https://www.academia.edu/117230882/Luigi_De_Luca_SCRITTI_VARI_a_cura_di_Giovanni_Pistoia_
Uno spazio non definibile: qui la “voce” cede il posto alla scrittura. A volte la parola “parlata” annulla il pensiero. La parola scritta fissa un attimo, un sentimento, una riflessione, cattura il tempo.
In copertina: Luigi De Luca. Le foto dello
studioso sono fornite gentilmente dalla famiglia De Luca, che si ringrazia.
Le foto inserite nel testo sono di
Giovanni Ursino, che si ringrazia.
IN:
https://www.academia.edu/117230882/Luigi_De_Luca_SCRITTI_VARI_a_cura_di_Giovanni_Pistoia_
Finora Cesare Pavese, tranne poche eccezioni, è stato letto e interpretato soprattutto per ciò che ha prodotto sugli altri, per gli effetti che le sue opere hanno avuto, indubbiamente di grande rilievo, nei giovani che lo hanno seguito. Monica Lanzillotta, Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi della Calabria, affronta l’opera di Pavese nella sua estensione e nella sua profondità partendo da Dioniso, “che rappresenta l’infanzia, epoca che contiene i contrari, e Edipo, che rappresenta l’adultità, fase della vita in cui il destino è tracciato”. Così ci avvisa il risvolto di copertina del testo e le affermazioni non sono smentite dalla cura certosina con la quale i capitoli sono scanditi.
Pur essendo un saggio condotto e
sviluppato con impegno scientifico si legge agevolmente e così si viene a
confermare il magistero di uno scrittore capace di assorbire i nuovi fermenti
in atto, perfino quelli lontani che arrivavano dagli Stati Uniti, e se ne comprende la portata letteraria, umana e
perfino politica, nel senso aristotelico della parola, forse perché Pavese
“rispetto agli scrittori suoi contemporanei, sfugge a ogni collocazione nel
territorio strettamente letterario del primo Novecento”.
Questo dato, subito evidenziato
da Monica Lanzillotta, ci mette sulla strada giusta per poter entrare
liberamente nell’arsenale ricchissimo dello scrittore che aveva assorbito
esperienze d’ogni tipo, perché onnivoro e convinto che senza i fremiti e l’impatto
con la realtà del quotidiano non trovano spazio neppure non dico le utopie ma
neppure i progetti ideali per il riassesto di una realtà che in Italia fu
tragica all’epoca in cui egli visse.
La Lanzillotta ha la pazienza di
saper entrare anche negli angoli più nascosti della vita e delle opere di
Pavese ed è per questo che finalmente abbiamo un ritratto a tutto tondo del
personaggio, ma soprattutto abbiamo un giudizio adeguato delle opere.
Non viene trascurato niente e non
vi sono giudizi generici magari mutuati da un entusiasmo preso in prestito
dalle vicende politiche e da altri elementi riguardanti la persona. La
Lanzillotta esamina le opere considerandole in tutti i loro aspetti in modo da
far comprendere che siamo al cospetto di un gigante e infatti, nonostante che
Pavese abbia scritto pagine impegnate (La letteratura dell’engagement, pag.
131), non cade mai nel “vizio” comiziale, ma crea, da grande scrittore,
personaggi ed eventi che siano portatori di valori e di impegno, ma restando
sempre nella narratività più fluida e ben congegnata che non sciupa il dettato.
Il suo magistero consiste
soprattutto nell’aver saputo realizzare protagonisti che hanno interpretato i valori ideali della
politica senza diventare veicoli avulsi dalla quotidianità, restando sempre
integralmente uomini.
