mercoledì 21 dicembre 2022

ENZO BONAFINE, Perduto per sempre, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 2000, pp.157 – Letto da Dante MAFFIA


Riuscire a scrivere un libro così intenso e vibrato, sul Dolore, sì, con la maiuscola, più atroce che possa capitare a un uomo, senza mai neppure sfiorare la retorica del patetico, è direi quasi miracoloso.

 

Enzo Bonafine è un avvocato di grande valore, stimato e ben voluto, e poiché le pagine di “Perduto per sempre” sono la storia della malattia del suo bambino, poteva farsi prendere la mano e gridare a squarciagola. Invece racconta, con tono diaristico, quello che accadde a Giuseppe, il figlio di sette anni, dal momento in cui avvertì il primo fastidio “al braccino destro”.

 

E’ la Bestia che comincia il suo gioco subdolo e torbido; che semina violenza, strazio e angoscia, tanta da far sì che “in quel preciso istante una parte di me e della mia vita muore per sempre, divenendo solo memoria, chiusa nei magazzini del cuore”, come confessa l’Autore, nel momento in cui l’infermiera “gli porge il biglietto che dalla lotteria della vita è stato estratto”.

 

Comincia la pena delle visite, dei viaggi, dei ricoveri, delle trasfusioni, delle attese spasmodiche, delle speranze altalenanti che danno la possibilità a Enzo Bonafine di fare constatazioni che non avrebbe mai creduto di fare, sulla struttura degli ospedali, sul loro funzionamento, sulle vanità dei medici, sui comportamenti di uno stato sempre assente soprattutto quando il cittadino è nel guado profondo e cerca rimedi che sarebbero possibili almeno per alleviare tormenti e lacerazioni che invece sembra siano organizzati di proposito tanto sono ricorrenti nella indifferenza più totale.

 

“Mai una volta” che Giuseppe “abbia fatto capricci”, eppure viene quasi seviziato nel via vai frenetico di analisi e contro analisi fatte e ripetute però in una sorta di indifferenza che è quasi un preavviso di morte.

 

A un certo punto la tragedia si compie e una frase sconsolata timbra a secco la fine: “Iniziamo a convivere con il Dolore”.

 

Raramente degli avvenimenti veri, vissuti in prima persona, sono stati raccontati con tanta misura e tanta compartecipazione senza tuttavia lasciarsi trascinare nell’abisso che a volte ha portato alla demenza, al rinserrarsi in un angolo buio e aspettare che il Nulla deformi la realtà e la cancelli.

 

Enzo e Franca resistono, anche perché hanno Alessio, il fratello di Giuseppe, e devono apparentemente annichilire il Dolore per l’Amore, per evitare che la Bestia diventi padrona assoluta di tutto e rida nella scempiaggine del suo trionfo.

 

Io ho letto questo libro però anche come un romanzo, il mio vizio professionale è rimasto vigile e di conseguenza ho constatato la bellezza espressiva di Bonafine, il suo saper narrare le vicende con una obiettività sbalorditiva, legandole anche a ciò che accade negli ospedali in genere, a ciò che accade, purtroppo ai mille e mille ragazzi che compiono questo viaggio all’inferno, per parafrasare il titolo d’un libro di Louis Ferdinand Celine. Credo senza nessuna intenzione di farlo, ma dal corso degli eventi affiora una denuncia per quel che accade quotidianamente un po’ in tutta l’Italia per quanto riguarda il mondo della medicina. Enzo non infierisce, ci sono dei momenti in cui vorrebbe prendere a calci tutto e tutti, ma si trattiene e accetta di giocare perfino la carta del santone nella speranza che qualcosa accada per uscire dal fuoco imperversante in cui è stato scaraventato Giuseppe.

 

Ma da qualche parte tutto è stato deciso. Non mi va di dire che Dio l’abbia predisposto, altrimenti rifarei quel che feci al ritorno dal Sud Africa dopo avere visto morire, nella indifferenza totale, molti bambini. Una volta tornato a Roma sono andato a San Pietro in un’ora lontano dalla messa e ho cominciato a gridare contro Dio. Fui buttato fuori in malo modo dalle guardie svizzere.

 

“E tu, Dio vigliacco e crudele, che hai rubato ogni cosa alla mia esistenza, adesso occupati di mio figlio e dagli quella felicità che aveva e gli hai rubato”.

 

Ho notato che anche Enzo raccoglie nel suo Dolore quello degli altri bambini che se ne sono andati e il suo lamento è quello di un padre che ha perduto le ali, di un uomo che estende la sua umanità nell’abbraccio immenso delle perdite per sempre anche degli altri.

 

Il ritorno a casa.

 

Non commento. Ho pianto. Mi sono sentito desolato, come se avessero rubato Giuseppe anche a me. Una di quelle sensazioni misteriche che nessuno mai riuscirà a spiegare! Ma Enzo me lo ha spinto nel cuore, l’ha fatto vivere con me nei giorni della sua spiensieratezza, me lo ha fatto amare.

 

I cento settanta tre versi che chiudono il volume sono di una bellezza sconcertante nella quale la sordità del Dolore si fa sentire senza rimedio. Soltanto alcuni:

 

“La vedo la Morte: è qui, innanzi

e tutto intorno a noi;

è nei tuoi occhi di animale ferito,

nel tuo corpo umiliato.

