si rinvia, quali contributi alla lettura di Prosperi, alle recensioni: Massimo Bucciantini, Il mondo scomparso dei contadini, in: Il Sole 24 ore del 19 maggio 2019; Adriano Sofri, Ci sono tanta carne e tante ossa nel volgo disperso del 1° giugno 2019, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Francesco Benigni, La scure dell’igiene sulla classe oggetto, in:
https://ilmanifesto.it/la-scure-delligiene-sulla-classe-oggetto/; Edoardo Castagna, Il saggio di Prosperi. Contadini, dove siete finiti?, in:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/contadini-dove-siete-finiti; Alberto Baldasseroni, Le condizioni dei contadini italiani nella letteratura ottocentesca, in:
http://www.epiprev.it/materiali/2019/EP5-6/RUB_Libri/RUB-Libri_43-5-6.pdf

venerdì 28 settembre 2018

[Angelo Petrosino, Il libro Cuore di Valentina, Piemme, 2018] - Nota di Giovanni Pistoia




Valentina, la prof
di Giovanni Pistoia

Il debito dei grandi non si ripaga 
abusando dei bambini.


Con l’inizio dell’anno scolastico, sono andato in una prima media. Sono stato accolto cordialmente da una giovane insegnante. L’ho guardata con curiosità, perché il viso non mi era del tutto sconosciuto. Anche lei è rimasta un po’ perplessa. Dopo qualche parola di cortesia, ho riferito del perché di quella mia visita: l’impegno preso con una studentessa che sarei andata a trovarla tra i suoi banchi nei primi giorni di scuola, in questa nuova esperienza, non più da scolaretta ma da studentessa. Ho chiesto alla docente cosa insegnasse, mi ha risposto con un ampio e compiaciuto sorriso: «Sono l’insegnante di italiano. Il mio nome è Valentina…»
L’ho immediatamente interrotta: «Ecco, adesso mi è tutto chiaro! Lei è Valentina, la scolaretta, e poi la studentessa di Angelo Petrosino, la ragazza curiosa, spigliata, intelligente, amica di una vita del maestro e scrittore Angelo…»
E a quel punto è lei a non farmi proseguire: «Allora lei è proprio l’amico di Angelo, è lei che si è portato dietro in tutti questi anni sulla sua scrivania i libri dedicati a me, libri certamente per adolescenti ma letti anche da tanti adulti. È così, sono proprio quella ragazzina, ormai non più tale da molti anni; sono rimasta tra i banchi di scuola ma come insegnante.»
«Angelo sarà allora contento di questa sua scelta, così potrà far tesoro dei suoi insegnamenti, come educatore oltre che come scrittore di tanti libri di formazione.»
«Con Angelo ci sentiamo spesso, se sono diventata professoressa è anche grazie a lui. Continuo a chiedergli mille suggerimenti, anche se dice che io devo essere soprattutto me stessa, di essere sincera con i ragazzi e così riuscirò a tirare il meglio da ciascuno. Ho deciso di tenere un diario di questa mia esperienza, un po’ richiamandomi al vecchio libro Cuore. Annoterò le mie riflessioni e vi riporterò dei racconti che ogni mese leggerò ai miei alunni. Come può vedere, qui in questa aula dalle ampie vetrate, c’è il mondo a portata di mano, etnie e culture diverse, storie particolari che vengono da lontano. Ogni studente è un mondo a sé che io voglio osservare e conoscere a fondo prima di pronunciarmi e intervenire come meglio posso per contribuire alla crescita educativa didattica e psicologica di ognuno di loro. Voglio ascoltare, in una parola, prima ancora di essere ascoltata.»

