lunedì 22 ottobre 2007

passeggiando tra i libri/Sorrisi in regalo

Sorrisi in regalo
di Giovanni Pistoia

Angelo Petrosino è un autore molto apprezzato nella letteratura per l’infanzia. I personaggi, che riempiono le pagine dei suoi scritti e che sono gli indiscussi attori dei suoi racconti, parlano il linguaggio dei coetanei, riuscendo, così, a interpretare, in maniera realistica, il mondo delle ragazze e dei ragazzi. Una delle più conosciute protagoniste è Valentina.

Si presenta ai lettori in questo modo: “Ciao, io sono Valentina! Ho dodici anni e frequento le medie. Molti di voi mi conoscono già… ma quello che ancora non sapete, lo scoprirete in questi libri che narrano le mie avventure. Vi racconterò la mia vita di tutti i giorni e vi farò conoscere la mia famiglia, la mia classe, i miei amici e i miei professori. Le mie avventure spesso sono curiose e sorprendenti. Ma a me una vita monotona e sempre uguale non è mai piaciuta. E credo che non piaccia neanche a voi, no? Se è così, siamo in buona compagnia. Buona lettura, amici e amiche!”

Tanti sono i testi che Petrosino ha dedicato a Valentina. Ne cito qualcuno: V come Valentina, Un amico Internet per Valentina, In viaggio con Valentina, A scuola con Valentina, Un mistero per Valentina, e molti altri. Chi desidera conoscere il suo mondo e quello delle sue amiche può consultare il sito a lei dedicato:
www.ilmondodivalentina.it. L’episodio più recente capitato alla nostra protagonista è raccontato, con la consueta bravura, da Angelo Petrosino (www.angelopetrosino.it) nel volume “Sorrisi in regalo”, edito, nel 2007, dalle edizioni Piemme (www.edizpiemme.it).

Il tutto ha inizio con una semplice partita di calcio. Valentina racconta la passione di Luca per il pallone, il suo desiderio di impegnarsi nell’attività agonistica. E così Luca riesce a superare le perplessità della mamma, si iscrive, con la complicità del padre, a una società sportiva “per imparare a giocare bene a calcio”. In uno di questi incontri, uno scontro un po’ più duro degli altri costringe Luca a un ricovero in ospedale: controllo al pronto soccorso, radiografia, frattura in prossimità della caviglia, ingessatura, necessità di restare qualche giorno ricoverato per ulteriori accertamenti.

Valentina resta a fare compagnia allo sfortunato fratello calciatore e, da brava osservatrice, comincia a conoscere il mondo ospedaliero con i malati di ogni età, i medici, gli infermieri, i ritmi del tempo diversi da chi conduce una vita fuori dalle mura di una struttura sanitaria. E lì ha modo di incontrare bambine, che, con coraggio, affrontano malattie molto serie, volontarie speciali. Perfino uno scrittore, che ama raccontare le sue storie ai bambini ricoverati. Anzi a scrivere le sue storie insieme con loro. Valentina non sta a guardare. Partecipa alle iniziative organizzate nell’ospedale per rendere quelle corsie diverse e colorate, per fare in modo che la permanenza degli ammalati sia più gradevole e, in una parola, un po’ abusata ma insostituibile, più umana. Valentina scopre che un sorriso è sempre un dono prezioso. Non solo per chi lo riceve.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/I cappuccetti

I cappuccetti
di Giovanni Pistoia

C’era una volta una bambina che viveva in un bosco, indossava un mantellino col cappuccio rosso e tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso… No… Alt! Nessuna preoccupazione, non vi racconto la storia arcinota alla quale state pensando. Questa favola, però, la vuole raccontare la supplente Elvira ai ragazzi di una quinta elementare, i quali, con la loro maestra Francesca, l’hanno letta e riletta, scritta e riscritta chi sa quante volte. In prima, in seconda, in terza… poi, finalmente, su Cappuccetto Rosso scende il silenzio. Enrico, lo scolaretto re delle risate, dice che della ragazzina si sono perse le tracce perché finalmente il lupo se l’è mangiata. Ma la supermielosa maestra Elvira non riesce a comprendere lo stato d’animo dei ragazzini e continua, con grande energia, a raccontare “le meravigliose avventure di quella ragazzina tanto miope o tanta cretina da non distinguere sua nonna da un lupo.”