Ma il nostro Amore e la nostra Disperazione sono vivi

e non temono la Morte, il nulla eterno.

Il nostro canto risuonerà sempre.

Oltre la Morte”.

 

Sarebbe bello se tutti i primari degli ospedali leggessero questo libro vivo, parlassero con Giuseppe. Forse molte cose cambierebbero nei vari reparti e forse un poco di quella Indifferenza sgarbata e arrogante si scioglierebbe per fare posto all’Amore. Non costa niente amare, bisogna aprire il cuore e sorridere e non dimenticare che noi siamo fatti degli altri.

 

 

 

 

martedì 22 novembre 2022

STANISLAO DONADIO, Alla radice impura, Bisignano (Cosenza), 2022, pp. 282. Prefazione di Giovanni Pistoia. Immagine di Copertina di Rocco Regina, letto da Dante Maffia



Una Prefazione di sedici pagine fa immediatamente pensare di essere al cospetto di un’opera importante, specie se è a firma di uno studioso e scrittore di grande valore come Giovanni Pistoia. Ma avrò modo di tornare sullo scritto di Pistoia. Intanto leggiamo i quattro anni di poesia offerta da Stanislao, entriamo nel suo giardino fiorito e vediamo di individuare il “qualcosa, o qualcuno, che dentro vuole disperatamente essere”. Partiamo da un testo intitolato “Poesia del pane”, per una ragione semplice, per me la poesia deve essere pane, fatta con la semplicità con cui s’impasta il pane. L’ho detto e ridetto mille volte e devo constatare che Stanislao Donadio agisce proprio come le massaie dei nostri paesi (le poche rimaste), impasta idee, immagini, parole dense e vive con acqua e sale e niente più. Da cui la forza della sua poesia che ha radici pure e che poi diventano, ahimè, radici impure. Nel contatto col mondo.

 

La densità del libro ha troppa forza contundente, Donadio (mi piace che ogni poesia sia “Poesia del… per ribadire che siamo dentro un luogo, direbbero i giapponesi, in cui ormai contano le misure dell’anima, i profumi del cielo) si è calato in una dimensione che ha qualcosa di magico ed è per questo che riesce a scrivere versi di estremo interesse e carichi di tenerezza. Valga per tutti “Poesia dell’alloro in movimento”, in cui il poeta riesce a creare una misura universale di emozioni coinvolgendo sé stesso, gli animali e le piante. Non è casuale il mio riferimento al Giappone.

 

Ma torniamo allo scritto, di rara bellezza e profondità, di Giovanni Pistoia. A parte la disamina, quel suo raccontare facendo critica, come ci ha insegnato Francesco De Sanctis, Pistoia a un certo punto sente la necessità di avvisare il lettore che non si può leggere Donadio a cuor leggero, come passeggiando distrattamente: “Non pensi il lettore di attraversare queste poesie come si può fare con un campo di musco; qui il cuore non fa rima con amore, e il cielo azzurro non sempre è azzurro, la pioggia non sempre bagna, e il vissuto dell’autore, e attraverso l’autore il vissuto di chi in quei versi si ritrova, non è una danza primaverile; spesso è un intricato inverno. E lo stesso codice linguistico del poeta è, non poche volte, un percorso a ostacoli, dove il reale e l’irreale, il paradosso e il surreale, il fisico e il metafisico, si incontrano e si scontrano, si ritrovano per poi perdersi ancora”.

 

Pistoia è riuscito a fotografare la sostanza vera, intima, direi segreta della poesia di Stanislao focalizzando il suo fare, rivelandoci la valanga di interessi che ha intravisto e mettendo in rilievo la necessità interiore di una inquietudine che “pretende” quasi di possedere il mondo e di cancellarlo e ricostruirlo.

 

Infatti “Alla Radice Impura” è una summa di intendimenti, di progetti, di sogni, di cadute a picco nel mistero e nell’angoscia, una resurrezione che poi però perde la sua grazia, un viaggio infinito nel visibile e nell’invisibile, proprio come ha sempre pensato che si debba fare Rainer Maria Rilke se si vuole ottenere grande poesia.

 

Sì, Donadio è un poeta che bisogna leggere e rileggere, nelle sue corde ci sono molti interessi e molte fioriture sempre in atto ecco perché la sua parola è, a un tempo, delicata e possente, profumo di pane appena sfornato e accetta luccicante che anela a trovare la fessura del mistero per rubargli le essenze e le ragioni della vita e della morte.

 

Insomma, a dirla apertamente, Stanislao Donadio è un poeta a tutto tondo, autentico, accorto, con le stimmate nelle mani e nel cuore, ma anche con le finestre della sua anima spalancate per suggere la brezza della speranza, la bellezza di ogni alba nuova.

