venerdì 5 novembre 2021

La poesia italiana per l’infanzia nelle pagine di Annalisa Comes di Giovanni Pistoia


Raccontare storie ai bambini, cioè aiutarli a crescere,

aiutarli a imparare a vivere. Vivere, crescere.

Non: sopravvivere; non: trascinarsi; non: adeguarsi all’esserci

consentendo comunque. Vivere e crescere – e cambiare, quindi.

Magari guardando e prendendo in mano il Qui,

per progettare un Altrove che non si trovi altrove ma sia qui,

che sia il Qui trasformato.

Giuseppe Pontremoli

 

«Alla domanda se esista una poesia per bambini si potrebbe anche rispondere subito di no, che non può esistere una poesia per bambini più che non esista una poesia per avvocati, o per maestri di scuola, o per vigili notturni. La poesia esiste autonomamente, a prescindere da chi si trova ad essere il destinatario del suo messaggio; o non esiste. Ci sono poesie che possono essere capite, sentite, diciamo pure vissute dai bambini, indipendentemente dal fatto che siano state create per loro oppure no. E ce ne sono altre, troppo lontane dal loro campo di esperienza, troppo dissonanti con le loro strutture mentali o con il loro mondo sentimentale, troppo discordi con il loro vocabolario perché essi possano in qualche modo goderne. Ma non esiste quella cosa che possa essere poesia per i bambini e non-poesia per gli adulti.» Rodari si poneva questi interrogativi già nel 1972 in un suo saggio dal titolo I bambini e la poesia[1]. L’importanza del tema fu colta da Carmine De Luca, uno dei suoi più acuti studiosi, e proposto nel libro postumo di Rodari, «Il cane di Magonza». Per De Luca, lo studio di Rodari, «si configura come integrazione al saggio La letteratura infantile oggi»[2]. Su questo affascinante argomento l’impegno, negli ultimi anni, di Annalisa Comes con uno studio poderoso, sia per le informazioni fornite e sia per la qualità dei suoi commenti. Titolo del lavoro: «La poesia italiana per l’infanzia in Italia dal 1945 a oggi: riflessioni critiche, testi, illustrazioni. Proposta di antologia»[3]. La storia della poesia per l’infanzia è inserita nell’ambito della produzione e degli orientamenti della letteratura dell’infanzia dagli inizi del secolo al secondo dopoguerra. Suoi punti di riferimento essenziali sono gli studi di Pino Boero e Carmine De Luca, di Anna Ascenzi, Antonio Faeti, Angelo Nobile e altri. È impossibile tratteggiare, in poco spazio, le numerose questioni sviluppate dalla studiosa, l’analitico excursus su questioni che non attengono solo al mondo della letteratura dell’infanzia ma della letteratura in senso ampio. Il rinvio alla lettura del lavoro di Annalisa Comes è, dunque, d’obbligo. Penso sia uno di quei testi che non possono essere sconosciuti a chi si occupa, per i motivi più vari, degli argomentati trattati.

 

Lo studio è diviso in tre parti con un’ampia Introduzione nella quale si dà conto della letteratura per l’infanzia in Italia dal periodo giolittiano al secondo dopoguerra. Ci si sofferma, con dovizia di dati e acute note, sulla poesia per l’infanzia di ieri e di oggi, e ponendosi soprattutto l’interrogativo se la poesia per i bambini possa essere considerata un genere «a sé»: e qui è inevitabile il richiamo a Walter Benjamin, a Gianni Rodari, a Giovanni Raboni. Nella prima parte è esaminato il rapporto infanzia e poesia dal 1945 in Italia e in Europa. Nella seconda sono presi in considerazione numerosi autori che, a diverso titolo, hanno avuto modo di occuparsi d’infanzia e letteratura: Elsa Morante, Dino Buzzati, Emanuele Luzzati, Gianni Rodari, Alfonso Gatto, Giovanni Arpino, Tommaso Landolfi, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Roberto Piumini, Pietro Formentini, Bruno Tognolini, Donatella Bisutti, Chiara Carminati, Sergio Tofano (Sto), Bruno Munari, Pinin Carpi, Toti Scialoja, Pierluigi Cappello, Roberto Mussapi, Bianca Tarozzi, Elio Pecora, Davide Rondoni, Anna Maria Farabbi, Annalisa Macchia, Giuseppe Pontremoli. La terza parte è dedicata alle antologie di poesia per l’infanzia e ragazzi. Ma non è tutto, proprio alla luce dei temi trattati e soprattutto dello spazio critico riservato alle antologie, l’autrice propone una sua idea di antologia. Il testo si completa con un apparato bibliografico di tutto rispetto, un formidabile ausilio per altre ricerche e studi. Un impegno notevole quello messo in atto dalla Comes e alla quale bisogna essere davvero grati. In uno studio così ampio, e con l’indicazione di tanti nomi e opere, è fin troppo facile poter evidenziare qualche manchevolezza: lo studio interessante non citato, l’autore meritevole di essere menzionato e invece assente, o altri rilievi. Lavori come questi non possono essere considerati esaustivi. Senza queste ricerche però non avremmo la possibilità di procedere oltre, di perfezionare il perfezionabile, rimuovere eventuali lacune. Una lettura attenta della fatica di Annalisa Comes, intanto, dà l’opportunità al lettore di avere un quadro abbastanza ampio e convincente dell’importante materia.

 

Avvalendoci della guida preziosa di Annalisa Comes, cerchiamo di verificare più nel dettaglio la struttura e la consistenza della ricerca. A quali domande il lavoro cerca di dare delle risposte? Eccone alcune: è ipotizzabile parlare di specificità della poesia per l’infanzia rispetto a quella destinata agli adulti? Quali sono i testi che caratterizzano eventualmente la poesia indicata specificatamente per l’infanzia? Una tale distinzione, si chiede tra l’altro la studiosa, comporta un approccio critico e metodologico diverso da quello utilizzato per la poesia per gli adulti? Ma poi, i testi per bambini sono definibili come poesia? Ma bambini non è un termine generico? E le domande potrebbero essere ancora tante. A molte di loro il lavoro tenta di dare delle risposte. E per definire il «campo di interesse e per chiarire se la poesia dell’infanzia costituisce un vero e proprio genere letterario, con un suo statuto e regole proprie a cui attenersi», nel libro si indagano e si analizzano i «testi poetici» per bambini in quanto tali, «il loro significato, il loro valore nell’ambito della letteratura per l’infanzia, e il rapporto nell’ambito della letteratura/poesia tout court.» Lo studio offre una panoramica approfondita e un’analisi delle tipologie dei testi poetici suddivisi in due fasce d’età: 0-5 anni (filastrocche, ninnenanne, storie in rima e raccolte in versi per i più piccoli) e per la fascia d’età dai 6 agli 11 anni (antologie e raccolte d’autore). Il periodo esaminato, come si è già detto, parte dal 1945, ossia dalla fine della seconda guerra mondiale, ai nostri giorni. Un aspetto significativo e originale è la riflessione sulla poesia per l’infanzia nell’ambito degli studi di genere: esiste una specificità della scrittura poetica per bambini e bambine al femminile? Quali le autrici? Quale la loro lingua? Ci sono tematiche e figure riconducibili al gender? Questa sezione prende altresì in esame la poesia dei bambini scritta dai bambini: un esercizio, quest’ultimo, sempre più diffuso, a partire dagli anni settanta, e promosso nelle aule scolastiche e che dà luogo a interessanti antologie.