Stefano Bordiglioni (
www.bordiglioni.com) ha la fortuna di avere una matita (o la tastiera del computer) agile e arguta. Usa, spesso, le parole come fossero note musicali, note allegre, dense di ironia e di umorismo. Nel libro “La congiura dei cappuccetti”, un testo brillante, edito da Einaudi Ragazzi nel 2005 (www.edizioniel.com), Bordiglioni sembra voglia divertire se stesso e, poi, i suoi elettori. Il volume è anche “raccontato” da Giulia Orecchia, bravissima nelle illustrazioni e nel caratterizzare i tanti “cappuccetti”, che rappresentano l’estro narrativo degli scolari.

Ma chi sono questi “cappuccetti”, e perché “congiurano”, e contro chi. Sono i raccontini dei ragazzi che con il Cappuccetto Rosso tradizionale hanno ben poco da spartire. Sono una risposta impertinente e originale, a volte, dissacrante, alla povera maestra Elvira, che insiste nel trattare i giovanotti dell’ultimo anno delle elementari come se fossero bambini appena tolti dalla culla. Niente dà più fastidio ai baldanzosi fantasiosi scolari che sentirsi chiamare, dalla supplente, “cricetini”, “passerottini”, “pesciolini”, “caprettini”, “pulcinini”: insomma, un piccolo zoo di… ini, che per i nostri eroi della quinta elementare (non si scherza, mica!) fan rima con cretini. Insomma gli scolari, Enrico, Linda, Matteo, Fabio ne inventano di tutti i colori per far capire a Elvira che il linguaggio e i suoi metodi non sono più per loro, ormai undicenni.

Chi descrive le birichinate e i volti degli scolari è un osservatore attento e particolare: uno dei ragazzini, che partecipa alle congiure e ai giochi solo in parte, che analizza quello che accade per affidare tutto a una lunga lettera, firmandola “Stefano Piccolo”. Spiega ogni cosa con meticolosità, e indirizza quelle osservazioni a se stesso, a “Stefano Grande”, che si chinerà su quei fogli, ormai cinquantenne. Così facendo sconfiggerà la perdita della memoria, ritroverà quelle emozioni, che sembravano perse per strada.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Sognava il mare

Sognava il mare
di Giovanni Pistoia

Dove abita la felicità? Nel mare tra le onde blu e spumeggianti? Tra la cresta di una montagna altissima, tanto da carezzare il cielo? Chi sa quanta strada bisogna percorrere per raggiungerla, quante scarpe consumare, quante ansie da placare! Ma esisterà pure un satellite, che vorticosamente gira e rigira alto nel cielo, da indicarci la via da percorrere, per raggiungerla con sicurezza, senza affaticarci troppo? Forse, oggi, è più facile trovare la casa della felicità: indicando a un buon navigatore satellitare l’indirizzo esatto, ci potrà portare facilmente in quella casa, che sarà certamente bellissima. Tutto sta nell’indicare l’indirizzo giusto!

Cercare la felicità ai tempi delle principesse doveva essere, però, ancora più difficile. Come avveniva questa ricerca? Sarebbe interessante scoprirlo. Seguitemi.

“In un castello sulle montagne, ogni notte una principessa sognava il mare, anche se non l’aveva mai visto. Vedeva tutta quell’acqua in movimento e quell’incredibile spettacolo non la lasciava dormire tranquilla. Lontano da lì, molto lontano, in un castello che sorgeva sulla riva del mare, anche un’altra principessa sognava: sognava le montagne, anche se non le aveva mai viste.
Quelle gigantesche torri di pietra che si arrampicavano verso il cielo le agitavano il sonno.
Serena, la principessa che sognava il mare, di giorno correva a raccontare i suoi sogni alla sua migliore amica, una stella alpina che cresceva vicino alla vetta della montagna più alta”.