 

Roma, novembre 2022

 

 

 

 

 

mercoledì 16 novembre 2022

FILIPPO RADOGNA (a cura di), L’istituto tecnico agrario “Gaetano Briganti” di Matera, Matera, Altrimedia Edizioni, 2022, pp. 200, Prefazione di Giampaolo D’Andrea, letto da Dante MAFFIA

 

Può sembrare uno di quei libri che nascono per la nostalgia di ritornare a scuola, per riprovare le emozioni vissute tra i banchi con compagni e professori; un atto d’amore per ricostruire intenti e ideali che pullulavano nell’età dell’adolescenza e oltre,  e invece è anche una fonte importante e necessaria sicuramente per rivivere tutte le atmosfere a cui ho accennato, ma soprattutto per poter leggere l’affresco di un’epoca tra le mille difficoltà in atto e la devozione, come altrimenti chiamarla, a un impegno morale e sociale, oltre che umano che esisteva  in maniera consistente all’epoca in cui Filippo Radogna frequentò l’Istituto Tecnico Agrario “Gaetano Briganti” che mi viene di dire leggendario. Leggendario anche se istituito nel 1959, perché sopperì a situazioni che diversamente sarebbero state appena tentativi maldestri per occuparsi di agricoltura e che invece hanno formato fior fiore di professionisti di livello, come dimostrano le testimonianze non casuali dei presidi Angelo Raffaele Bruno, Salvatore Carone, Franco Di Tursi, Gianluigi Maraglino; ma anche di altre riflessione tra cui quelle di personalità quali gli ex parlamentari Vincenzo Viti e Saverio De Bonis, i consiglieri regionali Luca Braia e Piergiorgio Quarto, l’ex sindaco di Montescaglioso Giuseppe Silvaggi (attuale presidente del Collegio provinciale dei periti agrari di Matera) e dell’illustre ingegnere Piergiorgio Corazza progettista della futuristica sede dell’Istituto materano.

Il libro è ricco di molti altri nomi che per varie ragioni hanno detto la loro sulla funzione avuta dall’Istituto Gaetano Briganti ed illuminanti sono la prefazione dello storico Giampaolo D’Andrea e le annotazioni del presidente della Provincia di Matera Piero Marrese e dell’attuale dirigente scolastico dell’Istituto agrario Carmela Gallipoli.

A me piace sottolineare che se negli anni cinquanta  a Matera invece di un Istituto Agrario fosse stato istituito un Liceo Linguistico o simile, non avremmo avuto i medesimi risultati culturali e sociali, perché la scuola deve, anzi dovrebbe, ottemperare alla vocazione del territorio e non  essere un luogo teorico che per  quanto prezioso finisce per diventare asettico e privo di legami con la realtà. E poi, si finisca col ritornello che le scuole tecniche sono di serie b, o ancora peggio, tutto dipende da come  sono organizzate e condotte, da come sanno gestire le problematiche e portarle a una vera attenzione degli alunni, a una reale partecipazione. Poi sarà la natura di ognuno a spingere verso interessi che possono restare legati al tipo di studi compiuti o andare in direzioni diverse. Non si dimentichi, per fare solo alcuni esempi, che Eugenio Montale aveva frequentato il professionale, che Salvatore Quasimodo era perito agrimensore (parlo di due premi Nobel), che Sandro Penna era ragioniere, che Leonardo Sinisgalli era ingegnere e che il curatore del volume in questione, Filippo Radogna, è partito dall’Istituto Tecnico Agrario ed è diventato giornalista e scrittore.

Da non sottovalutare la ricchezza delle cinquanta pagine di fotografie che ci mostrano quanto l’istituzione scolastica dell’agrario abbia contribuito ad accendere  e spesso a risolvere manchevolezze. Questo per ribadire che  non è il tipo di scuola che fa la scuola, ma l’organizzazione, la volontà e la necessità di vedere nei percorsi se vale arrivare alla meta.

Sia dato atto a Filippo Radogna  di avere colmato una lacuna e che finalmente adesso è possibile  avere contezza di che cosa veramente è stato il “Gaetano Briganti” per Matera e provincia. Lavori di questo genere hanno il merito, come diceva Umberto Zanotti Bianchi, di aiutare la Storia ad essere più veritiera, più concreta, più credibile. Non è poca cosa.

 

LUCA IRWIN FRAGALE, Genealogia sociale e patrimonio tra Ionio e Mezzogiorno – I Mazzario a Roseto Capo Spulico: ceti e reti dal XIV al XX secolo, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2022, pp. 574.

 

In un momento in cui la società si sta evolvendo (io dico involvendo) e andando verso la perdita dei valori, verso una genericità che tende a fare di tutte le erbe un solo fascio, in un momento in cui, direbbe Zygmunt Bauman, tutto diventa liquido, perfino l’Amore, libri come questo di Luca Irwin Fragale sono una boccata di ossigeno per non perdere definitivamente l’identità, per conservare il minimo di radici con il proprio mondo che ha avuto una storia ricca di umanità, di quel calore che rende veri e credibili i rapporti d’ogni genere.

Un lavoro così ponderoso, ben 574 pagine fittissime e stampate con carattere piccolo, costa fatica e ricerche certosine e Luca non s’è risparmiato, tanto da sorprendermi ad ogni pagina per la ricchezza dei particolari, per la puntigliosità scientifica con cui è riuscito a porre in essere un materiale eterogeneo e sparso nei luoghi più impensati.