 

Ma chi scrive per i bambini? Quali sono le caratteristiche di questi autori? La seconda parte della ricerca è dedicata, quindi, agli autori e all’importanza che ricoprono nel campo della storia della letteratura. Un viaggio molto interessante, che apre spazi per nuove ricerche. Questa parte termina con uno sguardo ai maestri-poeti/scrittori: da Mario Lodi a Maria Luisa Bigiaretti, da Anna Sarfatti a Silvia Roncaglio, da Vivian Lamarque a Guido Quarzo e Stefano Bordiglioni. Un’attenzione particolare è riservata a Giuseppe Pontremoli, scrittore e studioso notevole scomparso nel 2004. Una scelta, quest’ultima, da condividere e apprezzare[4]. Perché riservare delle pagine esclusivamente ai maestri-poeti/scrittori? «Perché alcuni maestri d’eccezione» - scrive l’autrice - «hanno avuto il merito di innovare, non solo la didattica all’interno della scuola (a volte in modo coraggiosamente utopistico) e l’approccio nei confronti dei bambini, ma anche la scrittura per l’infanzia e, per quello che ci interessa in particolare, la poesia.» Comes ricorda che già nel 1995, Pino Boero e Carmine De Luca[5] avevano posto l’attenzione sull’importanza di questi insegnanti quali «testimoni delle esperienze “autentiche” dei bambini all’interno delle strutture scolastiche.» Spesso questi scrittori e poeti traggono ispirazione, per i loro testi, proprio dal rapporto costante con il mondo infantile.

 

La terza parte, come già accennato, è riservata alle antologie poetiche per bambini. Qui il lavoro è articolato. Non essendoci degli studi critici specifici sull’argomento, l’autrice si è avvalsa di alcuni saggi in materia dedicati alle antologie poetiche italiane, mettendo in evidenze le possibili analogie e le inevitabili differenze. Un’antologia destinata ai bambini, per esempio, non può fare a meno delle illustrazioni e, comunque, di un idoneo apparato iconografico. Le stesse note non possono ricalcare quelle per le antologie classiche, ma devono avere una loro specificità: essere ridotte al minimo, non soffocare il testo. Un ruolo importante nella lettura di antologie poetiche per bambini è da affidare soprattutto all’insegnante.

 

E proprio partendo dagli studi effettuati e dalle esperienze maturate, l’autrice affida agli educatori, studiosi, lettori, nella quarta parte del prezioso lavoro, una sua Proposta di Antologia di poesia italiana per l’infanzia. La composizione dell’Antologia non segue criteri diacronici o tematici; è, comunque, si ribadisce, il frutto delle letture effettuate dall’autrice e dei suoi studi sulla letteratura per l’infanzia e sulla poesia per i bambini nel corso degli anni, dell’esame delle antologie esistenti e della conoscenza del mondo-bambino. Dà un titolo all’Antologia: Un ponte di poesie. Versi per scoprire il mondo. Titolo suggestivo: la poesia come ponte, veicolo di conoscenza; i versi per scoprire e unire. Quali gli autori antologizzati? Gianni Rodari, Janna Carioli, Bruno Tognolini, Erminia Dell’Oro, Stefano Bordiglioni, Chiara Carminati, Nicola Cinquetti, Marialuisa Bigiaretti, Giovanna Zoboli, Nico Orengo, Letizia Cella, Maria Loretta Giraldo, Sabrina Giarratana, Roberto Piumini, Giusi Quarenghi, Gabriele Clima, Vivian Lamarque, Silvia Roncaglia, Antonella Ossorio, Guia Risari, Nicola Gardini, Pino Pace, Pierluigi Cappello, Angela Nanetti, Giovanni Raboni, Gina Bellot, Giuseppe Lisciani, Antonio Porta, Davide Rondoni, Pinin Carpi, Giuseppe Pontremoli, Roberto Mussapi, Arianna Papini, Sara Favarò, Elsa Morante, Elio Pecora, Antonia Pozzi, Aldo Ferraris, Toti Scialoja, Guido Quarzo, Donatella Bisutti, Matteo Marchesini, Maria Sole Macchia, Giovanni Giudici, Sabina Colloredo, Alfonso Gatto, Teresa Parri, Bruno Munari, Pietro Formentini, Franco Antonicelli, Nicola Gardini, Dino Buzzati, Anna Sarfatti, Giulia Niccolai, Bianca Tarozzi, Paola Parazzoli, Rossana Ombres, Marcello Argilli, Alessandro Gigli, Emanuele Luzzati, Elisa Mazzoli, Roberto Denti, Laura Simeoni, Rossana Guarnieri, Alberto Masala.

 Il materiale è davvero tanto, studiato criticamente, stimolante per nuovi studi. Buona lettura.


 

giovannipistoia@libero.it



[1] I bambini e la poesia apparve per la prima volta sul «Giornale dei genitori», n. 6-7, giugno/luglio 1972. Il saggio fu ripreso da Carmine De Luca che lo pubblicò nel volume da lui curato: Gianni Rodari, «Il cane di Magonza», Editori Riuniti, Roma 1982. L’editore Einaudi, nel 2017, ha riproposto la raccolta, così come pensata da De Luca, con la prefazione di Mario Di Rienzo.

[2] Si veda la nota di De Luca a commento del saggio di Rodari nel volume citato.

[3] Annalisa Comes, «La poesia italiana per l’infanzia in Italia dal 1945 a oggi: riflessioni critiche, testi, illustrazioni. Proposta di antologia», Université de Lorraine; Università degli studi (Vérone, Italie), 2019. Il testo è possibile visionarlo in: https://hal.univ-lorraine.fr/tel-02400554/document

[4] Si veda anche Omaggio a Giuseppe Pontremoli scritto da Alberto Melis (altro illustre maestro scrittore) apparso su ècole di giugno 2005 e riportato in: http://www.giuseppepontremoli.it/giuseppe.alberto.ecole.htm

 

[5] Pino Boero, Carmine De Luca, Maestri scrittori, in «La letteratura per l’infanzia», Laterza, Roma-Bari, 1995.

giovedì 4 novembre 2021

Edith Bruck, Il pane perduto, La nave di Teseo, 2021, letto da Giovanni Pistoia

 

Quel pane lievita ancora

di Giovanni Pistoia

 

La storia

quella vera

che nessuno studia

che oggi ai più dà soltanto fastidio

(che addusse lutti infiniti)

d’un sol colpo ti privò dell’infanzia.

Nelo Risi

 

L’ultimo libro, in ordine di tempo, di Edith Bruck, ha come titolo «Il pane perduto» (La nave di Teseo, 2021). Anche se è stato ampiamente recensito e l’autrice è ben nota, non credo sia un libro che vada sintetizzato, accennato nelle sue grandi linee. Non è il frutto della fantasia di chi scrive, è la vita di chi scrive. È la sua adolescenza rapita, è la sua amarissima esperienza, appena tredicenne, nei vari campi e sotto campi di concentramento; la conoscenza della violenza e cattiveria dei fascisti ungheresi, poi dei nazisti e, poi, ancora, dell’indifferenza che la avvolse, come tutti gli altri e le altre, nel dopo-concentramento, a guerra finita. È la tragedia per aver perso la mamma, il papà, il fratellino Jonas nei campi di sterminio, lì dove l’umanità scomparve, e incombeva il «Grande Silenzio» di Dio.

 

Quelle pagine grondano di ferite mai sopite, anche se riferite con parole serene, sia pure pensate, calibrate. Alcune pagine hanno il tono della favola. Ecco l’incipit del volume: «Tanto tempo fa c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida. Nella viuzza del villaggio dove abitava, che si chiamava Sei Case, c’era chi la salutava e chi no.» E nelle ultime righe del testo, l’autrice afferma: «E oggi, persino per me è inverosimile il mio lungo cammino, che sembra una favola nella selva oscura del Novecento, con la sua lunga ombra nera sul terzo millennio.» Edith si salva, sopravvivrà.