Non penserete che io stia qui a raccontarvi tutta la storiella, a parlarvi della principessa Serena e, ancora, di Federica che sognava le montagne, dei loro cavalli, del deserto, di un simpatico e nello stesso tempo stravagante pappagallo, e così via. Non penserete che io vi dica come hanno fatto a trovare la felicità, dove si era nascosta. Posso darvi, però, un aiutino: troverete tutto nel volumetto “La principessa che sognava il mare”, pubblicato nel 2002, nella collana “Prime letture” da Emme Edizioni (
www.edizioniel.com).

A raccontare la tenera storia è Stefano Bordiglioni. È rivolta, soprattutto, ai bambini da sei anni in su. È, però, una storia da poter leggere ad alta voce ai piccolissimi dalle persone adulte: genitori, nonni, educatori. Se le avventure delle principessine sono raccontate con semplicità e simpatia, le illustrazioni di Octavia Monaco (
www.octaviamonaco.it) le rendono ancora più accattivanti. Bordiglioni (www.bordiglioni.com) conosce bene i ragazzi: non è solo uno scrittore, che guarda con particolare attenzione all’infanzia, è anche un insegnante elementare. Sa carpire i segreti e le emozioni di quel mondo, e ne restituisce racconti fantastici, ricchi di umorismo e di momenti di riflessioni.

Le storie sono doni d’amore, diceva Lewis Carroll, autore di “Alice nel Paese delle Meraviglie”. E quando i narratori sono bravi i doni sono ancora più graditi, e arricchiscono tutti. E leggendo storie ai bambini può capitare di riscoprire proprie emozioni, che si pensava di aver perso.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Andrea come Gattuso

Andrea come Gattuso
di Giovanni Pistoia

Il romanzo di Franco Monacchia “Una rete tutta d’oro” (Edizioni Era Nuova, 2006,
www.edizionieranuova.it) è la storia di Andrea, che vuole diventare un campione di calcio. Il ragazzo nasce in un borgo marinaro, dove la vita è dura, rischiosa. Il papà è pescatore. Nel libro il lago è protagonista silenzioso. Andrea tira i primi calci su campetti parrocchiali, tra sogni e delusioni. In maniera intelligente i familiari lo aiutano a realizzare il suo sogno.

Il calcio descritto da Monacchia è impegno sano, è allegria. Andrea otterrà ottimi risultati... Del libro non vi dirò altro. Lo stile è pulito come i personaggi che l’autore descrive, semplice come semplice è Andrea. C’è ironia e tanto amore...

La lettura del romanzo mi ha ricordato un libro regalatomi da un allenatore di base e direttore tecnico della Scuola Calcio S.S. Lazio, Volfango Patarca “Come essere vincente nella vita e nello sport” (Dino Editore, 2003). Patarca, autore del libro insieme a Marcello Miceli, scrive: “Mi ritengo fortunato… sono rimasto con i miei ragazzi e bambini delle scuole calcio a lavorare sui campi, a soffrire e a gioire, a educare i giovani senza illuderli con le promesse di facili successi e a farmi educare da loro, dal loro entusiasmo… Tempo fa, parlando dei problemi del calcio giovanile, un nostro ragazzo della Lazio Primavera, Marco Angeletti, mi disse: Mister, lo sa cosa è lo sport per un ragazzo? È il contatto con la gioia e la felicità!. Questa frase… scaturita dal cuore sincero di un giovane sportivo, non la baratterei con nessuna somma di denaro…!”

Questo clima sereno e fiducioso, ho trovato nelle pagine di Monacchia. Vi ho trovato la felicità, l’ansia, il sogno, la fatica, l’umiltà. L’Andrea del romanzo potrebbe essere uno dei tanti giovani, che sognano di diventare campioni: a volte vi riescono!