Almeno un passo di questa
importante opera che ha saputo sintetizzare il mare immenso pavesiano e farcelo
comprendere nella sua intensità e nella sua dimensione planetaria:
“Le opere di Pavese sono incentrate sul
riemergere delle origini (“la prima volta”) superate e rimosse, che permettono
di comprendere chi si é: le trame ruotano intorno all’indagine conoscitiva che
porta progressivamente il personaggio a riconoscere il destino, la forza
inconscia che lo risospinge in una sola direzione, verso le origini, per cui i
miti sottostanti alle storie raccontate da Pavese sono quella di Dioniso, che
rappresenta lo stato costitutivo dell’infanzia, il caos indifferenziato, il
mostruoso perché nel dio convivono i contrari e i generi (è al tempo stesso
dio, uomo, donna, animale, pianta,
ecc.), e quello di Edipo celebrato da
Sofocle, che scopre di essere diventato parricida e di avere sposato la madre
Giocasta, come destino”.
Mi pare evidente che Monica
Lanzillotta sia potuta arrivare a questa profondità di analisi avendo, come dire?
vissuto le istanze e i sentimenti di molti dei protagonisti dei libri di Pavese
in modo da poter cogliere, dall’interno, i fermenti e le accensioni ideali con
convinzione e in armonia col proprio universo.
Pavese ha sempre avuto qualcosa
di appiccicaticcio, ha sempre “preteso” che il suo lettore diventasse complice
in tutte le sue azioni. Ne è prova lampante l’appendice curata da Flavio
Poltronieri e Manlio Todeschini intitolata “Opere musicali ispirate a Cesare
Pavese”. Ben quindici pagine tra riferimenti alla musica leggera e a quella classica.
Nessuno scrittore, mai, ha avuto
tante adesioni.
Ma non si trascurino le pagine
dedicate a “La nuova edizione di Lavorare stanca”, perché la poesia di
Pavese è un capitolo ancora aperto sia per la sostanza poetica dell’opera e
sia, forse soprattutto, per la svolta impressa a tutta la poesia, non solo
italiana, che cincischiava su formule e formulette d’accatto.
Insomma, questo testo di Monica
Lanzillotta è davvero importante, dire essenziale, per entrare nel mondo di uno
dei maggiori narratori del Novecento e direi di uno dei maggiori poeti del
Novecento.
“La volontà testamentaria di
Pavese non viene però rispettata e la sua figura viene ‘smembrata’…tra
pettegolezzi, curiosità morbose, mitizzazioni, stroncature. Uno sparagmòs,
peraltro, che si addice ai grandi, e non certo ai mediocri, che si pratica su
figure eretiche e martiriali, se non su divinità o semi-divinità’ (Gigliucci,
2001, p. 92).
Il viaggio nella vita e nelle
opere di Pavese si chiude su questo passo, che restituisce lo scrittore al rito
di rinascita di Dioniso, il dio a cui somiglia”.
Finora Cesare Pavese, tranne
poche eccezioni, è stato letto e interpretato soprattutto per ciò che ha
prodotto sugli altri, per gli effetti che le sue opere hanno avuto,
indubbiamente di grande rilievo, nei giovani che lo hanno seguito. Monica
Lanzillotta, Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli
Studi della Calabria, affronta l’opera di Pavese nella sua estensione e nella
sua profondità partendo da Dioniso, “che rappresenta l’infanzia, epoca che
contiene i contrari, e Edipo, che rappresenta l’adultità, fase della vita in
cui il destino è tracciato”. Così ci avvisa il risvolto di copertina del testo
e le affermazioni non sono smentite dalla cura certosina con la quale i
capitoli sono scanditi.
Pur essendo un saggio condotto e
sviluppato con impegno scientifico si legge agevolmente e così si viene a
confermare il magistero di uno scrittore capace di assorbire i nuovi fermenti
in atto, perfino quelli lontani che arrivavano dagli Stati Uniti, e se ne comprende la portata letteraria, umana e
perfino politica, nel senso aristotelico della parola, forse perché Pavese
“rispetto agli scrittori suoi contemporanei, sfugge a ogni collocazione nel
territorio strettamente letterario del primo Novecento”.