 

L’esperienza agghiacciante, e forse non del tutto riferibile, è uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”. “Prima” si viveva, nonostante la povertà della numerosa famiglia, “dopo” si sopravvive per tutta la vita. Gli amici e i parenti, che non hanno subito l’affronto della deportazione e delle conseguenze, non sono più quelli di prima. Non possono capire chi, invece, ha provato sulle proprie carni umiliazioni e dolori, squarci psicologici devastanti. «Solo chi è stato deportato può capire un deportato; anche se tua sorella non può immaginare assolutamente quello che abbiamo vissuto anche perché non è raccontabile oggi dopo tantissimi anni e c’è sempre qualcosa che non hai detto…», così la scrittrice in una bella e intensa intervista a Rai Cultura[1]. Edith Bruck è da anni impegnata nel racconto delle sue vicende e testimone di quel tempo, soprattutto nelle scuole. Lo farà ancora fino a quando le sue forze lo permetteranno. È faticoso raccontare e riraccontare, ma è necessario, è un dovere morale. Eppure non si può dire tutto ai ragazzi. Afferma Edith: «Come fai a dire a un ragazzo nella scuola che, tra l’altro, ho visto un tedesco che giocava a pallone con la testa di un bambino, non si possono raccontare queste cose perché sembrano impossibili, oppure dei bambini congelati per terra a centinaia… è molto difficile…»

 

«Il pane perduto» si legge in poche ore. È breve, lo stile è asciutto, essenziale, intenso. Ma va letto più volte. I fatti narrati, i concetti, le parole, anche le cose non dette, o dette frettolosamente ma che si intuiscono, vanno assorbiti, compresi nel loro significato profondo, meditati. È una testimonianza, e come tale preziosa, scandita con sofferta urgenza. È così. Si avverte nel linguaggio, nel precipitarsi delle pagine, l’impazienza di portare a compimento questo lavoro. La scrittrice si rende conto che, per l’età avanzata e per i malanni che non mancano, ha difficoltà nello scrivere e gli occhi sono ammalati.

Teme, questo il suo cruccio ancora più grande, che la memoria possa abbandonarla. «Forse mi urge mettere sulle pagine ciò che ho accumulato nella mente perché il destino mi sta privando della vista. Già faccio fatica a decifrare la mia scrittura sghemba e le righe ubriache ma ho fretta, il tempo stringe.» E lei avverte, ora come ieri, come sessant’anni fa, come nei decenni trascorsi, come appena fuori dai campi del dolore e della morte, che deve raccontare, raccontare, raccontare, perché lo deve a se stessa, a quanti non hanno potuto farlo. Perché bisogna conoscere, sapere, tramandare, perché la barbarie di ieri non sia mai più, perché mai la dignità debba essere calpestata, e l’uomo ridotto a «meno di un numero». Ha raccolto gli appunti di questa sua odissea, del lungo peregrinare nel tentativo di essere ascoltata (lei che aveva tanto bisogno di carezze, di sicurezza) in diversi paesi del mondo, fino a stabilirsi definitivamente in Italia, dove ha scritto i suoi libri in italiano, lingua che lei considera «il paradiso terrestre».

 

Perché questo titolo? «Dio… Dio… il pane… il pane… »: è l’ultima invocazione della mamma di Edith, ripetuta ossessivamente lungo il suo calvario, da quando, prelevata insieme ai suoi familiari con forza, è portata prima nella sinagoga e poi spinta sul treno dai gendarmi e da giovani croci frecciate, e infine gettata nella fila «sinistra», che significava, nel codice di Auschwitz, «camera a gas immediata». Quel pane abbandonato, quasi tradito, offeso, nella casa vuota e sfregiata, aveva un significato dolorosissimo per quella mamma: la certezza dell’annientamento della sua famiglia, il terrore per la giovanissima Edith, che riceveva dalla madre coccole inusuali. Il presagio della fine di tutto. E davvero fu la fine di tutto.

 

Era la settimana della Pasqua ebraica. La famiglia seguiva il rituale festivo ma l’atmosfera non poteva essere gioiosa, non solo per le minacce che si abbattevano sulle famiglie ebraiche del paese, ma anche per la povertà che mordeva. «I figli», si legge nel libro, «sopportavano meglio anche lo stomaco semivuoto per la mancanza del pane e con l’azzimo scarso che doveva durare otto giorni.» Eppure la famiglia di Edith riceve in dono della farina dai vicini di casa. Di buon mattino, dopo averlo fatto lievitare durante la notte, la mamma stava per infornare quel pane, quando i fascisti ungheresi piombarono sulla loro casa per strapparli tutti dal loro nido.

 

«Ma la buona vicina di casa Lidi aveva donato subito la farina per il pane alla fine della festa, che cadeva quasi sempre in aprile, e le mani amate della madre con gioia visibile stavano lavorando nella madia, dando pugni e schiaffi alla pasta. Nelle grandi ciotole di legno, durante la notte, sarebbero ben lievitate per essere infornate all’alba.

La madre era già semisveglia per preparare il fuoco quando bussarono forte alla fragile porta, e si svegliarono di colpo tutti.

Prima che potessero chiedere “Chi è?”, ai successivi colpi, sempre più violenti, la porta cedette. Nel vano apparvero due gendarmi che urlavano di uscire entro cinque minuti, con un solo ricambio di abiti, lasciando valori e denari a casa.

“Il pane, il pane!” gridava la madre.

“Svelti, svelti!” ripetevano loro.»

 

Quel pane perduto non è andato perduto del tutto, è stato ritrovato negli anfratti della memoria, dove si era celato perché fosse riafferrato, reimpastato, lievitato nuovamente e finalmente consumato per alimentare la nostra mente. Quel pane è la memoria che si conserva, è il ricordo che non va cancellato, è il racconto di un orrore che si fa fatica ancora a credere. È un monito per i tempi di oggi, per quelli di domani. È un urlo di dolore e di forte denuncia verso quanti, ancora oggi, si mostrano spavaldamente con svastiche e rituali di un tempo atroce, che mai deve essere dimenticato o sminuito, né mai deve essere richiamato in vita.

martedì 2 novembre 2021

MILO DE ANGELIS, Linea intera, linea spezzata, Milano, Mondadori, 2021, pp. 104. [Letto da Dante MAFFIA ]



“e m’accorsi / che ormai da sette giorni sotto il mio cuscino/ dormiva la morte”. Evidente, dunque, che si tratta di un percorso che vive a dispetto del silenzio e della morte, della cancellazione, e infatti verso dopo verso sentiamo una cadenza che si apre e si adagia in lunghe pause, in strozzature eclatanti che preludono a visioni in cui passato, presente e sogno s’intrecciano e ridisegnano la vita del poeta nelle sue accensioni e nelle sue contraddizioni, con apparizioni che sembrano banale quotidianità e invece sono strazio e dolore, perdita e dissolvenza.

Del resto i titoli delle quattro sezioni sono espliciti, la linea che corre dritta e si spezza, le tappe d’un viaggio notturno senza romanticherie ed esaltazioni decadenti, i dialoghi con le ore contate e addirittura l’aurora con il rasoio. Eppure non c’è nulla di disperante, come se luci e ombre, miseria umana e gioia, dolore e spiragli di sereno fossero un’unica matassa che si srotola soffermandosi a caso su un aspetto o un altro, mettendo sul medesimo piano verità e bugia, realtà e visioni, cose realmente accadute e cose che appaiono e sfumano in parole neutre, dentro parole neutre, che però hanno la pretesa di significare: “E tu cominci a sentire, nelle parole che hai detto, il respiro / di quelle taciute: sono lì, bussano alla porta / non se ne vogliono andare, restano ferme fino a sera, / ti sfiorano il viso e si allontaneranno solo all’alba / Restano lì e la stanza diventa un’aula di tribunale e tu / sei l’imputato. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio. / Le attenuanti non contano: dovevi parlare, dovevi / tirar fuori la bestia, esporre il demone nero al pubblico giudizio, / mostrarlo alla primavera, spargerlo per il mondo, guarire”.