Il colloquio è solo immaginato, come è evidente, ma è reale il lavoro di Angelo Petrosino, dal titolo Il libro Cuore di Valentina (Piemme, 2018). La sua creatura, Valentina, personaggio di fantasia ma attinta dalla realtà quotidiana, per anni è stata compagna di tanti giovani lettori e lettrici, ma anche di insegnanti, genitori, nonni. Petrosino ha dedicato a lei numerosissimi e fortunati volumi. Ora è professoressa (o, come si dice frequentemente e semplicemente prof, forse per ragione di economia!). Petrosino, nella stesura del libro, e come richiama lo stesso titolo, è stimolato dal ricordo di una lettura classica, Cuore. Nulla a che vedere con quel lavoro, tanto cambiata è la società di oggi, ma ne ricorda un po’ la struttura. È il diario dell’insegnante, vi sono riportati anche i racconti che la prof legge ogni mese ai suoi ragazzi, come faceva il suo maestro Angelo a lei, l’ambiente è Torino, una città tanto diversa da quella deamicisiana di fine Ottocento, ma che sta a cuore anche a Petrosino. In fondo il testo è anche un omaggio non solo a De Amicis (significativa la dedica a Pompeo Vagliani, anima e cuore del Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia di Torino nel ricordo di Edmondo De Amicis) ma anche alla sua Torino, città che abita dall’età di quattordici anni e che ama visceralmente. Un sottile filo rosso lega i due libri, come afferma Raffaella Silipo (La Stampa del 1° aprile 2018), ed è l’amore per le storie «che restano il miglior modo per trasmettere insegnamenti, cultura, passione, da una generazione all’altra.»

Nelle pagine del libro-diario vi è la società dei nostri giorni, complessa, contraddittoria, e vi sono tutte le ansie, le angosce, le gioie e i dolori dell’infanzia delle nostre città. Tutto raccontato attraverso le esperienze di un insegnante, le parole degli alunni, la narrazione di storie per meglio penetrare il quotidiano, per meglio leggerlo e sfuggire alla tentazione di una omologazione del pensiero unico, pericolo costante nella società di oggi.

Nel libro emerge con chiarezza, senza che sia detto con paroloni, il ruolo della scuola e degli insegnanti. Significative alcune pagine dedicate ai presidi (mi pare di non aver mai letto la parola dirigente). Così Petrosino rende omaggio, attraverso la figura della prof Valentina, a tutto il corpo docente, alla sua funzione delicata e, per certi versi, pericolosa. Un omaggio, infine, al valore della parola, della lingua. In un dialogo con il marito, Valentina esprime la paura di essere troppo coinvolta dalle vite dei suoi alunni. «Non ci credo. Probabilmente non chiedevi altro, ti conosco. Non sei fatta per insegnare soltanto la grammatica» le dice Tazio, e lei: «Per decifrare la grammatica del cuore devi conoscere anche quella della lingua che parli. Le doppie e i congiuntivi non sono meno importanti per esprimere le emozioni che si provano.»

La lettura scorre con delicatezza e sobrietà; linguaggio immediato, efficace, essenziale; i disegni di Sara Not, altra illustre conoscenza cresciuta con Valentina e i libri di Petrosino e ben nota, quindi, ai lettori di Angelo, impreziosiscono il volume. Un testo, tra l’altro, che è anche un utile strumento per le scuole: sono molti i temi trattati, che possono essere approfonditi in seri progetti educativi e didattici, cosa che, a quanto mi risulta, sta già avvenendo con successo. È, in sintesi, questo ennesimo lavoro dello scrittore, dell’amore costante e duraturo verso la scuola di Angelo Petrosino, della sua attenzione al mondo dell’infanzia che studia, osserva, e racconta da una vita. A quella infanzia alla quale Petrosino, come maestro, pedagogo, pedagogista e scrittore, ha dedicato ogni sforzo per fornirle un po’ di anticorpi necessari, perché non si lasci travolgere da cattivi esempi elargiti a piene mani da una società sempre più violenta. Petrosino ha tentato e tenta di educare i giovanissimi alla comprensione, all’ascolto, all’empatia, a fornire loro gli strumenti culturali perché possano autonomamente interpretare il mondo, a non accontentarsi delle solite risposte e di non aver paura di porre domande. Un autore che desidera ricordare a tutti, senza distinzione di età, che siamo fatti anche di sentimenti, di emozioni, di Cuore, e non dobbiamo vergognarci di coltivarli, perché sono l’essenza d’essere umano. Una vergogna che bisogna sentirci addosso, invece, quando le colpe degli adulti sacrificano i bambini togliendo loro il diritto di essere tali: «Il debito dei grandi non si ripaga abusando dei bambini».