Questo dato, subito evidenziato
da Monica Lanzillotta, ci mette sulla strada giusta per poter entrare
liberamente nell’arsenale ricchissimo dello scrittore che aveva assorbito
esperienze d’ogni tipo, perché onnivoro e convinto che senza i fremiti e l’impatto
con la realtà del quotidiano non trovano spazio neppure non dico le utopie ma
neppure i progetti ideali per il riassesto di una realtà che in Italia fu
tragica all’epoca in cui egli visse.
La Lanzillotta ha la pazienza di
saper entrare anche negli angoli più nascosti della vita e delle opere di
Pavese ed è per questo che finalmente abbiamo un ritratto a tutto tondo del
personaggio, ma soprattutto abbiamo un giudizio adeguato delle opere.
Non viene trascurato niente e non
vi sono giudizi generici magari mutuati da un entusiasmo preso in prestito
dalle vicende politiche e da altri elementi riguardanti la persona. La
Lanzillotta esamina le opere considerandole in tutti i loro aspetti in modo da
far comprendere che siamo al cospetto di un gigante e infatti, nonostante che
Pavese abbia scritto pagine impegnate (La letteratura dell’engagement, pag.
131), non cade mai nel “vizio” comiziale, ma crea, da grande scrittore,
personaggi ed eventi che siano portatori di valori e di impegno, ma restando
sempre nella narratività più fluida e ben congegnata che non sciupa il dettato.
Il suo magistero consiste
soprattutto nell’aver saputo realizzare protagonisti che hanno interpretato i valori ideali della
politica senza diventare veicoli avulsi dalla quotidianità, restando sempre
integralmente uomini.
Almeno un passo di questa
importante opera che ha saputo sintetizzare il mare immenso pavesiano e farcelo
comprendere nella sua intensità e nella sua dimensione planetaria:
“Le opere di Pavese sono incentrate sul
riemergere delle origini (“la prima volta”) superate e rimosse, che permettono
di comprendere chi si é: le trame ruotano intorno all’indagine conoscitiva che
porta progressivamente il personaggio a riconoscere il destino, la forza
inconscia che lo risospinge in una sola direzione, verso le origini, per cui i
miti sottostanti alle storie raccontate da Pavese sono quella di Dioniso, che
rappresenta lo stato costitutivo dell’infanzia, il caos indifferenziato, il
mostruoso perché nel dio convivono i contrari e i generi (è al tempo stesso
dio, uomo, donna, animale, pianta,
ecc.), e quello di Edipo celebrato da
Sofocle, che scopre di essere diventato parricida e di avere sposato la madre
Giocasta, come destino”.
Mi pare evidente che Monica
Lanzillotta sia potuta arrivare a questa profondità di analisi avendo, come dire?
vissuto le istanze e i sentimenti di molti dei protagonisti dei libri di Pavese
in modo da poter cogliere, dall’interno, i fermenti e le accensioni ideali con
convinzione e in armonia col proprio universo.
Pavese ha sempre avuto qualcosa
di appiccicaticcio, ha sempre “preteso” che il suo lettore diventasse complice
in tutte le sue azioni. Ne è prova lampante l’appendice curata da Flavio
Poltronieri e Manlio Todeschini intitolata “Opere musicali ispirate a Cesare
Pavese”. Ben quindici pagine tra riferimenti alla musica leggera e a quella classica.
Nessuno scrittore, mai, ha avuto
tante adesioni.
Ma non si trascurino le pagine
dedicate a “La nuova edizione di Lavorare stanca”, perché la poesia di
Pavese è un capitolo ancora aperto sia per la sostanza poetica dell’opera e
sia, forse soprattutto, per la svolta impressa a tutta la poesia, non solo
italiana, che cincischiava su formule e formulette d’accatto.
Insomma, questo testo di Monica
Lanzillotta è davvero importante, dire essenziale, per entrare nel mondo di uno
dei maggiori narratori del Novecento e direi di uno dei maggiori poeti del
Novecento.