Un esempio di come Milo sa entrare e uscire dall’angoscia, domarla, ironizzando e coinvolgendo le cose attorno in modo che tutto, ma proprio tutto, diventi occasione per decifrare il senso primo e ultimo del vivere e del morire, per captare che cosa c’è dietro il paravento delle giornate che scorrono nella plaga del silenzio e della solitudine.

No, non c’è Franz Kafka, ma semmai un’eco della lezione di Arthur Schnitzler e di Elias Canetti, e c’è invece l’attenzione alle minuzie, spasmi, contorcimenti di ciò che appare e non è, di ciò che sconfina nel sogno.

Il malessere che circola nei versi ha qualcosa di assurdamente indecifrabile, come se scaturisse da una fonte di cui non si conosce l’origine e dunque l’accatastamento delle paure si sfalda nell’indistinto, non trova una ragione, non si spiega nulla. E’come se Milo De Angelis navigasse su una nave priva di motori e di remi, priva di marinai, che tuttavia va per i mari, perfino per i mari sconosciuti e per i mari che un giorno si formeranno in qualche nuovo luogo, forse dell’anima.

Alla base di tutto però i ricordi esistono in una forma che ha qualcosa di dannatamente efficace e pongono in essere un fluido misterioso che anticipa le emozioni, le spezza, le butta nel cestino dei rifiuti.

Abilissimo Milo a tessere la trama dell’impossibile, dell’indecifrabile, della violenza che non trova lo spiraglio per far naufragare il mondo.

In questo sfasamento della realtà parrebbe impossibile che il poeta possa camminare stilisticamente e idealmente per una strada non accidentata e invece trova poesia dopo poesia un rigore fermo, una facoltà labirintica di fermare il passo alla disgregazione. Il risultato è un impasto linguistico comunicativo e vigile, l’affascinante deriva d’un nuotatore che ha saputo districarsi dalle onde furiose e arrivare alla riva per poter dire a s stesso a e al mondo: “La vita continuerà altrove... / Il mondo continuerà altrove e io saluto tutti voi nella corsa, / saluto la mia vita, breve, recisa, definitiva”.

 

Dante Maffìa

 


martedì 14 settembre 2021

Angelo Petrosino, Fratello & Sorella per forza, Einaudi Ragazzi 2021

 



Freschissimo di stampa direttamente dall’Einaudi Ragazzi il nuovo affascinante libro di Angelo Petrosino «Fratello & Sorella». L’autore, che ha accompagnato con le sue avventure più generazioni, ritorna nelle librerie con un testo … non vi dico nulla. Il volume è illustrato dalla matita raffinata della poliedrica artista Giulia Sagramola. Buona lettura.

 




Angelo Petrosino

Illustrazioni di Giulia Sagramola

FRATELLO & SORELLA

PER FORZA

 Einaudi Ragazzi, agosto 2021

lunedì 13 settembre 2021

 


SALVATORE GEMELLI, Gerace Paradiso d’Europa – Guida per un approccio storico artistico ambientale, Roma, Gangemi Editore, 2021, pp. 239

Prefazione di Paolo Maria Gemelli – Postfazione di Francesco Maria Spanò

[Letto da Dante MAFFIA]

 

Ho sempre amato i libri che si occupano di singole città, di singoli paesi perché danno la possibilità di poter camminare agevolmente per le strade, visitare i monumenti, addirittura respirare in libertà, godere sapori e profumi che spesso escono da una finestra, da una porta mentre una donna sta preparando il sugo per i maccheroni fatti in casa.

Questa breve premessa per fare intendere ai lettori che una guida dedicata a un piccolo paese è un gioiello che non trascura nulla né dei luoghi, né di tutto ciò che è la vita, che è stata la vita e l’ambiente.

Ovviamente per scrivere un testo così bisogna aver vissuto il paese intensamente e coralmente appropriandosi d’ogni particolare, d’ogni minuzia, d’ogni filo d’erba.

Cosa che ha fatto Salvatore Gemelli, geriatra che giorno dopo giorno ha accumulato notizie, documenti, leggende, miti, il quotidiano fluire di mille avvenimenti che sempre arricchiscono una comunità dandole la sua identità, il suo passo umano e sociale.

Il figlio di Salvatore Gemelli, e Francesco Maria Spanò, hanno riproposto la ristampa di questo gioiello che rende a Gerace la sua bellezza e la sua grandezza non per astrazione, ma nella verità dei sensi più riposti, scrivendo rispettivamente la “Prefazione” e la “Postfazione”; pagine, devo dire, che hanno saputo condensare gli intenti e gli approdi dello storico e ne hanno evidenziato il lavoro certosino.

Soltanto un assaggio di quel che ha scritto Paolo Maria Gemelli: “Della versatilità di Salvatore Gemelli…merita ricordare sia pure brevemente la competenza e la profondità con cui affrontava i più svariati argomenti culturali, sociali e anche di storia dell’arte” per comprendere che siamo dinanzi a un personaggio d’altri tempi, al cospetto di un medico che nei momenti di pausa dal suo lavoro, come un antico umanista, si dedicava a indagare ciò che la storia e la natura gli aveva posto attorno.  Per non parlare dello scritto di Spanò e del ricordo di Enzo D’Agostino.

Voglio dire che per fortuna da decenni ormai dedicarsi a scrivere pagine vere e sublimi (come in questo caso) sulla propria terra, non è un atto di campanilismo, come per lungo tempo è stato fatto credere. La microstoria ormai sappiamo valutarla nella sua essenza non solo di documento, ma anche si apporto necessario per illuminare il cammino della Storia, con la maiuscola, in modo che le affermazioni non risultino più solo e soltanto generalizzazioni più o meno possibili.

Leggere questo libro è come immettersi in una sorta di viaggio che non trascura nulla e dà la possibilità di guardare, di vedere, di soffermarsi e rendersi conto che non è soltanto il Louvre a insegnare e far amare l’arte, soprattutto quando si tratta di arte del passato, come nel caso di Gerace addirittura medioevale.

Paradiso D’Europa non è una sorta di spocchia che viene sbandierata, ma una constatazione che nasce dalla concretezza. Visitare Gerace non è la solita scampagnata che per potersi risolvere bene deve concludersi con una bella mangiata e una bella bevuta. Gerace ha un cuore immenso, le sue pietre hanno l’anima, la sua Cattedrale ha qualcosa che lascia addosso una promessa. E’ accaduto anche a me, che pure un po’ i musei di tutto il mondo li ho visitati. Evidente che l’approccio, come giustamente lo chiama Salvatore Gemelli, non si risolve nella casualità, ma si rispecchia e si muove nella realtà di una misura umana e artistica che s’impone e afferma il suo canto.

Dunque questo libro direi che è necessario, e Gangemi ha fatto bene a riproporlo. E’ un viatico essenziale e ricco, e se Gerace è stata chiamata “Paradiso D’Europa” non si pensi che sia stato soltanto una ventata di narcisismo. Ricorda Marina Conti, nel quarto di copertina che “il titolo prende spunto dalla definizione di Francesco Malarbì, sacerdote e latinista geracese del Settecento, Europeista ante litteram come lo definisce Francesco Maria Spanò nella postfazione …”.