Andrea mi ha preso per mano e mi ha fatto pensare a un ragazzino, che ama il calcio, tira i suoi primi palloni su terreni sconnessi, anzi, sulla sabbia, figlio egli stesso di una comunità di pescatori. Questo ragazzino ha l’affetto di familiari, di parenti e tanti amici. Sogni e sacrifici. Comincia la scalata verso montagne altissime fino a diventare un campione in una grande squadra, in nazionale e, addirittura, un campione del mondo. Ma quel ragazzo di una volta è apprezzato soprattutto per l’entusiasmo e la determinazione che manifesta in ogni partita. Come se fosse la prima volta. Come Andrea, che pur essendo un calciatore “arrivato”, non dimentica i campetti senza pali e gli amici di un tempo. Penso a Rino Gattuso di Schiavonea di Corigliano, importante centro calabrese di pescatori. Le coincidenze non finiscono qui. L’editore di Monacchia, di Perugia, pubblica il libro in una collana ideata, guarda un po’, da Carmine De Luca, anche lui di Corigliano, che amava tanto il mare di Schiavonea. Coincidenza è anche il fatto che Gattuso abbia avuto i suoi esordi calcistici proprio nel Perugia. Coincidenze. Ma coincidenze belle che a me piace condividere con chi legge.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Marta quasi donna

Marta quasi donna
di Giovanni Pistoia

Ancora poche settimane e anche le scuole medie saranno presto un ricordo. Marta frequenta la terza media, ha quattordici anni. Manca davvero poco perché entri nel fatidico quindicesimo anno. Marta non vede l’ora di festeggiare questo compleanno, atteso come il conseguimento della patente verso il mondo dei “grandi”. L’infanzia appare lontana, anche l’adolescenza sembra svanire e Marta si sente una “signorina”, non proprio una donna, ma “quasi”. Lascerà “l’amica del cuore” e, soprattutto, la sua professoressa Giglioli, un punto di riferimento certo.

Marta è curiosa, orgogliosa, brava, seria, intelligente, ostinata, dotata di un forte spirito critico, indipendente, arrabbiata, contestatrice, severa con se stessa e gli altri. Forte e fragilissima allo stesso tempo. Apparentemente sicura di se stessa e dei progetti che ha in testa, in verità incerta, insicura. Sensibilissima. È un vulcano acceso, generosa e solidale, entusiasta. Facile alle illusioni e alle delusioni, pronta a combattere per cambiare il mondo. Per l’emancipazione delle donne, per l’eguaglianza, per l’abbattimento delle baracche romane, contro le guerre nel mondo, contro l’ipocrisia, i privilegi, l’autoritarismo. Pronta a scendere in piazza: “studenti e operai uniti nella lotta!” È una ragazza pulita e per niente superficiale Marta, ha grandi ideali e le delusioni le lasciano ferite dolorose.

“Marta quasi donna” di Marcello Argilli è pubblicato nel 1975 dall’editore Fabbri e ristampato, nel 1998, dalle Edizioni Era Nuova (www.edizionieranuova.it) nella collana “I Sassi Magici. Ragazze e Ragazzi”. Un classico, questo di Argilli, della letteratura contemporanea e, in particolare, della letteratura destinata ai giovani. Un romanzo nel quale l’autore, con un linguaggio gradevolissimo, tenta di descrivere quel periodo di età, complicato e delicato, che è l’adolescenza. Marta, ma potrebbe essere Carla, Franca, Roberta, Rossella e così via, è portatrice delle ansie, insofferenze, angosce e speranze dei giovanissimi. Vive le contraddizioni tipiche dell’età. Marta è una “ragazzina” e anche una “signorina”, eppure avverte l’urgenza di bruciare le tappe, di entrare nel mondo dei grandi. Donna proprio no, ma “quasi”. Forse è proprio questa ambigua condizione che fa emergere conflitti, prima sconosciuti, tra lei e la mamma e anche, sia pure in misura, diversa, con il padre, che ha sempre avuto su lei un forte ascendente.

Il volume è certamente rivolto a un pubblico di lettori giovanissimi, e non pochi si ritroveranno nella protagonista Marta o nei turbamenti di altri studenti, personaggi ben delineati nel romanzo. Ma è anche una lettura utile per gli adulti, per quelle famiglie che si trovano a vivere situazioni più o meno simili a quelle descritte dall’autore. Non vi sono ricette per superare le crisi adolescenziali, non vi sono suggerimenti per gli adulti. Argilli si pone all’ascolto di Marta (è lei che parla in prima persona nel libro) e vorrebbe che tutti, pazientemente, ascoltassero: adulti e giovani.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/La scelta

