mercoledì 25 marzo 2020

LETTURA DEL CANTO XIII DELL’INFERNO di Dante Maffia


LETTURA DEL CANTO XIII DELL’INFERNO
di Dante Maffia

Nessun poeta mai mi ha intimorito e reso quasi impotente alla scrittura se non Dante e mi ha molto consolato apprendere , in tempi recenti, che lo stesso effetto ha prodotto su  Osip Mandel’stam che, una volta liberatosi  dal timore riverenziale, anzi dallo stordimento, è entrato nella Commedia con una profondità  che nessun dantista mai ha dimostrato.
Io non credo di poter fare altrettanto, ma proverò almeno a cercare di individuare qualcosa sfuggito alle tante letture. Quindi il mio approccio sarà quello del detective che va alla scoperta di ciò che non è stato preso in considerazione.
 Ad ogni lettura della Commedia, anche parziale, mi perdo in una miriade di mondi che si sciolgono l’uno nell’altro e si ricompongono all’apparenza capricciosamente, ma in realtà seguendo il filo sottile di un divenire che dilata il senso delle cose e lo rende imprendibile. Dante è la sostanza umana che si sfalda e si ricompone in nuova sostanza, è la vita che si rinnova nel viaggio continuo, terribile e meraviglioso , attraverso le tre cantiche: è la sostanza divina che tenta l’approccio all’umano, ed è il viaggio come raggiungimento massimo dell’essere. Non l’approdo, non la catarsi, ma il ricongiungimento alle sfere celesti attraverso l’umano. “La poesia di Dante fa proprie tutte le forme di energia note alla scienza moderna: l’unità di luce, suono e materia costituisce la sua intima natura”.
   Durante questo viaggio ogni incontro con le ombre è da un lato il peccato da scontare, e dall’altro l’ammonimento a non persistere nella “ via del sonno”, quella che porta dritto nella selva oscura. E le ombre a me sembrano tutte a immagine e somiglianza di Dante stesso che oggettivizza il suo io in un percorso travagliato e intricato, ma sempre rispecchiandosi, punendosi, passando dentro le pene e uscendone indenne, purificato. Eppure non c’è nulla di soggettivo, perché non del suo viaggio si tratta, ma di quello di tutti gli esseri umani che avendo perduto l’amore si rendono conto di quanto sia prezioso e importante e compiono il viaggio della purificazione per rincontrarlo. Beatrice dunque non è solo pura immagine trasparente che vola per i cieli, ma approdo della tensione umana, sfida per dimostrare a se stessi che spinti dalla forza del sentimento della sublimità si può riconquistare la persona amata. Se poi la persona rifuggirà lontano avrà poca importanza, perché ciò che conta è la tensione, l’investimento che si fa, il “progetto” nel suo insieme.
   Ma forse il personaggio che maggiormente possiamo leggere come l’alter ego dantesco è Pier della Vigna ( o delle Vigne ) , poeta e ministro di Federico II di Svevia, suicidatosi in carcere a causa del peso insopportabile dei sospetti di Federico e delle calunnie pesanti a suo carico. Infatti Dante ha per Piero, lo scrive Enrico Malato nella sua recente biografia, un’ “affettuosa e premurosa attenzione”.
   Siamo nel canto XIII, nel girone dei suicidi, ancora l’imbuto infernale ha larga la circonferenza e tuttavia la desolazione regna sovrana. Virgilio e Dante , attraversato il Flegetonte a guado in groppa al centauro Nesso,  subito entrano in  un bosco privo di viottoli, con alberi contorti e intrecciati, velenosi. Si respira un’atmosfera di pericolo, incombe una sorta di maleficio ma non si sa bene da cosa provenga.
   Dante, per rendere l’assenza di vita, la negazione della vita realizzata dai suicidi, si compenetra nel silenzio da loro desiderato, e ci porta in un clima rarefatto, direi metafisico, in cui balza  con evidenza il paesaggio ( a questo canto hanno dedicato opere indimenticabili i maggiori illustratori della Commedia e i maggiori pittori di tutto il mondo )  descritto per negazioni ( “Non era ancor di là Nesso arrivato”,  “Non fronda verde”, “non rami schietti”, “non pomi v’eran”, “non han sì aspri sterpi” ). I cinque non  ( quattro dei quali in fila e il primo a inizio del canto )sembrano colpi di tamburo che deliberano il sempre del gesto inesorabile e ineluttabile compiuto dai suicidi. E se si pensa che  su cento canti soltanto il XXIV del Purgatorio comincia con né, ci si può rendere conto dell’importanza che assumono i cinque non tesi a imitare il gesto dei suicidi.
Come è nelle scenografie sinfoniche dantesche,  poi appaiono le Arpie, le figlie di Posidone e di Gea che avevano la testa femminile con lunghe chiome e corpo d’avvoltoio con ali di vampiro e unghioni alle zampe, secondo alcuni, e che invece, secondo la versione dantesca, erano le figlie di Taumante e di Elettra, col volto di donna e il corpo d’uccelli rapaci.
   Si accetti la versione omerica, quella virgiliana o quella di Dante, certo è che queste figure orribili, che sporcarono di sterco perfino le mense dei compagni di Enea alle isole Strofadi, mettono paura e soggezione e sembrano infestare l’aria di qualcosa di troppo appiccicoso e fastidioso, di presagi e di ammonimenti. Dante non ha mezzi termini nel presentarcele:

       Ali hanno late, e colli e visi umani,
       piè con artigli,  e pennuto il gran ventre;
       fanno lamenti in su li alberi strani.

Avvertiamo una ambiguità che scorre rapida e si diffonde ovunque, al punto che gli alberi, prima osservati nella loro nodosità e nella loro miseria, vengono ribattezzati“strani” ( ma Natalino Sapegno vuole che “strani” sia riferito a lamenti ) , cioè diversi da come solitamente sono, inusitati e difformi così tanto dalla norma che destano, oltre  a curiosità, stupore, sospetto, timore e turbamento, come dice Gianfranco Folena.
Le consonanti, in questo incipit, sembrano ergersi e diventare esse stesse arbusti, “stecchi con tosco”.
   Naturalmente, ve ne siete già accorti, la mia lettura non sarà canonica,dovrei ripetere ciò che hanno detto meglio di me dantisti e filologi, da De Sanctis a Michele Barbi, da Singleton a Bachtin, da Petrocchi a Bosco, da Croce a Sapegno, da Spitzer ad Auerbach, da Porena a Sanguineti, da Petronio a Scartazzini, eccetera eccetera. Io non sono un filologo e  ho terrore dei filologi a cui vanno le medesime considerazioni del mio conterraneo Tommaso Campanella.  Un Dante letto e riletto in chiave storicistica ritengo che sia un lavoro improbo e inutile; allontana dal senso profondo della sua poesia, alza muri insormontabili, anche perché non tutti i personaggi sono universalmente conosciuti e Firenze sarebbe ristretta a un piccolo borgo ingombrato da figure senza rilievo.  Perciò mi preme soprattutto mettere in evidenza il mio rapporto con le emozioni che questi versi di Dante mi danno e che cosa si può trarre da una visione così “realistica” e insieme “metafisica” della condizione post-mortem dei suicidi.
E’ vero che una interpretazione impressionistica può prestare al Poeta “sentimenti e idee che potrebbero essere alieni da quelli che furono realmente i suoi”, ma  voglio proprio assorbire e trasportare nel mio mondo e nei miei interessi una poesia che sento straripante di musica, di spazi  infiniti, di verità assolute e, nello stesso tempo, pronta a divincolarsi dalla contingenza e assumere nuova dimensione, diventare ogni volta la verità.  Silvio Pasquazi ha notato e sottolineato che qualche volta è avvenuto questo tipo di rapporto e, pur essendo egli un filologo ortodosso, non si è mai scandalizzato più di tanto, al punto che in un suo saggio, Dante oltre il Medioevo, afferma che questo “modo di avvicinare la poesia dantesca, pur con tutte le sue pecche, costituisce tuttavia una riprova della universalità del Poeta, al quale si è applicato, e non poteva essere diversamente, quel principio che venne formulato dalla filosofia del suo tempo: ‘quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur’ ( qualunque cosa venga ricevuta, viene ricevuta secondo le possibilità di chi la riceve).
   Nel 1986 Enrico Malato, pubblicando una lettura del V Canto dell’ Inferno, propose “una interpretazione del ben noto episodio di Paolo e Francesca in cui si offre una plausibile spiegazione dell’apparentemente contraddittorio, certo ambiguo atteggiamento di Dante, il quale mostra una profonda solidarietà ( e provoca la solidarietà dei suoi lettori ) per la peccatrice di Rimini, nel momento stesso in cui la presenta… Al punto che, in età romantica … Ugo Foscolo e Francesco De Sanctis immaginarono un inverosimile atteggiamento assolutorio di Dante verso i due amanti, scrivendo il primo che  ‘La colpa è purificata dall’ardore della passione, e la verecondia abbellisce la confessione della libidine’, e il secondo di ‘un sentimento che purifica e un pudore che rivergina; talché a tanta gentilezza di linguaggio mal sai discernere se hai innanzi la colpevole Francesca o l’innocente Giulietta’ “.
   Lo stesso può accadere leggendo il XIII.
 Per Pier della Vigna Dante “mostra una profonda solidarietà”, anche se è ferma la sua condanna per chi ha fatto violenza contro se stesso. E io credo che l’eccesso di implicazioni retoriche di questo canto non sia dovuto a un adeguamento di Dante allo stile elegante, aulico, forbito e retorico di Piero,  burocrate e poeta di corte, ma alla rarefazione di vita respirata nel girone. Lo Spitzer insiste, e con lui Jacomuzzi, Dughera, Ioli, che ci troviamo dentro una disarmonia morale per cui il Poeta  infittisce la messe di figure retoriche fino all’esasperazione. Ma per dare questa idea non sarebbe bastato il ricorso all’onomatopeica senza  abbondare in annominazioni, paranomasie, iterazioni, antitesi, parallelismi, metafore arditissime?:

                                          … e voi non gravi
   perch’io un poco a ragionar m’inveschi.
   Io son colui che tenni ambo le chiavi
   Del cor di Federigo, e che le volsi
   Serrando e diserrando, sì soavi
   Che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;


   La meretrice che mai da l’ospizio
   di Cesare non torse li occhi putti,
   morte comune e de le corti vizio,


Credo invece che l’animo di Dante, uomo d’azione, fortemente legato alla vita nella pienezza di tutte le azioni, situazioni, ideali e quotidianità, abbia subito un momentaneo e immediato crollo al cospetto del bosco senza “neun sentiero”, con gli alberi “nodosi e ‘volti” e gli “stecchi con tòsco”. Non c’è in giro un’anima, è proprio il caso di dirlo, tutto è spento, silenzio. Così lo smarrimento si dilata e immediatamente il paesaggio esteriore diventa quello interiore. Di conseguenza le parole, le espressioni, il ritmo si fanno irti, spinosi, impraticabili. Non si tratta dunque soltanto di onomatopeica del suono, ma anche di “onomatopeica” delle sensazioni. Ecco perché Dante non è, come ancora sento affermare, soltanto il più grande poeta del Medioevo, ma il più grande in assoluto, perché la coscienza e la consonanza della sorte umana sono ritratte fuori da ogni situazione storica, in una totalità spirituale mai inficiata da accadimenti di qualsiasi genere.
   “Se sapessimo ascoltare Dante riusciremmo a percepire il nascere del clarinetto e dell’oboe, il trasformarsi della viola in violino e l’allungarsi dei pistoni del corno: sentiremmo formarsi nebulosamente, intorno al liuto e alla tiorba il nucleo della futura, omofona orchestra tripartita.
   Se sapessimo ascoltare Dante, ci troveremmo immersi in quel flusso di energia che nel suo insieme costituisce la composizione, nei suoi particolari la metafora, e che, nella sua elusività, è similitudine generatrice di definizioni destinate a essere assorbite dal flusso stesso, ad arricchirlo di sé, a perdere ben presto la primogenitura, non appena abbiano guadagnata la prima gioia del divenire, per aderire alla materia che irrompe tra i significati e li sommerge”.
   Non so se Gianfranco Contini conoscesse  il Discorso su Dante scritto da Mandel’stam probabilmente negli anni trenta, ma in Un’idea di Dante egli sembra arieggiare i giudizi del poeta russo, tenerli in grande considerazione, infatti cita, nel capitolo intitolato Dante come personaggio-poeta, una frase di Novalis, poi ripresa da Benn: “Arte come antropologia progressiva”e un po’ dopo: “io qualunque, da rappresentare adeguatamente l’umanità intera”.
Naturalmente non mi soffermo sui saggi arcinoti di De Santis e di Croce, o sulle posizioni di Bettinelli e di Gaspare Gozzi: finirei per confutare o aderire, condividere o negare. Per esempio lo scritto di Montale non porta nessuna novità, e tutto sommato neanche quelli di Pound e di Eliot (diversamente dalle interpretazioni di Maria Zambrano e di Jorge Luis Borges) ma hanno il pregio di vedere l’uomo in Dante, l’uomo di ogni tempo, “che fa la propria esperienza concreta nella sua epoca, ma la supera e rende testimonianza dell’umanità che è in lui, per mezzo dell’espressione più duratura di cui l’uomo è capace: la poesia” ( Pasquazi).
   Se questi poeti del nostro tempo non si fossero messi nella condizione di abbandonarsi a Dante interamente, con dedizione, non avrebbero potuto cogliere quel seme del divenire che nella Commedia è il dato più limpido e più segreto.