Insomma, è bene ribadire che non si tratta della solita monografia storica sul proprio paesello, ma di un’opera curata in ogni sezione ovviamente senza trascurare, prendo dall’indice, l’Interesse storico, quello monumentale, urbanistico, ambientale, le escursioni, la visione d’insieme del paese e del paesaggio, le porte urbiche, le Chiese, e via dicendo.

Importante sottolineare che il linguaggio adoperato da Salvatore Gemelli è sempre preciso, oculato e scientificamente rispettoso e tuttavia il libro si legge e si segue come un romanzo, uno di quei romanzi in cui la storia, l’arte, l’architettura e il paesaggio sanno far vivere appieno la grazia e la fermezza di un popolo che sono rimaste appiccicate nell’aria e fluttuano ogni volta che qualcuno arriva a Gerace con l’animo sgombro.

Un dispiacere. Giulio Palange, in “Guida alla Calabria Misteriosa”, edito da Rubbettino, dedica a Gerace appena diciassette mezze righe.

 

giovedì 8 luglio 2021

Con Carmine nel giardino di Gianni, di Giovanni Pistoia Nota di Eleonora BELLINI (in LE LETTURE DI DON CHISCIOTTE)

Con Carmine nel giardino di Gianni, di Giovanni Pistoia

Nota di Eleonora BELLINI (in LE LETTURE DI DON CHISCIOTTE)

 

Carmine De Luca è ricordato come autore di testi scolastici ("Parole in viaggio", nota e fortunata antologia per la scuola media), saggista e giornalista, nonché come esperto appassionato degli scritti di Gianni Rodari. Insegnante, collaboratore del quotidiano L’Unità nei suoi anni gloriosi e degli Editori Riuniti dedicò infatti molta parte del suo lavoro alla letteratura per l'infanzia. Chi non ricorda la collana di fiabe che uscì nel 1996, proprio per i lettori de L'Unità e in collaborazione con le edizioni Einaudi? Si trattò di quattordici libretti dedicati alle fiabe tradizionali di diversi Paesi del mondo; grazie anche alle note critiche di De Luca, l'operazione si rivelò particolarmente interessante e i libretti preziosi e duraturi.

Ora Giovanni Pistoia dedica al fortunato sodalizio non solo editoriale, ma anche di ideali e di pensiero, tra De Luca e Rodari questo volume, ricco di importanti contributi dello stesso Pistoia, molti dei quali precedentemente apparsi solo in rete, e anche di illuminanti testi rodariani dello stesso De Luca, pubblicati prevalentemente su riviste o su libri ormai di difficile reperibilità. Seguono qui dunque alcuni cenni sui contenuti del volume, che costituisce un affascinante viaggio nella memoria per ogni estimatore di Rodari.

La prima parte del libro contiene scritti di Pistoia, tutti di indubbio interesse e particolarmente adatti a riportare alla mente temi rodariani, anche attraverso le puntuali citazioni e i riferimenti critici, tratti sia dalle opere del "favoloso Gianni" sia da quelle di De Luca. Da "Il cane di Magonza" e il suo perché alla Freccia azzurra nelle diverse edizioni, dal cavallo saggio "che uccideva i microbi" al mito di Atalanta, in queste pagine l'autore rivisita i contenuti e la fortuna delle opere di Rodari insieme alla loro lettura, acuta e approfondita, da parte di De Luca.

Nella seconda sezione del libro, "L'appendice" vengono offerti al lettore proprio gli scritti di quest'ultimo che spaziano dal Rodari giornalista all' invenzione della Fantastica, alle poesie e alle filastrocche, vero e proprio "atto di fede verso l'infanzia. I suoi versi sono giocattoli poetici (così Rodari amava definirli) messi a disposizione dell'infanzia perché essa apprenda gli strumenti e l'impegno (la "passione") a prodursi nelle forma il più possibile libere". Quanto alle filastrocche, il saggio di De Luca (del 1991) le inserisce nella tradizione francese e inglese che tributa una "diffusa stima senza condizioni per versi e strofe cantilenanti", praticate, com'è noto, anche da grandi autori. Una convalida, ce ne fosse ancora bisogno, che la "roba per bambini" non è "roba da poco". Concludo ricordando, sempre a questo proposito, un aneddoto relativo ad Auden citato nell'articolo: "Auden ai giovani aspiranti poeti che incontrava chiedeva preliminarmente un'opinione sulle filastrocche. Se l'interlocutore dichiarava interesse per i componimenti in versi destinati all'infanzia, la conversazione proseguiva. In caso contrario, i giovani di belle speranze poetiche venivano bruscamente congedati".

 

Lunedì, 5 luglio 2021

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Giovanni Pistoia, Con Carmine nel giardino di Gianni (Nota di Pino BOERO)

Dal sito del prof. Pino BOERO (11 aprile 2021)

http://www.pinoboero.com/index.php/category/libri-ricevuti/

 

Giovanni Pistoia, Con Carmine nel giardino di Gianni

 

«Giovanni Pistoia, intellettuale calabrese di Corigliano Calabro (Corigliano-Rossano), era amico fraterno del suo concittadino Carmine De Luca (1943 – 1997), giornalista, critico illustre, valorizzatore straordinario dell’opera di Gianni Rodari e della letteratura per l’infanzia, non stupisce quindi che nel corso degli anni abbia inteso valorizzare l’opera di Carmine attraverso la sistemazione e pubblicazione dei suoi scritti rodariani spesso dispersi in volumi introvabili. Questo suo nuovo volume oltre a consegnarci ancora le parole di Carmine, punto di riferimento ancora oggi per chi voglia occuparsi di Rodari, presenta anche testi dello stesso Pistoia apparsi in rete (blog, Facebook, siti internet) che si raccomandano per precisione di riferimenti e acutezza critica: un bel modo di onorare due “grandi”, Rodari e De Luca, che in modo diverso hanno lasciato segni indelebili nella nostra storia della letteratura per l’infanzia.»

lunedì 24 maggio 2021

La sfida era il suo sogno di Giovanni Pistoia

 



Alle soglie d’autunno

in un tramonto

muto

 

scopri l’onda del tempo

e la tua resa

segreta

 

come di ramo in ramo

leggero

un cadere d’uccelli

cui le ali non reggono più.

Antonia Pozzi

 

 

I sogni non muoiono all’alba né al tramonto; semplicemente non vanno mai via. Muoiono i sognatori, a qualunque età, in qualunque momento. In quel frangente vi sono sogni che restano orfani, persi sotto un cielo disorientato, smarrito, impaurito. È necessario che qualcuno li faccia propri, se ne impossessi perché il sognatore che non c’è più, riprenda a vivere, perché la sua morte non sia vana, perché non si può morire per poca cosa, o per nulla. Francesco Tarantino era un sognatore; non aveva sogni nel cassetto, vibravano attorno a lui, ne faceva partecipe gli amici e i conoscenti, o i lettori attraverso le sue poesie, rifugio e collane di parole in combattimento. Che fare, dunque? Lasciare che i suoi sogni, come poveri diavoli calpestati vaghino senza meta? Francesco non merita tanto oltraggio, e i suoi sogni, robusti, e alti, e nobili, devono riprendere a volare, continuare il viaggio che non cessa. E, quindi, anche con questa pubblicazione, si alzino le vele, l’oceano attende. Riprenda Francesco la sua voce, mentre chi resta rispetterà il suo silenzio. E mi risuonano i versi di Shelley:

 

Spingi i miei pensieri morti sopra l’universo,

come foglie secche a ravvivare una nuova nascita!

E con l’incantesimo di questo verso,

 

spargi, come da un inestinto focolare

cenere e scintille, le mie parole fra gli uomini!