La scelta
di Giovanni Pistoia

“Non ho sempre le idee chiare. Anzi. Capita che uno campa alla giornata e non se ne accorge mica di quello che gli succede intorno. Oppure, se ne accorge ma non lo sa spiegare se è una cosa cattiva o buona. Insomma, a 14 anni, quanti ce ne ho io, non ci metti tanta attenzione a certi fatti. Non ci pensi. E così ti ritrovi all’improvviso come me, che continuavo a fare le cose di sempre, quelle che mi diceva Pedro, il fratello mio più grande, che si chiama Pietro ma non gli piace; dice che è un nome da vecchio. Pedro lo sfizia, invece. È un nome da pistolero, come quelli che ha visto al cine e che si vede e rivede in cassetta. Quando funziona il videoregistratore. Pedro è un tipo che non scherza e io imparo da lui. Ho imparato un sacco di cose da lui, fino a quel giorno, quando tutto è cominciato e io non lo sapevo. Ecco: è una mattina di ottobre, dentro casa mia.”

Inizia così il romanzo di Luisa Mattia (www.luisamattia.com) dal titolo “La scelta. Storia di due fratelli”, pubblicato, nel 1999, dalle Edizioni Era Nuova di Perugia (www.edizionieranuova.it) nella collana “I Sassi magici. Ragazze & ragazzi”. L’autrice con questo testo ha vinto il premio di letteratura per ragazzi “Insula Romana” a conferma della bontà della collana e delle scelte editoriali fatte. Il libro, ristampato da Sinnos nel 2006 (www.sinnoseditrice.com), ha vinto il “Premio biennale Scrittrici per ragazzi Pippi”.

“Un libro è un viaggio. Ti porta verso mete inaspettate. Prendi un libro e sai che stai per partire. Dove arrivare? Non è domanda da farsi, quando si apre un libro”. Sono parole di Luisa Mattia in un breve saggio apparso nel volume “La letteratura per l’infanzia e la figura di Carmine De Luca”. Se un libro è di per sé un viaggio, lo è ancora di più un romanzo. Sarebbe delittuoso, nel tentativo di volerlo presentare ai lettori, soffermarsi sulla trama, raccontare i pregi e i difetti dei personaggi, svelare gli ambienti, fisici e psicologici, dentro i quali si svolgono i fatti. Si può solo consigliare la lettura di quelle pagine, suggerire di seguire con attenzione l’evolversi degli episodi, introdursi nell’animo dei protagonisti trasportati dalla sensibilità della scrittrice.

Il libro è avvincente, appassiona. Cerchi di intuire “quello che succede dopo” e speri che tutto finisca nel migliore dei modi. È un testo che invita alla riflessione. Rivolto, soprattutto, ai ragazzi dell’età della scuola media, è utile per genitori e educatori: se, infatti, i personaggi dei fatti narrati da Luisa sono giovani (Antonio, il protagonista principale, è appena quattordicenne), sullo sfondo non mancano gli adulti con il loro carico di responsabilità verso i protagonisti degli eventi narrati. Il linguaggio è sobrio, non mancano espressioni dialettali o, comunque, di un italiano parlato: ciò rende i personaggi ben calati nel proprio ambiente e le descrizioni, che emergono dalla penna dell’autrice, realistiche. Il lettore si sente coinvolto e partecipe dei destini di una realtà umana e territoriale.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Timpetill

Timpetill
di Giovanni Pistoia

Primavera del 1966. Una nevicata “violenta e improvvisa” fa crollare il tetto di un locale dove Tullio De Mauro e i suoi fratelli maggiori conservano i giochi e i libri dell’adolescenza. Quasi tutti i libri legati all’infanzia di uno dei più autorevoli studiosi italiani vanno perduti. Tra i pochi che riescono a salvarsi dalla nevicata romana uno dei testi più cari: “Timpetill. La città senza genitori”.


Questo libro è stato più volte letto da De Mauro. Lo ha riletto con i figli. Cresciuti i figli, il libro è ritornato in un angolo della biblioteca, non dimenticato.