Il libro è indicato per i ragazzi dagli otto anni in su; non ha alcuna controindicazione per le altre età.


giovedì 14 giugno 2018

JEAN PORTANTE, I quattro tremori del giardino, Milano, La vita Felice, 2016, pp. 152 Letto da Dante MAFFIA


JEAN PORTANTE, I quattro tremori del giardino, Milano, La vita Felice, 2016, pp. 152
 Letto da Dante MAFFIA

Sono sicuro che Jean Portante quando ha scritto di essere “orfano della sua origine” voleva appena rafforzare il suo radicamento all’identità dei padri, mettere in rilievo non di avere perduto qualcosa, ma di avere, adesso, la possibilità di compiere un percorso all’indietro per seguire le tracce di quella ricchezza interiore che ha dato perfino alla sua lingua corrispondenze ed equivalenze e proprio in senso strettamente baudeleriano.
I quattro tremori del giardino se da una parte sono la testimonianza concreta della mano del terremoto nelle sue oscillazioni, dall’altra sono gli interstizi di paure, angoscia e amore misurati che non conoscono il loro agire, che sono affidati all’arbitrarietà  se è vero, com’è vero, che per ben diciassette volte Portante apre con “A volte”, il discorso poetico dando agli incipit, a un tempo, il senso della casualità e della ripetizione.
Si tratta di poesie di uno spessore alto, ricamate da immagini surreali comunque mai astratte, anzi intrise di una realtà tutta meridionale che ha qualcosa che taglia nettamente con la stagione storica surrealista e, nello stesso istante, ci si innesta come a volerla rinverdire con un passo lirico più calibrato, più densamente legato al mondo classico e alle problematiche assillanti che arrivano da una terra martoriata che lui ha vissuto attraverso le esperienze della famiglia senza farne mai una ragione di rigetto e senza farne mitologia. Ecco perché gli è possibile scrivere versi su ciò che è accaduto all’Aquila nel 2009 senza farsi mai sfuggire un grido di angoscia, una rivendicazione, una bestemmia. Portante è stato capace di compiere un’azione poetica che io trovo unica e straordinaria: l’idillio abruzzese che in qualche modo covava dentro di lui si è trasformato in ragione morale e così ne ha tratto il senso recondito per porre in essere un Abruzzo che viene fatto rivivere privo di retorica, senza strascichi neorealistici, senza l’affastellamento del sottofondo delle nenie maliose che purtroppo ancora accompagnano alcuni narratori e poeti.
Le quattro parti del libro sono strettamente legate tra loro, anche se ognuna ha scelto un ritmo proprio, passando dall’addensamento surreale allo sguardo diretto sulle cose e sugli eventi e poi affidandosi a una misura praticata agevolmente in Giappone, con una adesione alla quotidianità che tuttavia non è mai mera descrizione, ma posta in essere di una condizione che deve esplicitarsi attraverso la presenza degli oggetti.
L’ultima parte si adagia nella bellezza e se “Non è ancora tempo / di mangiare la luna” non è nemmeno tempo di stendere i cappotti sulle macerie che il terremoto ha apparecchiato. Ci pensa la natura: “E su ogni cosa la notte stende il suo cappotto”.
Il tremore, cioè il ritmo di ognuna delle sezioni è diverso e complementare, ma è il tremore di Portante che si fa pasto delle suggestioni e si abbandona totalmente per potersi ritrovare diverso e meno sazio di paure e di angosce. L’impatto con la tragedia lo ha reso più consapevole di quel che è accaduto ma soprattutto di quel che è, perché “è la memoria che uccide”, tanto è vero che

“Perché sognava l’ulivo dopo essere tornato dal mare
e nel suo sogno non era la guerra
a scoppiare ma la solitudine”.

A ogni lettore viene spontaneo cercare affinità con alcuni poeti. Io trovo in Jean Portante quella voce limpida e suasiva che ho sempre trovato in Leonardo Sinisgalli e in Alfonso Gatto. Egli, anche se li ha tradotti, non ha nulla da condividere con i vari Sanguineti privi di vita e di emozioni, tutta letteratura, come direbbe Croce che ormai è quasi pericoloso citare.
Nella sua poesia si avverte il senso pacato e partecipato di una umanità che aleggia in ogni verso e lo rende fibrillante, sì, ricco di tremori autentici, di emozioni colte sul filo di un ricordo, di una parola, una narrazione ricevuta dalla madre: “Ascolta il silenzio dei lombrichi sfaccendati / ascolta il loro lamento impercettibile che fa invecchiare i frutti”.