Sii attraverso le mie labbra per la Terra torpida

la tromba d’una profezia! O Vento,

se Inverno viene, più forse Primavera essere lontana?[1]

 

«Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta» afferma Philip Roth[2], e Tarantino ha segnato e seminato solchi belli, partendo dal suo sconsiderato amore per le proprie radici, per il suo paese che, pur vivendolo in modo conflittuale, come manifesta in tanti suoi scritti[3], ne ha fatto l’architrave della sua vita, il nido, la tela di ragno dove ha intessuto cocciutamente la propria esistenza, talentuosa e insofferente. Ben si addicono per lui le parole di Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.[4]»

Ha gridato la sua collera e l’amarezza profonda quando si è visto tradito, ferito (si pensi ai suoi accorati versi sugli alberi recisi nel camposanto del suo paese[5]), o nei momenti dello sconforto, non rari nei sentieri calpestati:

 

«Morire della solitudine più nera abbarbicato alla rocca, ad un mondo chiuso in se stesso, dove lo sguardo non raggiunge che i monti e paesi vicini, qualche camion in autostrada e la statale con una vettura ogni tanto, un paio di cavalli e ciminiere, senza una donna da immaginare, o, forse, pensata irraggiungibile e castrante, al punto da sentirsi indegno, inadeguato, inadempiente senza forza congiungente se non confusa-mente impotente. Morire lontano da ogni-ben-di-dio, dalla bottiglia e dalle sigarette tra un cortile, un orto e le campane ad ogni quarto d’ora, quelle domenicali, festive, serali e mattutine e, le ben più lente, funerarie: le campane a morto, quelle che non senti l’ultima volta nonostante i rintocchi segnino l’abbandono della posizione eretta e della casa che t’ha accudito i giorni, i mesi, gli anni che hai contato e le solitudini in cui ti sei dimenato.[6]»

 

Eppure di quel paese ne ha sempre coltivato un sogno, auspicato un civile e moderno progresso, un villaggio, Mormanno, non sperduto tra le amenità di colli, ma Borgo d’eccellenza d’umanità e cultura, sempre e comunque aperto sul mondo. E cittadino del mondo, in fondo, era Tarantino con i piedi conficcati fra le dorsali del Monte Vernita e della Costa, come la piccozza del Pascoli che riflette le stelle dell’Orsa[7].

C’è un obbligo doveroso per chi resta nel ridare ali ai suoi sogni, perché Francesco sarà in futuro quello che vorranno e sapranno fare i suoi amici e conoscenti; sarà, parafrasando Luis Borges, nuvola, mare, oblio, rosa che si tramuta in altra rosa[8].

 

Noi siamo tutto quello che abbiamo smarrito, tutto quello che abbiamo perso. Ognuno di noi, ne sia cosciente oppure no, si porta in sé, il dolore, l’amore, la bellezza, il canto dei tanti che abbiamo lasciato andare senza aver potuto frenare quell’addio. Tarantino sarà, ancora una volta, canto sereno, brezza di mare, voce robusta e feroce contro il malaffare e le ingiustizie del mondo, acuminato urlo contro i guerrafondai di turno. Lo so, non è un compito facile per chi resta, ma lo si deve al poeta e alle sue scelte di vita; vita austera, rigorosa, di utopista sincero e appassionato, pur confrontandosi, senza timori, col fango della quotidianità. Una quotidianità che non ama gli spiriti liberi, ribelli, non omologati e non omologabili. Quella realtà del quotidiano che non ama chi è ai margini della società; società spesso indifferente, che rifiuta i poveri cristi, i diseredati della terra; uomini e donne senza nomi, con la dignità calpestata, denudata, offesa.

 

La sua è, di conseguenza, anche, e in maniera rilevante, poesia della resistenza; resiste e sfida il disfacimento delle relazioni umane, denuncia la disumanizzazione dell’uomo, la perdita delle emozioni e dei sentimenti più puri, l’ipocrisia e il falso perbenismo.

Polemizza, urla, impreca, si indigna, si irretisce. E lo fa, a volte, con linguaggio crudo e diretto, e senza mediazioni lessicali. Il verso diventa, in queste occasioni, la frusta che il poeta usa per manifestare la sua rabbia. Non tace, per esempio, dinnanzi allo squallore di chi usa l’ingegno per fottere un popolo bastonato; denuncia chi fa della chiesa opera di mercimonio, i taccagni spilorci e avari, le lerce canaglie che hanno prodotto e producono guerre, i miserabili e strafottenti che per soldi calpestano la dignità della povera gente. Non si rassegna nel vedere l’indifferenza verso gli indifferenti. In tanti dei suoi testi, in versi o in prosa, sono sviluppati temi a sfondo sociale. La poesia è per Tarantino un rifugio dinamico, non l’abbandono del mondo ma un mezzo per stare vigile nel mondo. Autodifesa e vendetta, per citare Kutilov:

 

La poesia non è una posa o un ruolo.

È una lotta eterna, come la vita sotto il sole,

la poesia è la mia reazione al dolore,

la mia autodifesa e la mia vendetta![9]

 

È il dolore più che la memoria il filo conduttore dell’intera raccolta che abbiamo nelle mani. Di certo la memoria di quei nomi, oscurati in vita per tanti motivi, coniuga i vari ritratti ritagliati dal poeta, ma quegli uomini e quelle donne sono attraversati dal dolore, i loro giorni non hanno conosciuto che una vita di sofferenza e di solitudini; presenze sanguinanti, eppure invisibili a molti. Di quella umanità Tarantino ne vuole respirare l’alito, sente di farne parte; è come se volesse condividerne il calvario quotidiano e esistenziale. Sa che se dimentichiamo il dolore degli altri, siamo tutti condannati. E mi vengono in mente le parole di Guido Ceronetti: «Se dimentichiamo il dolore siamo perduti. La disumanità, l’astratta, l’orribile disumanità, ha le sue reti in ogni vacanza intellettuale del problema del dolore. Non capire che tutto soffre equivale a non capire.[10]» Ma Francesco Tarantino, come uomo e come poeta, lo ha sempre saputo. Questa raccolta di versi ne è ampia documentazione, altro testamento che ci affida, altra traccia da seguire. Il poeta, pur sensibile ai problemi religiosi e soprattutto spirituali, non teme l’inferno di un mondo altro, che si pone oltre l’orizzonte della vita terrena. Teme l’inferno che è sulla terra, e guarda con occhio ostile chi impedisce qui, sulla terra, una vita dignitosa, un angolo di paradiso. Scrive Italo Calvino: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.[11]» Tarantino non accetta l’inferno, lo denuncia. Ed è quello che fa in Memorie oblique dando spazio a quella umanità sensibile e tradita.

 

Francesco crede nell’amore, pur se l’amore lo ha segnato per tutta la vita, crede nella verità, nella poesia e nella verità che la poesia tenta di esprimere. Scrive Ritsos:

 

Disse: credo nella poesia, nell’amore, nella morte,

perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,

scrivo il mondo; esisto, esiste il mondo.

Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume.

Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza

è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.[12]

 

Ed è questa verità che Tarantino cerca soprattutto tra i sofferenti, e i ritratti che ci consegna, attraverso la sua scrittura poetica, sono l’espressione di questo scavo e di questo amore.