Poi, un giorno, due amici di De Mauro, Pino Boero e Carmine De Luca, cominciano a lavorare al manuale di Letteratura per l’infanzia. De Mauro si ricorda del suo amato “Timpetill”, sa che non è più in commercio e vorrebbe suggerire ai due studiosi di occuparsene. Con timore De Mauro decide di prestarlo a Carmine. Perché con timore? Il perché è spiegato dallo stesso De Mauro: “Ho molto affetto, stima e ammirazione per Carmine De Luca. E ho un grande amore per questo libro. Si sarebbero piaciuti? Oppure l’incontro non sarebbe avvenuto e avrei sofferto, per l’uno e per l’altro?” L’attesa dura poco. Carmine si fa sentire: il libro gli è piaciuto. “Strapiaciuto”.

Ma chi è l’autore del libro? Carmine con “fiuto e tenacia di segugio” scopre tutto. Non solo: trova anche la casa editrice disponibile a ripubblicarlo. E così, nell’aprile del 1997, per le Edizioni Era Nuova di Perugia, il volume viene stampato. La presentazione è di Tullio De Mauro, che racconta le sue vicende “private” legate al libro. L’introduzione, come al solito, puntuale e rigorosa, è di Carmine De Luca. Con quella pubblicazione s’inaugura una nuova collana.

“Carmine, a cui la mia casa editrice deve moltissimo, - ci scrive Paolo Alessandro Lombardi delle Edizioni Era Nuova - ha ideato, curato e diretto la collana di libri per ragazzi “I Sassi Magici. Ragazze e Ragazzi” pensando a dei testi, non necessariamente ristampe di vecchi classici, dove valori importanti per l’educazione adolescenziale, come la solidarietà, l’amicizia, il senso della responsabilità, il rispetto per gli altri, la voglia di mettersi alla prova, la scoperta del senso positivo delle cose, fossero presenti nonostante alcune mode e proposte editoriali che già negli anni ’90 strizzavano l’occhio ai comportamenti trasgressivi, ma conformisti, delle giovani generazioni”.

Poi Carmine lascia tutto e tutti: un incantesimo lo porta via. Ma quella collana continua il suo cammino. Dopo quel volume ne vengono pubblicati altri: Marta quasi donna di Marcello Argilli, La scelta di Luisa Mattia, Piccoli vagabondi di Gianni Rodari, La Bottega di mastro Pietro e Una Rete tutto d’oro, ambedue di Franco Monacchia (quest’ultimo è fra i finalisti del prestigioso Premio di Narrativa per ragazzi “Bancarellino”). Mi accorgo di non aver parlato del contenuto di Timpetill. Sarà per un’altra volta. Intanto, chiedetelo in libreria. 
Buona lettura.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/L'Albero delle Fiabe

L’Albero delle Fiabe
di Giovanni Pistoia

Povera Quapé, paperetta distratta e sfortunata! Segue i fratellini e la mamma ma inciampa, cade e dà una zuccata a un pezzo di legno. La mamma e i fratellini non si accorgono di quello che è successo e proseguono il loro cammino. Quapé si rialza a fatica, è molto confusa, cerca la mamma, ma non ricorda più il suo volto… Quapé, paperetta distratta e senza memoria, ritroverà la mamma, che, intanto, disperata, la cerca tra i canneti del lago? Come finirà questa brutta storia? Lo volete sapere? Non ve lo dico.

Vi racconto, invece, la storia della ranocchia Melodilla. Melodilla ama stare a mollo, come fanno tutte le rane del mondo. Ama cantare o, meglio, si diletta a fare il suo gro gro, come fanno tutte le rane del mondo. Ma qui cominciano i guai: Melodilla ha una voce potente e quando fa gro gro scappano tutti, e tutti in coro si lamentano con lei. E la ranocchietta, mortificata, chiude la bocca e si allontana per non disturbare. Se ne va in un altro posto. Purtroppo anche da qui viene allontanata. Sconsolata, Melodilla se ne riparte e si ferma nei pressi di una palude triste e sperduta. Qui, forse, non ci abita nessuna creatura: né anatre né uccelli né insetti. Ma non è così. È una ranocchia diversa dalle altre, Melodilla, ma deve pur vivere, deve pure far gro gro. A questo punto… a questo punto mi sono rattristato anch’io per la solitudine di Melodilla: non vi dico più niente.