Sarà quindi difficile sintetizzare il percorso fatto, darne conto in maniera adeguata, ma prima fatemi gridare di soddisfazione per un evento che finalmente è storicizzato. Swinburne a Roseto ospite dei Mazzario! Capite? Un evento di questo genere ci dice sia delle aperture culturali dei Mazzario e sia della bellezza di questo angolo di terra benedetto da Dio, che è Roseto Capo Spulico. Una targa no?

Luca Irwin Fragale ha saputo organizzare un discorso unitario e rigoroso sulla famiglia Mazzario a cominciare dal Trecento traendo da ogni notizia non soltanto l’indicazione nuda e cruda, che appartiene agli archivisti, ma cucendo il tutto in un affresco che, se non fosse per la quantità enorme di riferimenti e di citazioni, si potrebbe leggere come uno di quei romanzi ottocenteschi scritti da un De Roberto.

Ma quel che affascina maggiormente di tutto il lavoro, e ripeto, affascina, è la chiarezza. Luca ha il dono del narratore che però non lascia al caso gli avvenimenti, li coordina, li utilizza adeguatamente e ne ricava l’itinerario che dà rilevanza alle azioni. Ha quel che si dice, il ritmo

Chissà perché leggendo il libro ho pensato a Benedetto Croce con la certezza che lo avrebbe apprezzato e che l’avrebbe portato ad esempio di come condurre una indagine su situazioni familiari inseguendo una generazione dietro l’altra e dimostrando che, nel bene e nel male, certe famiglie, come quella dei Mazzario, sono state portatrici di civiltà, visto che non si sono arroccate solo nei privilegi, ma hanno cercato di far  crescere, con tutti i limiti dell’epoca e le leggi inique, la popolazione cercando di non renderla in schiavitù. Per capire comunque la fatica enorme occorsa per distillare la valanga di documenti ci si soffermi sull’”Appendice documentaria generale” che occupa circa centocinquanta pagine. Insomma, uno di quegli studi che si riescono a portare a compimento per avere preso l’impegno con se stessi. Mi si perdoni l’autocitazione, accadde anche a me quando mi occupai di tutte le poesie di Tommaso Campanella e di quella di Ovidio.

Imprese che riescono grazie alla passione, ma soprattutto alla serietà delle indagini, mai trascurando anche il minimo particolare. Guicciardini insegna. Del resto, per poter realizzare un testo così, in cui domina la scientificità, che fa spesso delle affermazioni che sembrano perfino apodittiche (si leggano, solo per averne un esempio, le pagine 14 e 15 dell’Introduzione in cui si parla del mondo albanese il Italia) non basta la buona volontà e l’intelligenza che porta alle intuizioni, ci vuole anche l’impegno quotidiano che deve scavare, confrontare, verificare e soltanto dopo affermare.

Ciò che fa Luca Irwin Fragale, al quale va il mio plauso di scrittore, ma anche il mio ringraziamento di rosetano, ma soprattutto, lo accennavo all’inizio, il mio ringraziamento per avere saputo riconnettere un piccolo popolo alla sue vere radici, ridandogli l’identità che rischiava di sfocarsi in rivoli per l’aggressione ormai petulante e sorda dei comportamenti della società liquida.

Dante Maffia

 

ROMA MUSA DELL’ARTE Letto da Dante Maffia


Pur avendo origini lontanissime, risalgono al Medioevo le prime esperienze, l’acquerello non si è mai imposto come la pittura ad olio, forse perché è stato appannaggio di amanuensi e di illustratori o forse perché è luogo comune pensare che nasca dall’impatto  e non dalla meditazione.

Errore grave, che in parte fu superato, non però cancellato, quando l’autorità di Ettore Roesler Franz creò grande attenzione su questa tecnica che è l’unica, come sosteneva una grande poetessa russa Marina Cvetaeva, a saper cogliere a volo l’attimo fuggente, quella sorta di colore vivace e vagante che si coagula in un baleno e si dissolve immediatamente.

Io ritengo, non me ne vogliano gli amici pittori, che riuscire a realizzare opere valide con l’acquerello è assai più difficile, perché tutto si gioca sulla immediatezza, sul nesso che il pulviscolo e la luce riescono ad annodare per rendere non il paesaggio, la strada o il monumento in sé, ma il sogno della strada, del monumento, di un qualsiasi altro soggetto.

Daniela Marzano da anni si è dedicata interamente all’acquerello e oggi finalmente possiamo godere i risultati del suo impegno, della sua ricerca, del suo entusiasmo in  opere che vedono Roma al centro dell’attenzione, ma con intenti che vanno oltre il puro dato illustrativo, per cogliere l’anima della  Caput Mundi, per riviverla in una dimensione oscillante tra sogno e realtà, come se gli scorci della città fossero creature che in punta di piedi venissero a farci visita. Questa cautela ha permesso alla pittrice di riempire di carezze coloristiche i monumenti, facendoli diventare ancora più belli, come ha osservato Maurizio Martena visitando la mostra intitolata “Roma musa dell’arte”.