DANTE MAFFIA




giovedì 7 giugno 2018

Le umane pietre di Dante Maffia - letto da Giovanni Torchiaro


Le umane pietre di Dante Maffia
di Giovanni Torchiaro

L’anepicletico, eppur così pieno di difetti, dio delle Elegie materane (LEPISMA EDIZIONI, 2016) ha accolto le irrituali debordanti richieste dell’innamorato senza morso: avrà riordinato le sue idee sull’amore, avrà deciso, lui che tutto può, di amare il mondo senza nulla chiedere, e, ancora, di essere uomo per sempre, oltre che Dio (n.10). Chiamato a parte di un progetto d’amore per la città, si è fatto convinto, e il poeta ne è ora consapevole. E lì, se la terzina sarebbe stata, canonicamente, la strofa perfetta, pure, nel suo declinarsi, non sarebbe bastata a contenere la iterata robusta determinazione del poeta innamorato e rabbiosamente rivendicativo, la cui voce è, elegiaca quanto si dichiari, ma poematica, ariosa, estesa. Da ottava, appunto. Che è contenitore e mezzo più adatto: e il lungo urlo del poeta - che è di pianto e desiderio inappagato, di amore a un tempo euforico e governato, di visione sociologica e antropologica della città/donna, di riflessione filosofica e di relazione/scontro con dio - non poteva far ricorso che a quella forma.
Ma ora (Matera e una donna, Terra d’ulivi edizioni, 2017) il registro cambia. Dante Maffia ritorna a Matera… cioè, Dante Maffia è rimasto a Matera e vi ha portato il mare della sua Roseto: ne respira l’aria e se ne gode i colori, ne scopre i recessi nascosti e, con curiosità da amante, ne immagina gli anfratti; la respira la vive la ama. Matera è eros. È passione estrema e virtuosa, mai sconveniente. Perché essa è donna. Si direbbe, un anno dopo, che, condotto a miti consigli dio, tocchi ora agli uomini amarla: perché essa è luogo e donna: pietra e aria, carne e pensiero, cuore e cervello, respiro affannoso e canto ammaliante. Diciamolo subito. Quello per Matera e per la donna (che essa sia o non sia, che importa!) è amore totale. E, naturalmente, è finzione, puro gioco retorico, il dichiarare l’inadeguatezza della poesia a cantarlo (Ti resterò attaccato, 270). Quale altro strumento espressivo potrebbe descrivere quel sentimento - ora oblativo ora ricattatorio, ma sempre assoluto - meglio della poesia? E il registro, cui Dante Maffia fa ricorso, è il più ampio, quasi completo: tutti i tipi di verso, anche il monosillabico metrico, in rima e non in rima, tutte le forme, dal canonico sonetto alla composizione libera, talvolta attraverso raffinati giochi metrico-prosodici che solo chi è avvezzo a frequentazioni molto ravvicinate della poesia, mai allentate, e vissute per lunghissimo tempo, può farne uso. Trecentodiciannove poesie! E senza mai una caduta. Certo, considerata l’unicità dell’oggetto, il rischio della oleografia - di se stesso, non di altri - c’è. Eppure, nessun componimento ne replica un altro, non c’è mai, per quanto alcune parole non possano non ripetersi e i luoghi e le immagini si ripresentino più volte nel testo, non c’è mai stucchevolezza: la lingua assapora e riassapora, trasferendo il godimento nel cuore e nella testa. Tutto è sempre nuovo, a ogni pagina, a ogni strofa, a ogni verso, a ogni parola. Dante Maffia si è scatenato. Con la mano sul cuore, chiusi gli occhi e col pensiero immerso in una visione che non è di paradiso, ma di muri di pietra bianca e grigia, di anfratti rupestri, di gradinate porose, di lastrichi solari, egli sogna. Sogna lei. Nemmeno il tempo di pensarla perché ormai, dice, sei dentro di me e sei i miei pensieri (Se ti penso… 227). Certo - abbiamo detto - c’è il rischio della costruzione di immagini da carolina illustrata. Ma, fa giustizia Luigi Reina introducendoci all’opera con il prezioso Elogio a Matera: “Maffia non è neppure sfiorato dalla tentazione della cartolina… nei suoi versi c’è fuoco…” (pg 5).