Voglio, però, dirvi qualche cosa di un’altra storia, una storia che comincia così: “C’era una volta uno zoo. Nelle gabbie c’erano gli animali. Quando lo zoo era chiuso, di sera, gli animali si parlavano un po’, da una gabbia all’altra. L’elefante chiedeva: ‘Giraffa, come va?’ E la giraffa rispondeva: ‘Da mangiare ce n’è, ma…” E taceva. La sera dopo, la zebra chiedeva: ‘Elefante, come va?’ E l’elefante: ‘Da bere ce n’è, ma…’. La sera dopo, la giraffa chiedeva: ‘Ehi, zebra, come va?’ E la zebra: ‘Spettatori ce n’è, ma…’ E taceva”. Cosa volevano dire gli animali con quei silenzi?

Se volete una risposta a tutti questi interrogativi, non dovete fare altro che leggere o farvi leggere le divertenti fiabe di Roberto Piumini (www.robertopiumini.it), uno dei più bravi e fantasiosi autori di storie per l’infanzia, e non solo, che la De Agostini (www.deagostini.it) sta pubblicando in una ricca collezione dal titolo “L’Albero delle Fiabe”.

La prima fiaba, “Le mamme di Quapé”, è apparsa nelle librerie nel gennaio 2007, e, poi, “La ranocchia Melodilla”, “Il treno del circo”, “Il delfino dei sogni”, “La lumaca e il vermottolo” e, così, fantasticando. La raccolta comprende fiabe inedite, i fascicoli sono illustrati a meraviglia. Non solo: allegati ai volumetti vi sono tanti giochi in legno, che rappresentano i protagonisti delle fiabe: trenini, allegri delfini, giraffe colorate, trottole, coccinelle, scatole magiche… Un mondo affascinante per i piccoli, che possono giocare con i personaggi delle fiabe lette e con loro creare nuove storie. Per saperne di più, basta una e-mail alla fondazione De Luca.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/Ho visto un Re

Ho visto un Re
di Giovanni Pistoia

I poveri diavoli, qualunque cosa loro accada, non devono affliggersi mai. Non devono piangere, non devono manifestare malessere o sconforto. Figuriamoci, poi, pensare, solo pensare, di protestare. Se i poveri diavoli, che stanno sulla terra, subiscono qualche torto non devono versare lacrime. Perché? Perché il loro triste umore avvilirebbe, rattristerebbe il ricco o, comunque, chi detiene il potere. E il povero diavolo non può fare una cosa del genere al potente di turno. Non può, per colpa sua, recare un qualche sia pur piccolo dispiacere a chi sta sopra di lui.

Il povero diavolo deve stare sempre allegro, anche quando il suo cuore piange. Lo deve fare per il Re, per chi, insomma, sta in alto, molto in alto.

Sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re.
Fa male al ricco e al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam!

Il vescovo, il re, il ricco, l’imperatore e persino il cardinale hanno rovinato il povero contadino. Gli hanno portato via tutto: la casa, la mucca, il violino, persino una scatola di cachi e, per finire, anche una radiolina innocente e, guarda un po’, anche i dischi (ohibò!) di Little Tony. Ma non è tutto: gli hanno portato via un figlio, partito per fare il soldato, e, povero diavolo di un contadino, perfino la moglie. Già, dimenticavo, aveva il buon villan, anche un maiale. Lo avranno certamente lasciato. Macchè! Gli hanno portato via anche quello. Chi sa quanti pianti avrà fatto il contadino! Proprio per niente. Rideva. Rideva. Rideva: era diventato pazzo? Ma no, ride perché sempre allegri bisogna stare, perché il pianto non deve disturbare il re, il ricco, l’imperatore.

E se un danno lo subisce un ricco, se tra di loro succede qualcosa? In quel caso il povero diavolo può almeno ridere? Ma no, non può. Perché se un potente subisce una magagna, che dico, un torto, da parte di un altro ancora più importante, la tristezza di quel potente finisce per ricadere sul povero diavolo. E, poi, non è giusto che un povero diavolo lasci solo e triste un ricco divenuto un po’ meno ricco per colpa di un ricco ancora più ricco di lui.