Daniela Marzano ha saputo entrare nella polpa viva del patrimonio monumentale di Roma quasi ritraendo ogni particolare, ma non è mai caduta, non si è fatta afferrare mai dalla maniera. Credo che la sua grande sfida sia stata proprio questa, ripercorrere un itinerario consueto, riproporre San Pietro, il Colosseo, l’Appia Antica, il Ghetto, Villa Ada, senza farsi sfiorare dalla tentazione oleografica che sta sempre in agguato quando si reiterano situazioni e immagini ormai canoniche.

Ma la ricchezza di questi acquerelli sta soprattutto nella poesia che Daniela è riuscita a immettere realizzando le sue icone. Lo ha fatto come soffiando sui colori, come se volesse acciuffare la sintesi degli elementi che si aprono e si chiudono nei giochi della luce senza mutare la delicatezza che la tavolozza le suggeriva nella sua naturalezza. In questo modo ha rispettato la qualità dell’immagine colta dal suo sguardo, ma l’ha filtrata nelle pieghe del cuore, fino a raggiungere un equilibro formale di rara efficacia. Diversamente avremmo avuto elaborazioni perfette e riscontri realistici, ma non questo fiato che le forme e i colori sono riusciti a rendere sinfonia, armonia d’un concerto che ha fatto davvero rivivere i luoghi portandoli oltre la monumentalità, oltre la storia, adagiandoli nel luogo dell’anima.

Da un punto di vista strettamente tecnico non c’è una minima sbavatura e ciò la dice lunga anche sull’impegno di Daniela che, per esempio, in “Natura e storia” e in “Atmosfere romane” immette il suo entusiasmo restituendocelo con la memoria di chi, ancora una volta, vuole sentire fremere le atmosfere, addirittura i muri.

Insomma siamo al cospetto di un’artista compiuta, che ha consapevolezza del suo percorso e delle acquisizioni teoriche e tecniche raggiunte, ma non si crogiola negli esiti, anzi gli esiti a cui è arrivata la spingono a scavare ancora, consapevole che in arte non si è mai all’approdo, ma sempre sula pista e pronti a nuove conquiste.

Durante la mostra ho dato anche uno sguardo ai due album che Daniela Marzano  ha esposto sopra un tavolo. Devo dire che mi hanno affascinato per la forza espressiva che vi è dentro, per l’invenzione che gioca  sulle sfumature e ne ricava momenti di congiunzioni celesti. No, non esagero, sui fogli di questa pittrice scorre l’anima, non solo la perizia e la bravura e si sa, se nel realizzare opere poetiche, musicali o pittoriche, oltre a dimostrare d’avere gli strumenti necessari per realizzare, si riesce a far filtrare anche il palpito dell’immaginazione e del sogno, allora il risultato sarà davvero convincente, proprio come è il caso di Daniela.

Saluto questa mostra con fervore non solo perché ho scoperto un talento prezioso, ma anche perché forse si può ripartire da lei per far ritornare all’acquerello che, quando è frutto di entusiasmo, riesce a portare nella dimensione dove è possibile trovare il senso del divenire.

L’acquerello, diceva Enotrio, è una finestra aperta all’alba sugli arcobaleni che viaggiano e si scambiano abbracci. Una definizione forse troppo poetica, ma che io trovo vera e che trovo realizzata in queste immagini di Daniela Marzano autentiche, grondanti di vita, di amore vero per una Roma che è diventata tutta sua, ricca di echi lontani, di fermenti che accendono il visitatore e lo rendono complice di una passeggiata rigeneratrice, direi perfino purificatrice.

Gli acquerelli di Daniela hanno anche questo dono, perché a guardarli bene sono anche figli di una metafisica che ha ragioni profonde nel suo animo, che ha sogni costantemente con le ali aperte sull’Infinito.

 

 

martedì 27 settembre 2022

FRANCA PALMIERI, Luoghi e sentieri di Versi, Carbonia, Il Pettirosso Editore, 2020, pp. 125 Letto da Dante MAFFIA

Franca Palmieri è una forza della natura, la sua attività è frenetica. Ha ricoperto incarichi organizzativi in Progetti Educativi e Aree Funzionali, ha condotto interessanti e proficui laboratori di Scrittura Creativa di Poesia e di Teatro, e ha scritto molta poesia, perché la sua natura è essenzialmente di poeta.

Non è facile compendiare in una nota critica il lavoro di Franca, la sua poesia che tocca molte circostanze, molti temi, e sempre con un fare garbato, con accenti di lirismo alto e funzionale al dettato. In questo volume, dal titolo accattivante, “Luoghi e sentieri di Versi”, è evidente la sua ansia di voler abbracciare il mondo intero, la sua necessità di scavare nel profondo dei sentimenti per assaggiarne le valenze paradisiache, ma anche quelle che fanno sentire le vibrazioni della scomodità.

“… su una finestra sventrata

una vetrata aperta sul bosco

un termosifone che pende da un asse

come panno steso che attende

uomini e donne accasciati

ai piedi di case inesistenti

fissano sguardi ammutoliti

su blocchi accatastati

in cerca di voci affetti oggetti

inghiottiti dal fondo della notte…”

 

Un solo esempio a dimostrazione di come la scrittura di Franca sa muoversi sia tra i detriti del sapere e dell’essere, e sia nel trionfo delle apoteosi umane nelle quali appare e dispare il senso nuovo del progredire,  del futuro in atto.