 

Molti dei centoventicinque testi contenuti in questa opera esprimono lo stato d’animo alla notizia della morte di qualcuno di questi amici o semplici conoscenti. Apparentemente potrebbero essere intesi come l’omaggio del poeta che accompagna, con i suoi versi, chi non c’è più, un conforto per i parenti, se mai il deceduto ha lasciato qualcuno che pianga per lui. Non è proprio così, certamente c’è anche ciò, ma non è l’essenziale. Qui la poesia non sanziona una dipartita, ma una ripartenza, sia pure nella memoria finché memoria dura. A volte non è neanche questo; non si può parlare di ripartenza per chi ha attraversato la vita senza averla vissuta. Tarantino si fa raccoglitore di ombre, ma ombre che ritornano luce e, molto spesso, per la prima volta luce senz’ombra. Si fa cantore di morti strappati alla tomba, perché almeno sulla carta, che dura nel tempo, abbiano una qualche visibilità, uno sprazzo di dignità loro negata. Abbiano un nome. Non poche volte una certa sociologia spicciola definisce in più modi questi soggetti: ultimi, indifesi, emarginati, invisibili, matti, dementi, esclusi, dimenticati, fragili e, perché il paniere sia più pieno, anche donne, vecchi e bambini. Si costruiscono stereotipi, etichette, cliché, anche quando si è in perfetta buona fede. Il risultato è la sostituzione dei numeri, usati dalla statistica, con categorie-ghetti. Tutto si spersonalizza e si fa amalgama fumoso.

 

I soggetti di Tarantino sono veri, i personaggi sono in carne e ossa, e la loro storia è irripetibile; potrà avere analogie con tante altre ma è unica; unica la vicenda narrata, e porta quel nome, e quel nome non può essere confuso con altri. Piaccia o no, ognuno di noi è unico al mondo.

 

Il lettore, che avrà la bontà di scorrere queste pagine, potrà conoscere Giacomo, che fu bollato matto senza pietà; Zan Gogh, che suonava il clarino con una musica incomprensibile a molti; Pino, lacerato da un pugno, benvoluto e sfottuto con un poco di vino, icona da filmare ed esportare, rimasto solo con l’amico cane; Nancy, emancipata e perdente; Renato, che spiccò l’ultimo volo oltre i gradini; Rolando, al quale diagnosticarono il cervello contorto e fu bollato pazzo perché lo rinchiudessero dentro; Maggie, che chiamavano strega e non vestiva alla moda e parlava con i morti al suono di violino; Ibrahim Laaraj, migrante in tempi non sospetti, venuto con un carico di sogni e invece un giorno riconsegnò la pelle e ora giace nel camposanto senza fiori e senza famiglia;  Falk, perfino punito dalla chiesa per quel suo ultimo volo, e se ne andò senza estrema unzione; Zu Peppe, che sapeva parlare soltanto con la musica del suo organetto, vestiva una giacca color grigioverde ma non amava l’esercito e la battaglia e aveva nella testa il rimbombo della mitraglia; Rosina, che era un sussurro il suo lamento, nascosto all’assillo di sciacalli compiacenti; Raf, che era l’assillo del suo cervello; Vincent, che fece della sua sedia, dove era costretto a vivere, la sua arena; Lady H, un balordo ha tranciato la sua bellezza.

 

Mi fermo qui. In queste pagine il tono del poeta è sommesso, pacato, commosso, discorsivo. Non è sempre così; ricompare, a volte, il Tarantino dal timbro polemico, caustico, aspro quando affida al ricordo chi non merita alcun ricordo. In questi ultimi casi, la sua parola è tombale, consegna alla terra chi in vita ha causato, con i suoi comportamenti, dolori agli altri. No, non si erge a giudice, ma anche in questo contesto la sua voce manifesta uno spirito guerriero, indocile, mentre la poesia cerca pur sempre la verità, costi quel che costi. Soprattutto in questi versi il poeta è immerso nel pantano quotidiano; la sua poesia non è rifugio nel metafisico, ma guarda in faccia il mondo. La poesia prende il mondo così come è:

 

Fuori esiste il mondo. Fuori, la splendida violenza

o gli acini d’uva da cui nascono

le minuscole radici del sole.

Fuori, i corpi genuini e inalterabili

del nostro amore,

i fiumi, la grande pace esteriore delle cose,

le foglie che dormono il silenzio

 – l’ora teatrale del possesso.

 

E la poesia cresce prendendo tutto nel suo grembo.

 

E ormai nessun potere distrugge la poesia[13].

 

Con Memorie oblique, Francesco Tarantino irrobustisce il suo già ricco patrimonio di liriche[14] e ritorna, dopo la parentesi di Getsemani o dell’inquietudine, alle sue amate quartine. Infatti, ben centoventuno componimenti, di questa antologia di volti e di affanni, sono quartine. La rima contraddistingue la struttura della sua poesia. Tremilacinquecentosettanta versi senza alcuna punteggiatura. Neanche un punto finale. Il poeta ha voluto affidarsi interamente all’efficacia della parola, senza distrarre il lettore da virgole e punti e virgola, lasciandogli piena libertà della scelta delle pause. Una tecnica usata in tutti i suoi scritti poetici, ad eccezione di Getsemani, dove i segni dell’interpunzione trovano un uso accorto, e in qualche altra poesia. Con quest’ultimo lavoro certamente Tarantino contribuisce a infoltire l’importante letteratura sugli esclusi e discriminati, che ha visto impegnati, ieri come oggi, non pochi autori, a prescindere, ovviamente, dalle analogie e diversità, dagli esiti stilistici e dai meriti letterari di ciascuno di loro.

 

Come non ricordare Pier Paolo Pasolini[15] e il suo mondo di reietti, di poveri economicamente ma ricchi di umanità e i suoi ragazzi delle borgate romane; Alda Merini[16], alla sua personale testimonianza di ospite degli istituti psichiatrici; Fabrizio De André[17], nella speranza che qualcuno non si scandalizzi per questa citazione. E ancora, Dante Maffia[18], che dà voce agli immigrati dei barconi, ai malati di mente, o presunti tali, di vecchi ospedali “per matti”. E come non pensare alla scrittrice Simona Vinci[19], al suo romanzo sugli abbandonati e dimenticati nell’isola maledetta, dove vengono custoditi soggetti non più persone ma ormai fantasmi.

 

La sua è anche poesia di alta spiritualità, e ne raggiunge il vertice nella raccolta Getsemani o dell’inquietudine. Versi impregnati di dolore, a volte angosciosi e angoscianti, ferite che sanguinano, ma in quelle pagine vi è altresì forza spirituale prodigiosa, ricerca spinosa di speranze. In quei versi, dove si rinnova una particolare via crucis, il poeta, non senza conflitti laceranti, contraddizioni non occultate, cerca disperatamente, con tutte le sue forze, il sole che non tramonta, ma lo vuole fare con occhi aperti, non vuole morire accecato. Il poeta non pensa solo a se stesso, ma anche a chi sente fratello nel misterioso e sudato viaggio, ai bistrattati e indifesi e, non potendo fare altro, vorrebbe consegnare loro parole, parole miracolose a quegli infelici perché comprendano che un incontro, anche un solo incontro, può cambiare la vita.

 

Sono possibili altri sentieri sotto la luna, altri lidi sopra i cieli, oltre l’utopia della croce. E anche in questo suo racconto di vita interiore non mancano il sogno e la sfida. Pur di non ascoltare le ipocrisie di chi vende indulgenze a pagamento, vorrebbe addormentarsi sulla riva dei sogni e svegliarsi a conto pagato. Ma anche dialogando con la morte, la sfida è l’ultimo suo sogno. E pensando al giorno del ricongiungimento con compagni, amici, e finalmente con lei, sa già che la madre coi capelli bianchi è lì ad accoglierlo con una ninnananna: dormi, dormi, povero figlio mio, / che domani ricomincia la sfida. Francesco non ci consegna la pace rassegnata dei morti, ma la sfida, che affida a coloro i quali hanno il dovere di non far tacere chi, con i semi lasciati, le tracce segnate, i sogni agitati come aquiloni al vento bambino, è stato consegnato al silenzio che impera.