“La volontà testamentaria di
Pavese non viene però rispettata e la sua figura viene ‘smembrata’…tra
pettegolezzi, curiosità morbose, mitizzazioni, stroncature. Uno sparagmòs,
peraltro, che si addice ai grandi, e non certo ai mediocri, che si pratica su
figure eretiche e martiriali, se non su divinità o semi-divinità’ (Gigliucci,
2001, p. 92).
Il viaggio nella vita e nelle
opere di Pavese si chiude su questo passo, che restituisce lo scrittore al rito
di rinascita di Dioniso, il dio a cui somiglia”.
Testi che
appaiono su academia.edu
https://independent.academia.edu/GiovanniPistoia
Grazie per
l’eventuale visita
LUIGI TROCCOLI, Lettere dalla montagna in fiore, Castrovillari, Edizioni Prometeo, 2023, pag. 184, euro 10.
Di Dante MAFFIA
Due annotazioni immediate.
La prima: questo è un libro che tradotto in giapponese diventerebbe un best seller in poche settimane.
La seconda: Jorge Luis Borges ha sempre sostenuto che è molto più difficile scrivere un racconto anziché un romanzo.
A leggere questi racconti, ognuno dei quali ha un fiato meraviglioso e di rara bellezza, do piena ragione allo scrittore argentino.
Altra annotazione da fare: i racconti hanno una loro fisionomia unica, ben realizzata, eppure, sottilmente, sono anche capitoli di un percorso che Luigi Troccoli ha compiuto con un fiato unico. Raro esempio di una coerenza stilistica e tematica ormai quasi dimenticata dai nuovi narratori che spesso e volentieri mettono a cuocere argomenti che tra di loro non hanno nessuna affinità.
Ancora. Si noti la ricchezza e la forbitezza del linguaggio e poi delle citazioni a dimostrazione di un interesse di Troccoli che non è soltanto d’amore per i luoghi, ma anche di cultura che illumina le ragioni del mondo vegetale, della montagna, nella sua estensione e nella sua bellezza.
Da Carlo Darwin a John Ruskin, da Mario Rigoni Stern a Tenore- Petagna – Terrone, da Johan Wolfgang Goethe a Marlen Haushofer, da Immanuel Kant a Francesco Petrarca, da Plinio a Ugo Foscolo, da Thomas Mann a Khalil Gibran, da Hermann Hesse a Lord Byron, da Jean Jacques Rousseau a Leonardo da Vinci, a Honoré de Balzac.
Un lungo elenco, lo so, ma necessario per far intendere come lo scrittore ha proceduto per rendere le pagine ricche di fiato naturale e di fiato culturale.
Ma andiamo ai racconti. Alla loro sostanza, alla loro bellezza, al loro modo di porsi.
Ovviamente, perché non risultasse un libro di meditazione alla maniera orientale, lo scrittore ha inserito, durante le passeggiate di Scilla e di Giorgio, degli avvenimenti, il vecchio di Viggianello che cerca la genziana e che chiama Egiziana, la presenza della pittrice (che poi sarà Scilla) che si perde nel bosco e che poi torna magicamente, la storia di Donna Maria, storia che nei libri di Mastriani è frequente ma che Troccoli ha saputo inserire nel contesto sociale con una abilità narrativa che la rende unica, il bacio… che ha il fiato della grande pittura, il pastorello Ianagio, storia di violenza e di tragica risoluzione… e poi la storia del Pino che ha qualcosa di divino e di assoluto, il grido della ferriera, l’abbaglio dell’oro, addirittura il Mare Piccolo che Troccoli risolve con genialità senza argomentare sulla contraddizione se non con una frase, il grido che soltanto Scilla sente, l’albero dell’Amore… quella pagina sublime in cui Giorgio e Scilla dialogano, a pag. 157:
“Che senti?” gli chiese Scilla, come al solito sempre prima nel tentare di prevenire una durata eccessiva dei silenzi, quasi che temesse l’insorgenza di un abulico, repentino e temuto distacco della sua attenzione verso di lei.