Va da sé che, già nel titolo, Maffia non nasconde, anzi esalta, i riferimenti culturali e poetici dei quali - è più di mezzo secolo - si nutre. Sembra paradossale, ma i legami, moltissimi dei quali personali, col meglio della cultura italiana (da Palazzeschi a Sciascia, da Bellezza a Risi a Luisi) ne rendono il risultato più genuino. Non rinuncia, chi parla d’amore, al nutrimento ricco delle fonti: Sinisgalli o Jimenez, i tanti altri. Certo, il verso che scaturisce è nuovo proprio perché quel fuoco non si spegne mai. Ed è sempre nuova la parola: Ho forgiato la Parola (Aspettando l’incendio 22), ne ho fatto di parole nuove di zecca (A imitazione di una canzone pellerossa 39); ne ha individuato una prima (A comandare è un ragno 34) e ne inventa ancora altre (Donna di poesia 51), perché lei, Matera/donna, deve essere, con queste parole, solo sua! E non solo le parole. L’amore totale non ha paura, è una sfida continua. Ed è attesa - sempre sempre - e possesso e gelosia: anche della Gravina (Attenta 88), del mare (Il mare vuole goderti 340), del vento del cappotto del pittore del passante… E da essi - il poeta e Matera/donna - anche Venere impara molte cose sull’amore (Sapevo che ti avrei sognato 225). Non c’è acqua che possa spegnere la fiamma.
Un precedente autorevole - la postfazione alle Elegie materane di Maria A. D’Agostino - mi mette al riparo da penosi additamenti se vengo a sostenere che il Cantico dei cantici è il precedente più illustre di Matera e una donna, ovvero, al contrario, che Matera e una donna ne è la derivazione più coerente. La D’Agostino, con sapiente precisione, sottolineando affinità e distanze, si riferisce al Libro di Giobbe. E dunque, si vede, in Dante Maffia i Sapienziali ritornano e sono presenti (ma, vivaddio, siamo certi che non incocceremo mai nel richiamo al disperato, seppure iniziale, lamento di Qohèlet). Non vi è pezzo, nel suo autonomo sciogliersi, che non ricordi quel Cantico immenso, dal desiderio d’amore alle investigazioni, alla visione amorosa etc. (tra le altre, v/ Portami all’asilo 276). E naturalmente, qui come lì, l’amore vince, è più forte di ogni cosa. Solo, in Maffia, non c’è allegoria, se siamo forti da non credere che l’uomo e la città/donna si uniscono secondo il disegno di un creatore. Qui è tutto molto terreno (ma anche lì lo era): di un terreno umano che trova soddisfazione nel sé, nella visione, onirica quanto si desideri, ma di pietra e palpiti delle vene, che per farsi reale non ha bisogno di scontrarsi contro le irragionevoli leggi del divino. Qui è il rapporto con l’umano che ormai e soltanto vale. Non importa più che dio si sia fatto uomo per sempre. È l’uomo/poeta che conta: egli parla attraverso la pietra, il non colore. Le immagini in bianco e nero dei sassi di Matera dei versi, e negli scatti silenti ma loquaci di Elio Scarciglia, lo mostrano, l’uomo, quasi mai, e, le poche volte, nella sua rappresentazione scultorea o pittorica, e comunque silenzioso e ricettivo. Eppure egli è tutto nella poesia di Maffia. È umanità tacita e laboriosa, la cui opera e il cui cuore trasudano da ogni pietra e diventano godimento dell’occhio e della mente, in una Matera/sogno/realtà che fa tutt’uno col cuore del poeta: si accuccia nel mio cuore (Matera la poesia 378). Quella Matera che - come gli dice l’immenso Francesco -  così adora: neanche un minuto ti abbandono, se ti vivo senza il minimo di tregua negli occhi e dentro il cuore (A Roseto dal caffè sali sull’onde 110).




mercoledì 12 aprile 2017

[ANTONELLA MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017] di Dante Maffia

[ANTONELLA MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017]
di Dante Maffia