Spirito inquieto, irrequieto e non facile il Nostro, che sa scrutarsi, però, allo specchio, per interrogarsi sempre e comunque. Nei suoi versi, semplici nella loro crudezza e profondità, così come in quelli più ermetici, riluce il candore dell’uomo e del poeta: la sua innocenza fanciulla, la genuinità dei sentimenti, il senso unico e alto dell’amicizia, l’angoscia e la paura che hanno graffiato la sua anima. Francesco non era solo paroliere, musicista, cantastorie, aedo; era anche -chi lo ha davvero conosciuto può confermarlo- un burlone mattacchione, un amabile giocherellone.

 

A un certo punto, chissà per quale recondito motivo, decide di comporre dieci quartine. Il lettore le troverà nel volume che ha tra le mani con il titolo Scapigliato (a me stesso). È lui che, così come ha spesso fatto per gli altri, le scrive e le dedica a se stesso, morto. Forse sentiva vicino il giorno dell’addio: nessuno -pensò- si accorgerà della mia assenza, nessuno scriverà qualcosa per me, meglio, quindi, che mi canto da solo. Lascerà le rime tra tante altre carte, forse pensando, con un sorriso canzonatorio sulle labbra, agli amici che le avrebbero lette. A questo suo scherzetto, voglio rispondere con uno mio, timido timido.

 

Scriverò qualcosa per lui utilizzando le sue stesse parole, e con qualche accennata incursione tutta mia. Metterò in prosa le sue parole, inserirò anche un po’ di punteggiatura che lui lasciò a riposo. Come la prenderà per questa intromissione in un atto tanto privato, lo saprò osservando il volo di una farfalla, lo stormire di una fronda, l’incontro con un suo amico davanti a un bicchiere di vino, oppure passeggiando nella sua montagna, dove hanno nido e pace le stelle più belle, mentre il canto di Carpineta gela il vento e incendia la luna.

 

A Francesco M.T. Tarantino

 

È finita scapigliato dell’ultima ora. Incurante del tempo e delle contraddizioni, hai vissuto di una illusione che addolora, sfidando antiche credenze e superstizioni. Declinavi parole per raccontare le cose; descrivevi gioie emozioni e dolore. Non volevi la guerra e amavi le rose. Parlavi di terra di pane e di sudore. Hai scritto d’amore per una donna soltanto, si chiamava Maria Teresa; hai fatto del suo e del tuo un unico nome. L’hai amata davvero fino all’ultimo giorno, finché ti lasciò solo in un mare di pianto. Da allora non hai voluto nessuno intorno. Ci fu una sera, non c’ero ma so, che sopra una fossa, lacerasti il tuo cuore e ti feristi l’anima. Lasciasti che un fiore ne coprisse le ossa, e bagnasti la terra con l’ultima lacrima. Non bastarono i fiori le luci e gli incensi a consolare il tuo sguardo impaurito. Raccoglievi solitudini e fascini intensi in uno sconcerto dal frastuono inaudito. E la scrittura fu il tuo unico rifugio. Fra le essenze i fiori le nuvole e il tempo, scompaginavi i verbi senza alcun indugio, invertendo l’idioma riscritto nel contempo. Dicono che non conoscevi il sorriso; non so se fosse vero o un modo di dire. No, non era vero, era un modo di dire. Di certo i tuoi amici han visto il tuo viso inebriato di vino quando si doveva partire ma anche, in verità, quando con gli amici stavi in allegra compagnia a parlare di poesia. Chiudesti gli occhi fra la tua capigliatura onda di neve, che ben definiva la tua scapigliatura, tua eterna sognata primavera. Beffandoti della morte e della nostalgia, provvedesti perfino alla tua sepoltura ricomponendo un amore con la tua teologia.

 

«Mi canto da solo perché non c’è poeta che scriva di me e del mio lento morire» dicesti, ma non fu vero e non lo sarà; di te scriveranno poeti e scrittori, amici e lettori e del tuo lento morire lo hanno sempre saputo le rose e le spine. Dicesti, ancora, che non eri nessuno, tanto meno un profeta che dice alla gente dove andremo a finire. Nessuno è profeta e nessuno sa dire dove andremo a finire, ma poi che importa saperlo quando è tutto finito. Tu sei andato via, scapigliato dell’ultima ora, eppure sei ancora qui a parlare con me e io con te; quindi qualcuno, più di qualcuno sei stato per me, per tanti come me. La poesia non teme la morte, e per questa via ora ti consegna al domani e agli amici, scapigliato dell’ultima ora. Perdonami l’intrusione ma non provocarmi con le tue parole, e te lo dico con un nodo che mi piange la gola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il testo appare come postfazione al volume postumo: Francesco M.T. Tarantino, Memorie oblique, a cura di Francesco Aronne, Apollo edizioni, Bisignano (Cosenza), 2019; e in: Giovanni Pistoia, Il vizio degli appunti, seconda edizione, luglio 2020.

 



[1] Percy Bysshe Shelley, Ode al Vento d’occidente; i versi sono tratti dal testo di Massimo Bacigalupo, Percy Bysshe Shelley. Dalla dimora dove abitano gli eterni, in Poesia, n. 342, novembre 2018.

[2] Philip Roth, La macchia umana, Einaudi 2005.

[3] Molti scritti di Francesco M.T. Tarantino su vari argomenti sono visionabili sul giornale on-line con il quale collaborò intensamente: faronotizie.it (cliccare sulla voce: autore).

[4] Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi, Torino 1950.

[5] Francesco M.T. Tarantino, Memorie di alberi recisi, Edilazio Letteraria, Roma 2012.

[6] Francesco M.T. Tarantino, Morir di non amore, in faronotizie.it del primo febbraio 2016.

[7] Giovanni Pascoli, La piccozza, in Odi e inni: 1896-1905, Zanichelli, Bologna 1906.

[8] Jorge Luis Borges, Nubi, in I congiurati, Lo Specchio, Mondadori, Milano 1986.

[9] Arkadij Kutilov, Allegato al mio libretto del lavoro; i versi sono tratti dal testo a cura di Paolo Statuti, Arkadij Kutilov. Lo scheletro di una stella, in Poesia, n. 342, novembre 2018.

[10] Guido Ceronetti, La carta è stanca: Una scelta, Adelphi, Milano 2015.

[11] Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori, 1993.

[12] Ghiannis Ritsos, Lascito, in Pietre Ripetizioni Sbarre, Crocetti editore, Milano 2004.

[13] Herberto Helder, La poesia; i versi sono tratti dal testo a cura di Giulia Lanciani, Herberto Helder. La macchina lirica, in Poesia, n. 340, settembre 2018.

[14] Francesco M.T. Tarantino, Cose mie, L’Autore Libri, Firenze 2006; Disturbi del cuore, L’Autore Libri, Firenze 2008; Noli me tangere, L’Autore Libri, Firenze 2012 (terza edizione); Orizzonti in divenire (“incontro” tra la poesia di Tarantino e la pittura di Rocco Regina), Edizioni Lepisma, Roma 2013; Getsemani o dell’inquietudine, Marco Saya edizioni, Milano 2015.

[15] Si pensi, per fare un esempio, al romanzo Ragazzi di Vita, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 1955.

[16] Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose (1953-2009), a cura di A. Borsani, Mondadori, Milano 2018.

[17] I testi del cantautore sono molto noti, si rinvia comunque al sito ufficiale www.fabriziodeandre.it.

[18] Dante Maffia, Lo specchio della mente, Crocetti editore, Milano 1999; Sbarco clandestino, Tracce, Pescara 2011.

[19] Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, Torino 2016.