“E ti senti felice o incompleto?”
“Sono felice e incompleto. Felice perché non desidero niente di materiale che già non posseggo e niente di immateriale che vorrei raggiungere; incompleto, perché ti sento troppo distante, nonostante tu sia qui al mio fianco”.
“In questo momento -ella disse- mi sembra che noi e il mondo siamo senza peccati, come se il male non esistesse… Sto vivendo una condizione di purezza: tutto è puro su questo monte, attorno a noi e dentro di noi”.
Ho detto all’inizio che Troccoli ha percorso i vari racconti con un unico fiato e che addirittura potremmo configurare l’opera con il romanzo di Scilla e di Giorgio che ci mostrano la montagna in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue magie.
Ci sono descrizioni superbe, da prosa d’arte, che ci fanno sentire il palpito del paesaggio in tutti i risvolti, nei mutamenti sottili, nella frenesia dei colori e del silenzio, nel respiro divino che si apre e detta luce senza riserva.
Che dire? Il mio entusiasmo fa comprendere subito che si tratta di un vero capolavoro e di una guida sacra per chi volesse visitare il Pollino in tutte le sue diramazioni.
Troccoli non è nuovo a simili sorprese, ma con “Lettere dalla montagna in fiore” ha raggiunto un risultato davvero raro, un esito poetico convincente e così limpido da farmi pensare alla scrittura di Vincenzo Cardarelli.
Testi che appaiono su academia.edu
https://independent.academia.edu/GiovanniPistoia
Grazie per l’eventuale visita
Si sa i fiumi prevedibilmente fluiscono verso il mare, se invece la corrente scorre al contrario, vuol dire che anche la propria esistenza in quel frangente cambia direzione e aspira non a confondersi nel vasto mare ma ad ancorarsi alle pendici di un monte da scalare per giungere alla vetta. Così nel libro di Giovanni Pistoia si scoprono versi che si nutrono del ricordo di un passato felice e che raccontano di tristezze profonde con una sola certezza che vuol essere anche consolazione: la poesia come sogno mai perduto che consente al poeta di coniugare l’amore con il dolore. In questo testo scorre la vita del poeta, si alternano i ricordi dell’infanzia felice e i silenzi che segnano quei ricordi svaniti nel nulla dell’assenza dei propri cari. Sono presenze i luoghi, i vicoli, i muri, le case diroccate, le immagini improvvise e rubate a una vita trascorsa, viva solo nella memoria Qui tutto è vita anche nella casa abbandonata che sta per essere abbattuta. Nelle crepe delle pareti / erba soffice che sa di velluto / tenera come pianto di bimbo lontano. Ragnatele tessono l’elogio del tempo / e fili di voci distanti scrostano pareti offese / e pendono dal tetto vibrazioni soffuse. (La casa). C’è il silenzio del poeta che sa ascoltare le voci che il tempo non annulla, che ha sguardi per i particolari che solo i suoi occhi sanno vedere e che fissano squarci velati dal tempo offuscato della memoria, spiragli di luce che balzano improvvisi dai gesti, dai profumi, dai colori che travalicano il senso delle cose perdute negli anni. … E c’era il profumo del silenzio / nel piccolo giardino di rose bianche / nei mattini di rugiada cristallina; … Se la memoria sbiadisce, la parola la riporta alla luce ... Ridatemi la parola, quella vera, / quella che quando parla, dice, / e ascolta e il cuor si nutre di senso / ed essenza; …. foglia di primavera al sole dell’aurora. (Le parole che ascolto). Un inno alla parola che sola rievoca il dolore e la gioia, che confonde i ricordi e fa fiorire oggetti, persone, luoghi.