Piero Chiara, Giuseppe Pontiggia, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati hanno spesso ripetuto che scrivere racconti è estremamente più difficile che scrivere romanzi o poesie. Lo dicevano un po’ per gioco e un po’ seriamente, perché in effetti il racconto deve essere, nell’argomentare, ampio come un romanzo, e sintetico come una poesia. Eppure per lungo tempo le case editrici, piccole e grandi, hanno cancellato dai cataloghi i libri di racconti con le scuse più disparate.
Da un po’ di tempo però sembra che l’interesse stia crescendo e infatti non sono poche le opere recentemente pubblicate.
Ho tra le mani Dieci passi sull’arcobaleno – dieci donne, dieci colori. Dieci storie di vita di Antonella Maia, narratrice piemontese già con alcune positive esperienze che l’hanno fatta conoscere da poco agli addetti ai lavori.
La sua scrittura è ammiccante, fresca e appetitosa e si impone immediatamente.
I dieci racconti si leggono tutto d’un fiato, non è il solito modo di dire, e hanno riferimenti così calzanti che sembrano essere stati attinti a fatti realmente accaduti. Ogni colore ha il suo nome di donna e la città in cui la storia si svolge. Elena a Genova, Margherita a Firenze, Magdalina a Milano, Gemma a Parma, Ginevra a Trisete, Viviana a Reggio Calabria, per fare qualche esempio e bisogna dire che nomi e ambientazioni, paesaggio e carattere di ognuna non sono pura invenzione narrativa, ma qualcosa di più coinvolgente, perché la Maia riesce a compenetrarsi e a rendere viva ogni cosa.
Nel mondo femminile c’è di tutto, ed è proprio questo tutto che circola nei racconti così che non possono mancare sogni e progetti infranti, delusioni e speranze, amori e tradimenti, beffe e inganni. C’è l’intero variegato catalogo delle miserie umane che Antonella Maia racconta quasi con aria innocente, come se stesse semplicemente facendo il resoconto degli eventi a un gruppo di amici nel salotto. Ed è forse proprio questo suo atteggiamento naturale che rende la scrittura fluida e limpida, piacevole e priva di quegli intoppi che a volte appesantiscono anche opere di autori ormai famosi.
Mi pare evidente che soltanto una donna sensibile e agguerrita, umanamente e letterariamente parlando, poteva entrare così direttamente nei segreti di tante donne e raccontarne perfino le reazioni intime.
Va dato atto alla narratrice di possedere qualità davvero convincenti, di essere brava sia sul piano stilistico e sia su quello psicologico. Non era per nulla facile affrontare storie diciamo pure usuali e farne momenti narrativi felici. Sarebbe bastato lasciarsi andare all’effetto per cadere subito nella cronaca. La Maia invece resta in equilibrio e fa di ogni donna un esempio indimenticabile, dieci icone che restano nel nostro immaginario in maniera indelebile.




mercoledì 22 marzo 2017

[TECLA PAOLICELLI, Il posto dell’anima, Muro Leccese, Edizioni AGF, 2004, pp. 189] di Dante Maffia

[TECLA PAOLICELLI, Il posto dell’anima, Muro Leccese, Edizioni AGF, 2004, pp. 189]