È una poesia che si è nutrita da varie fonti, comprese quelle delle ultime avanguardie, ma che ha raggiunto una sua identità, un suo modo d’essere e dire oltre i processi formali dei linguisti e dei filologi, incapaci di addentrarsi in certe atmosfere surreali. Proprio queste atmosfere suggeriscono alla poetessa momenti alti, passaggi sublimi, direi aurore pennellate da un pittore che, partendo dal figurativo, arriva ai bollori delle incandescenze astratte.

Attenzione, però: “astratto” per Franca Palmieri non vuol dire mai casualità, tentativo di percorrere i viali del nonsenso. In ognuna della composizioni troviamo la fermezza di una donna che sa vedere oltre le apparenze e trova sempre l’incanto e il fermento nidificati nella parola, una parola che lei corteggia, ama, e utilizza come arma per andare in profondità.

Non mi azzarderei mai a parlare, come sono soliti fare alcuni critici, di poesia al femminile; Franca Palmieri scrive poesia senza aggettivi, e la corrobora di immersioni nella pienezza del vivere e del sognare, a volte senza fare distinzioni, perché

“I poeti divorano vite

ne  succhiano la linfa

la fanno propria

perché una non gli basta

e frugano nei dettagli nascosti

nei residui insignificanti

di anime ormai sparite

per trovare il padre mancato

l’amore inseguito…”

 

I dettagli nascosti, i residui insignificanti… ciò che non appare agli occhi dei superficiali, come se la realtà fosse soltanto quella che si vede e non avesse meandri e nascondigli e ragioni effimere o radici lunghe, infinite.

domenica 14 agosto 2022

[A proposito di Quasi un taccuino – Per ascoltarmi, scrivo di Giovanni Pistoia, letto da Francesco Aronne]


Con l’andatura di chi non ha fretta nel camminare come nello scrivere, ma mai rinunciando alla puntualità, arriva Giovanni Pistoia. A chi è impressionato dal suo aspetto austero e schivo diciamo di non cadere nel tranello. Quella con Giovanni è un’amicizia antica. Una volta letto non si lascia più. E ciò che sorprende è che non smette mai di stupire, di accattivare, di dare un profondo senso alla lettura, ma soprattutto alimentare quel piacere indescrivibile che non ci vorrebbe mai vedere leggere l’ultima pagina di un suo libro, per non acquietare il gusto dell’abbandonarsi all’incantesimo delle sue parole, Giovanni poeta? Giovanni scrittore? Giovanni storico? Giovanni tutto questo e altro ancora! Anche stavolta arriva in punta di piedi e con passo felpato. Tra le mani Quasi un taccuino – Per ascoltarmi, scrivo (Lecce, marzo 2022). Anche stavolta ci presenta un oggetto a lui familiare, come la matita o come già accaduto in altri scritti tipo Il vizio degli appunti. Il taccuino ripropone automatismi di richiami mnemonici tipo MoleskineChatwinIn Patagonia, ma quello che ora abbiamo noi nelle mani è tutt’altra cosa. Sempre di viaggio trattasi ma è racconto di un viaggiare tra le pagine in cui Giovanni Pistoia si ripropone come raffinato Maestro del non perder nulla. Egli non crede alla gratuità delle parole, alla loro insignificanza in agglomerati, in associazioni casuali frutto di un pensare debole, distratto, in leggerezza, di un generico pour parler. Giovanni alle parole dà un significato megalitico, autorevole, profondo. Usa le parole con rigore e severità, le assembla con serietà e fatica, come un permaloso compositore che verga sul pentagramma uno spartito solo quando è certo che le note pensate siano definitive. L’ineluttabilità dello scritto che Giovanni consegna ad ogni pagina bianca è un messaggio in bottiglia affidato all’oceano. Anche lui articola il suo volume in quattro stanze separate: Parole d’acqua, Parole di vento, Parole di fumo, Parole in volo. Solitudini, sentimenti, introspezioni, incontri, viaggi interstellari tra lemmi come stelle addormentate che nelle sue articolate galassie ritornano a brillare di luci a noi spesso sconosciute. E ti può capitare di leggere: Io amo questo mare di dicembre, mi appartiene questa spiaggia senza ombre e ombrelloni. L’orizzonte non lo vedo, eppure so che c’è. In fondo, in fondo, dove il finito si infinita [30]. Oppure leggere: Perché io scriva non lo so. Per divertirmi? Per gioco? No, a volte mi costa fatica. Per gli altri? No. Quando scrivo gli altri non ci sono [47]. Ed ancora: Credo che scrivere qualcosa per me, sia null’altro che un tentativo di dialogare con me stesso; una possibilità, forse l’unica, per conoscere quello che di me non so, quella parte di me che se ne sta nascosta in qualche angolo buio, in qualche angusto frammento dell’inconscio [56]. In queste 115 annotazioni l’autore si confessa. Confessa spesso a se stesso (Per ascoltarmi, scrivo) rendendo però partecipe anche il lettore che, ammesso in queste stanze segrete, supera solo con l’incedere nella lettura il disagio di avere accesso ad un’Area Riservata. Nelle due stanze Parole di fumo e Parole in volo possiamo leggere perle poetiche brevi, nate a volte, proprio come perle, da ferite interiori profonde e non cicatrizzate. Tra queste mi sono ritrovato con piacere in quattro poesie che con le loro dediche mi onorano profondamente: Lo sguardo (Pag. 87), Le nostre mani (a Maria Teresa e Francesco nel giorno del loro matrimonio) – Pag. 94), Buongiorno, Francesco (A Francesco Aronne nel giorno del suo matrimonio – Pag. 100), Il gatto e la luna (Pag. 117). Leggere Giovanni Pistoia è perdersi puntualmente e restare intrappolato in una ragnatela di magie, ragnatela in cui è davvero bello abbandonarsi senza mai stancarsi. Il libro si apre con una toccante dedica a Silvana Marrazzo e, proprio come la dedica, l’intero volume si offre anche come un inno all’amicizia sincera.