Pensate un po’: un re piangeva (poveretto!) perché l’imperatore gli aveva portato via un bel castello. Eppure quel re possedeva appena trentadue castelli. Giustamente il re piangeva, e piangeva anche il suo cavallo. Volete che il povero diavolo e persino il cavallo del re non sentissero sulla propria pelle il penoso danno subito da quel re per l’atto dell’imperatore?

Questo graffiante, amaro e divertente raccontino è di Dario Fo e si può leggere nel libro “Ho visto un Re”, pubblicato da Gallucci nel 2006 (
www.galluccieditore.com). Si tratta di un albo riccamente illustrato da straordinari disegni di Emanale Luzzati, che dà alla buffa favoletta un tocco di magia. Nel CD allegato è riportata la canzone originale “Ho visto un re” cantata da Enzo Jannacci. Il testo, dal linguaggio semplice e burlone, può contribuire a spiegare ai bambini, con l’aiuto dell’educatore, i guasti dei privilegi e gli abusi del potere.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/La favola della vita

La favola della vita
di Giovanni Pistoia

La chiamava “la ragazza delle arance”. Chi era quella bella, disinvolta, misteriosa ragazza che giocava con il suo cuore? Comparve all’improvviso con il suo carico di arance e, poi, sparì. Ma lui la cercò. Come poteva trovarla in una grande città? Di lei non conosceva nulla. Eppure si incontrarono. Qualche sguardo. E il cuore pulsò, magicamente, più del solito.

“Era più bassa di me di una decina di centimetri, aveva lunghi capelli scuri e occhi castani, e doveva avere circa diciannove anni come me. Alzò lo sguardo e mi fece come una specie di cenno con la testa, senza però fare il minimo movimento, e al tempo stesso sorrise in maniera ammiccante e maliziosa, quasi come se ci conoscessimo già, o, non esito a dirlo, come se una volta, molto molto tempo fa, avessimo trascorso insieme un vita intera, solo lei e io. Era come se questa storia fosse stata scritta nei suoi occhi castani.
Il suo sorriso aveva fatto comparire un paio di fossette sulle sue guance e, anche se non per questo motivo, pensai che ricordava uno scoiattolo, almeno per la sua dolcezza. Se davvero avevamo passato una vita insieme, forse era stato come due scoiattoli su un albero, pensai, e questo pensiero, cioè di una vita giocosa da scoiattolo assieme alla misteriosa Ragazza delle arance, non era affatto spiacevole.”

“La Ragazza delle arance” di Jostein Gaarder, pubblicato da Superpocket nel 2006 (www.superpocket.it) è un romanzo d’amore, un canto alla vita anche se si sta per dirle addio, alla tenerezza dei sentimenti. È il racconto dell’incanto davanti alla luminosità di un’alba, al fascino di un tramonto, al miracolo della velocità di un calabrone, ai segreti dell’universo e alla caparbia volontà dell’uomo, pur nella sua limitatezza, di carpirne i suoni, le voci nascoste. È l’amore di un padre, che ha lasciato, dolorosamente, un figlio di quattro anni e che attraverso una lunga lettera “parla” con lui undici anni dopo. È l’amore di un figlio, che ricorda appena il volto del padre andato via troppo presto e ritrovato, dopo anni, in un racconto scritto per lui.

Ma il protagonista del libro non è il bambino divenuto un ragazzo di quindici anni né un padre che vuole vivere al di là del tempo che gli è stato concesso. Non lo è neanche quella curiosa ragazza che amava stringersi sul petto sacchetti d’arance, nascondersi, come uno scoiattolo, ed essere cercata, che appariva come una fata vestita di rosso fiammante “come la buganvillea che stavo guardando lungo un alto muro in fondo alla piazza”, nella bella Siviglia.

Per l’autore le storie che intreccia, gli amori e i personaggi che descrive sono un pretesto: protagonista del romanzo è la favola della vita. Cosa muove un capriolo che ti fissa e poi scompare? Cosa ci raccontano i fenicotteri rossi, che depongono le uova? E le gazzelle che agili percorrono la savana africana? “Quale è la forza insondabile che decora la terra con fiori di tutti i colori dell’arcobaleno, e che orna il cielo notturno con un prezioso pizzo fatto di stelle scintillanti?”

(22 ottobre 2007)