di Dante Maffia

Soltanto chi non ha radici, chi non ha identità culturale e sociale non potrà entrare nella magia di questo romanzo intitolato Il posto dell’anima e scritto con l’anima.
Da letterato fradicio la prima cosa a cui ho pensato sono stati i modelli ai quali, idealmente, Tecla Paolicelli si è rifatta, ma non ho trovato se non appigli vaghi, non so Conversazione in Sicilia di Vittorini, delle pagine di Marotta, di Alvaro, di Silone, ma si tratta di apparentamenti forzati, perché la scrittrice ha coinvolto soprattutto se stessa, la sua infanzia, mettendosi in gioco e, in prima persona, delegando a un uomo quel “ritorno”! alle radici e al paese dell’infanzia che viene descritto con un calore davvero fuori dal comune.
Cenzino manca dalla sua terra da trent’anni. A Genova è diventato un industriale, addirittura Presidente delle acciaierie, e torna nel Tavoliere, sulle rive del fiume Ofanto, con l’intenzione di impiantare lì una fabbrica, ma subito cozza con le antiche idee del vecchio amico Salvatore, coi suoi rituali familiari, con la radicata visione di un mondo rimasto identico negli anni, e i cui valori umani non sono cambiati. Cenzino è arrivato al paese con una fuoriserie, alloggia all’albergo e cammina per i luoghi che l’hanno visto nascere come a volersene riappropriare, ma con la nuova mentalità dell’imprenditore. Odori, sapori, immagini sbiadite del passato, incontri con dei vecchi che scandiscono visivamente ed emotivamente il quadro della situazione in atto, lo portano a meditare, con alti e bassi, sul senso del suo ritorno.
Il romanzo non è altro che uno scontro tra il vecchio e il nuovo, tra la religione dei padri e l’indolenza e il credo nel progresso dei figli. Ma dinanzi allo spettacolo della natura, al fiume che mostra la sua umanità, alla campagna che sembra avere il cuore meraviglioso del senso profondo del vivere, i progetti di Cenzino, che deve passare attraverso i sospetti e una lite col suo migliore amico per sentire lo spreco delle sue idee, lo sbaglio di quel che vorrebbe fare, naufragano e ritorna in lui l’incanto dell’infanzia, il calore umano di una civiltà con una sua identità mai perduta e ancora capace di essere presenza vitale.
Niente più dunque fabbrica d’acciaio per avvilire, anche se avrebbe dato posti di lavoro, il paradiso del Tavoliere e la poesia silenziosa dell’Ofanto, ma fabbrica di vino, quello che Salvatore sa fare da sempre, genuino, denso del sapore delle viti alimentate dal sole e dall’aria ancora vivibile e pulita.
Una favola, direbbe qualcuno, una favola però che deve fare meditare a lungo sullo sfacelo che si è fatto e si vorrebbe continuare a fare cambiando i connotati a una terra la cui vocazione è lontana da quella del triangolo industriale. Una favola comunque che risulta affascinante grazie al garbo della scrittrice che va dritto al sodo delle situazioni, che non adorna di nostalgia il racconto e mostra, con naturalezza, ogni cosa nel suo alveo quotidiano.
Tecla Paolicelli riesce a dare corpo a una vicenda che si è ripetuta e si ripeterà ogni volta che qualcuno, per scelta o per obbligo, sarà costretto ad emigrare portandosi dietro i lari e i sentimenti ancestrali che hanno popolato i primi anni di vita. C’è un momento in cui sembra che l’uomo abbia bisogno di conoscere da dove viene, e allora ritorna sui suoi passi e cerca di acciuffare il senso delle cose perdute, quella scia sottile di bellezza che è la culla della tenerezza e del candore d’esistere. Tutto ciò Tecla riesce a farcelo sentire nelle descrizioni che accennano e sfumano, nella caratterizzazione dei protagonisti, nel dilemma in cui viene a trovarsi Cenzino, nel fiato caldo della famiglia di Salvatore, di Nunziatina e dei figli.
Eppure, lo si noti bene, Tecla non scrive un romanzo neorealista, anche se la situazione in cui ci immette dal primo istante ci indurrebbe a pensarlo; lei disegna e dipinge luoghi e persone con lo spirito di recuperarle, di farne un album di memorie che possano fare intendere quali siano i valori essenziali. E disegna e dipinge con mano libera, senza sottostare a nessuna regola, senza stare a preoccuparsi di piacere o dispiacere al lettore, in piena autonomia creativa.

Siamo quindi davanti a una narratrice sorgiva, aperta interamente al senso dell’umano, lontana dall’utilizzare effetti che avrebbero potuto dare alle pagine maggiore adesione al fattore letterario. Ma la ragione di tutto ciò è semplice e visibile a chiunque si sappia accostare a Il posto dell’anima. Tecla ha voluto che parlassero i sentimenti profondi e le emozioni genuine della sua terra, che, insomma parlasse la vita. Ha ragione Francesco Bellino, “Questo romanzo traduce in modo efficace e saggio la profonda e generosa filosofia di vita del mondo contadino e del Tavoliere” facendoci riassaporare un pezzo di storia che ancora mostra tanti strascichi, ovviamente mutati dal tempo, ma sempre molto problematici e a volte dilanianti.