Le immagini rievocate ricordano per certi aspetti i versi dei poeti crepuscolari che scoprivano la meraviglia nelle piccole cose: il fiore del campo, la fragranza del pane appena sfornato, la pignatta che brontolava a fuoco lento. A differenza dei crepuscolari, in Pistoia c’è l’esigenza di guardare dietro le cose, penetrando la profondità perché le apparenze non gli appartengono. Ogni oggetto, ogni luogo, ogni immagine ha il suo segreto e sta al poeta scoprirlo per andare oltre l’orizzonte che tutti vedono, verso quell’invisibile che appartiene solo al cuore di un poeta. E in questo modo che un mondo lontano, forse sparito, riemerge dalla nebbia della memoria e si definisce nei contorni come fosse presente, percepibile e la visione vagheggiata muta assumendo i contorni della quotidianità. Trovarsi in un mondo passato ma viverlo al presente, questo il dono dei versi di Giovanni Pistoia. Un giorno -ne è passato del tempo!- / ti ho donato un fiore / ne hai fatto un giardino. / Da allora mi regali arcobaleni e semi / per nuovi balconi fioriti. Ma un fiore / raccolto è fiore spezzato, lacerante, / il suo è sorriso apparente / e profuma un istante; un fiore reciso / porta con sé la fine e l’incanto. (Un giorno). Le esperienze della sua esistenza diventano anche le nostre, le sue emozioni generano le nostre. Il suo affidarsi alle parole come tramite per creare nuovi palpiti e vibrazioni compie il miracolo: la semplicità dell’esistenza quotidiana si trasforma in altro, i ricordi sono un filo perenne che si dipana lentamente per giungere ai lettori sorpresi per un vissuto che appare vicino e richiama le proprie esistenze. Sulla quiete del placido lago / l’airone solennemente plana, / un rapido becco nell’acqua / e via a riprendere il volo, / scompare tra gli alti canneti. /… Gorgheggia l’usignolo e nulla richiede. / Un gatto vagabondo mi guarda e si siede. / Vivo altrove, dove non so. / Ai confini del cielo, ai confini del mare, / sulle ali dell’airone che torna a volare. (Sul lago di Tarsia).
Affidarsi alle parole come tramite perché diventino vivi gli elementi della natura che ci circondano come la foglia che si anima danzando in un rito antico cullata dalla malinconia trascinando con sé le memorie di un tempo cancellato; come la neve colore bianco del silenzio, come le stelle cui confidiamo i nostri desideri più segreti, come la farfalla che non si pone domande, come il bosco bruciato che brulicava di pensieri e taciturni lamenti… una natura amata a cui il poeta sente di appartenere e che rappresenta la ricchezza della sua anima. Le ultime poesie del testo sono dedicate alle tragedie del mondo di oggi e di ieri. Dall’indifferenza dei giovani che dimenticano non conoscendo le tragedie della storia, al talento dei giovani ingannati, ai migranti che vagano nel mare, naviganti senza stelle che cercano nuove albe, alla natura violata, agli alberi che la rabbia del vento sferza nei vuoti tronchi nodosi. Su questo mondo di promesse tradite l’eco della poesia che è la voce del dolore. La poesia è la voce del dolore, ne conosce / la grammatica segreta. Nel silenzio infinito / delle valli, tra cielo e mare, risuona l’eco / della sua voce; eco infinito, interminabile, / come il dolore, quello ignoto e ignorato, / quello che si cela tra le piaghe di un sorriso / come una maledizione, una punizione / l’espiazione di una pena. Nel dolore/ resiste quel che resta dell’amore. (L’eco).
Si chiude così il cerchio iniziato dai luoghi dell’infanzia, dal ricordo dei propri cari, dai lunghi silenzi ripopolati dai fantasmi del passato; il silenzio che morde e fa soffrire, il silenzio che evoca memorie come sorgenti di nuova vita, il silenzio in cui dolore e amore si confondono e aprono altri orizzonti, rinnovate speranze al cuore del poeta.
DATA DI NASCITA
DI QUESTO BLOG
21 OTTOBRE 2007