 

Nota: La nota è inserita nel contesto di uno scritto di Francesco Aronne, Letture d’agosto. Incontrando quattro amici al Bar Mediterraneo, su viale Jonio, al civico 35, che appare nella Testata giornalista FARONOTIZIE.IT, n. 196, Agosto 2022; ora - 14 agosto 2022 - anche su

https://www.academia.edu/84679170/Nota_di_Francesco_Aronne_sul_mio_Quasi_un_taccuino

 

 


venerdì 12 agosto 2022

Questa è la storia del delfino Beniamino e di Silvia bambina immaginosa di Giovanni Pistoia

 

Una notte senza luna

non è una notte scura

se colma la sua lacuna

una volta stellata e pura.

Silvia, apri la finestra

e osserva questo incanto,

ascolta la muta orchestra

di questa celeste ammanto.

Angelo Petrosino

 

Una bambina estrosa e deliziosa, un delfino danza e acrobazia, e poi il mare tutto azzurro e il cielo azzurro come il mare. Il sole brucia e arde ed è malvisto dai passanti, ma le acque, quelle sì, son fresche e spumeggianti. L’estate torrida sembra non finire, ma verrà l’autunno, e poi l’inverno, e cercheremo il sole che, per dispetto, giocherà a nascondino. Intanto, sogniamo mille avventure, e a cavallo di un bel delfino, scorrazziamo per mari, e tra pesci e pescatori, barche e tartarughe, tra gabbiani un po’ acciaccati, squali tagliatori, schizzi, scherzi, schiamazzi, e squittendo, fischiando, strillando, come velieri veleggiamo verso il tempo che fu, che è, che sarà. E mentre sulla battigia bambini festosi inseguono onde birichine, adulti attentamente li rincorrono, e ritornano in quel tempo che fu bambino anche per loro. È bello vivere da bambini ed è altrettanto bello non dimenticare d’esserlo stato.

 

Angelo Petrosino, lo scrittore per bambini e bambine di oggi e di ieri e di domani, non ha mai dimenticato di essere stato ragazzino. E da cresciutello li ha incontrati tra i banchi di scuola, dove per anni ha fatto l’insegnante o, meglio, il maestro; e, poi, dalla sua fantasia sono sbocciati mille adolescenti, che hanno arricchito quel meraviglioso giardino che chiamiamo Letteratura per l’infanzia, anche se preferisco dire semplicemente Letteratura. La sua grande capacità di parlare degli adolescenti, seguendoli attraverso il loro sviluppo emotivo e sociale, gli deriva dal fatto di non mettersi mai in cattedra, ma ascoltando e osservando i bambini nei loro comportamenti quotidiani, non trascurando nessun dettaglio. Spesso i dialoghi, sempre misurati e puntuali, che troviamo nei suoi romanzi, sono il risultato di quello che avviene per le strade, nelle case, nelle aule scolastiche, sui campi di gioco, o sulla spiaggia e in mare come in Le avventure del delfino Beniamino (Einaudi Ragazzi, 2022).

 

In questo romanzo, impreziosito dai disegni freschi, gioiosi e ironici di Sara Not, si raccontano le avventure estive di una bambina, Silvia, di nove anni e di un delfino, Beniamino, fantastico compagno «col naso a bottiglia» di giorni felici. I due condividono giochi, scoperte, vicende; conosceranno il mare e le sue insidie. Sono, naturalmente, gli interpreti di vigorose nuotate nelle limpide acque dell’isola e dell’arcipelago toscano. Qui Silvia vive con il nonno, preziosa presenza, perché la bambina è senza genitori dall’età di due anni. «I suoi genitori erano stati travolti da una valanga mentre sciavano in montagna. Purtroppo, non li avevano trovati subito e non avevano potuto salvarli», scrive Petrosino. Ma questa triste vicenda è appena lievemente accennata. La bambina abita con il nonno, che è impegnato a seguire la nipotina, vispa e intelligente, dandole fiducia, aiutandola a crescere, a sviluppare quelle ali che la renderanno sempre più libera e autonoma nell’affrontare la vita. Anche se apparentemente il nonno non è un protagonista di primo piano nel romanzo – l’attenzione è tutta rivolta a Silvia, a Beniamino e alla Natura – lo scrittore è attento nel farne un educatore prudente, saggio, e sempre aperto al dialogo con la nipote. Non è un caso che è un nonno «grande lettore» e «bravo narratore».

 

Non è opportuno soffermarsi sugli episodi raccontati dallo scrittore; faremmo un torto ai giovanissimi lettori ma anche a quelli non più giovani, che vorranno trovare un po’ di giovinezza nelle fresche e sobrie pagine di Angelo Petrosino. Sì, diciamocelo una volta per tutte, non sono solo bambini e adolescenti i lettori di Petrosino; i suoi romanzi sono letti da maestri e maestre, genitori, bibliotecari, educatori. Ma anche da tanti che, pur non essendo “obbligati” in virtù del proprio lavoro, trovano nelle pagine di Petrosino, pur nella leggerezza del lessico e della costruzione del periodo, profondità di pensiero, approccio a numerose tematiche importanti e attuali,  e un bagaglio immenso di umanità e di dolcezza. E, ancora, quel grande dono che lo induce, nel raccontare eventi più o meno reali, più o meno frutto della sua robusta fantasia, a porre problemi legati all’infanzia senza dirlo, a stimolare dialoghi senza mai dare lezioni. Sembra che l’autore si aggiri premuroso tra le vie, le piazze, e tra i banchi senza mai sentirsi maestro. Lui che fu Maestro di professione, e che continua a essere, sempre più, Maestro nella scrittura e nel comprendere e nel far emergere quel mondo vasto, complesso, misterioso e fantastico che noi chiamiamo, molto frettolosamente, «bambino», «ragazzo», «adolescente».

 

 

Appare per la prima volta in:

https://independent.academia.edu/GiovanniPistoia

 in data 7 agosto 2022

 

e successivamente in:

 

http://parolefiori.blogspot.com/2022/08/questa-e-la-storia-del-delfino.html

 

 

sabato 29 gennaio 2022

ZINGONIA ZINGONE, Viaggio nel sangue, Forlì, CAPIRE Edizioni, 2020, pp. 99. [Letto da Dante MAFFIA]

Libro, a un tempo,  duro, forte e teso con nel fondo una tenerezza infinita, un sentimento alto radicato nei valori della vita, meglio del sangue, proprio come direbbero i vecchi della mia Calabria che quando vogliono sottolineare un legame autentico e duraturo fanno ricorso alla parola sangue.

Un libro anche di devozioni e di agnizioni, che vedono la poetessa  prendere coscienza del suo ruolo di madre e di donna che riconosce i valori dell’appartenenza e ne fa un vangelo (“Nessun tralcio / nasce sciolto dal suo tronco), ne fa il viaggio per sé, quasi come ripetizione del vissuto, ma soprattutto della sua creatura che via via prende atto d’esistere e diventa essenza del divenire.

Non è casuale che Zingonia Zingone, al suo sesto libro di poesia, metta una citazione di Rabindranath Tagore, infatti ella “è celata” nel cuore delle cose fino a organizzare il volume come il percorso che farebbe un agricoltore a cominciare dalla terra vergine fino al raccolto e al chicco. Sì, si tratta di un viaggio (dietro la visione di Zingonia c’è la protezione di Dante Alighieri e del Vangelo) che vuole scoprire il senso del vivere, soprattutto il senso dell’Amore, che vuole rendersi conto perché “L’albero eterno / ha le radici in cielo / e i rami in terra”.

Non è una trovata, un effetto surreale, ma la convinzione che non vi sia nessuna frattura tra cielo e terra, che la “rinnovata maternità” non è una finzione, ma un vero e proprio parto anche se avvenuto soltanto dentro l’anima.

Non nascondo che leggendo e rileggendo “Viaggio del sangue” sono rimasto sconvolto e come defraudato di qualcosa che ancora non riesco a capire in che consiste. La poetessa, con una chiarezza che ci riporta ai classici greci e alle tensioni e alle inquietudini di poeti come la Dickinson, come la Marina Cvetaeva, come la Marianna Moore, in una maniera tutta sua, denudandosi, offrendosi in olocausto senza tuttavia scendere mai a patti, come accade quando dice “Mi capita a volte di estraniarmi/ come se le mie azioni/ non mi appartenessero / come se non fossi io / quella che circola per strada nel mio corpo” conclude che è come se vedesse il mondo “che cresce / attraverso il mio agire”.

Un dettato poetico raro, di una intensità che non è facile raggiungere, di una sintesi che comunque non trascura i particolari e riesce a darci il quadro di un amore che si fa battesimo quotidiano, si fa accettazione dell’ “infanzia eterna / che è l’amore”.

Ma, al di là delle singole composizioni questo libro mi ha affascinato per la tenuta, avrebbe detto Benedetto Croce, per la compattezza stilistica e la qualità linguistica che riescono a esprimere concetti ed emozioni coi fremiti veri di un approdo.

Il tutto oscillando tra una terrestrità suadente e mai nascosta e una spiritualità, che, come tutte le spiritualità vissute con ardore, ha fioriture carnali, accensioni miracolose, a volte anche con tentazioni mistiche.