   Perché a scuola il nostro Sommo è stato sempre mal digerito? Chi non  ricorda i famosi sesti canti fitti di annotazioni, di postille, di cavilli, di inutili astruserie? Come si sarebbe potuto amare e comprendere l’orchestrazione dantesca e la sua spinta perenne a guardare dentro il flusso degli eventi che non hanno requie e si spiegano costantemente soltanto se prescindiamo dai dati sordamente esibiti e ne prendiamo soltanto l’atteggiamento umano e spirituale, in una parola, il metodo?
Come avremmo potuto comprendere le indicazioni e le spinte al futuro di una poesia che da dentro le cose ricostruisce ogni giorno, ogni attimo il senso dell’uomo, se i professori ci giravano il capo all’indietro e pretendevano il “riassunto” dei canti, le biografie di ogni personaggio incontrato? Così i più attenti, ma soltanto i più attenti e interessati, diventavamo, a nostra insaputa, bettinelliani e crociani; gli altri mettevano da parte la Commedia, subito dopo aver pagato la pena delle interrogazioni.
Che cosa potrebbe dire Pier della Vigna a noi uomini del duemilaecinque se ci soffermassimo soltanto ai suoi dati biografici, al suo essere stato ministro di Federico, fedele o meno, al suo essere stato un discreto poeta della Scuola Siciliana? Questa è cronaca del Duecento e se non entra nel circuito di un rapporto col nostro tempo, meglio leggere “Il Messaggero”, “Repubblica” o “Il Corriere della Sera”.
I protagonisti della letteratura ( romanzesca o poetica ) sono fantasmi che popolano la mente e il cuore dei lettori se la loro umanità e le loro tensioni ideali riescono a diventare lievito del nostro percorso, altrimenti sono soltanto stereotipi di un mondo lontano e inerte, privo di qualsiasi ragione. Figuriamoci se i fantasmi sono già fantasmi di per sé e non trovano la via del cuore e quella della parità anagrafica con chi legge.
Pier della Vigna, dunque, ci interessa perché  è figura e controfigura di un’intera corte imperiale ripetibile all’infinito; perché è il simbolo di una civiltà che non muore mai; perché è la voce di una coscienza che non si è arresa all’offesa e pretende il riscatto; perché è il dolore della perdita della vita nella ineluttabilità dell’eternità; perché è il tragico epilogo di un’esistenza dilaniata dalla vergogna per colpe non  commesse; perché è l’accusa perenne contro le delazioni, le invidie, i misfatti, le orribili trame del potere; perché è la vittima di una condizione che col passare dei secoli non ha mutato di un millimetro la sua oggettività; perché è il rimprovero alla cecità di chi non sa guardare dentro la verità e si lascia andare alle brame degli adulatori e dei fedifraghi; perché è il grido dell’onestà che rivendica giustizia e gratitudine.
   Potrei continuare a specificare ancora molto altro. Piero resterà sempre immerso nell’anonimo albero spinoso e tosco e col passare dei millenni la vita negata non gli sarà restituita, ma avrà facoltà, perennemente, di vivere , passatemi il bisticcio, nel suo essere assenza della grazia e del palpito umano. Ha la parola, non gli è stata negata neppure sotto quelle vesti vegetali orribilmente serrate nella uniformità del bosco.
   E quando le trombe squilleranno per riavere i corpi, i suicidi, e quindi Piero, vedrà penzolare dai pruni il suo corpo e non potrà riconquistarlo, ma non sarà un’aggiunta di condanna, perché il suo esempio continuerà a restare imperituro.
   Qui Dante, com’è noto a tutti, si discosta dai dettati della Bibbia, ma non poteva fare diversamente se voleva continuare nella ferrea condanna di chi ha deciso di finire i giorni prima del tempo stabilito. La vita è un dono. E poi il Poeta voleva con estrema immediatezza rappresentare il contrappasso e renderlo un dato efficace ed esemplare, quasi a voler stemperare la sua simpatia per Piero.
   Eppure non leggiamo una sola parola di condanna o di dubbio nei riguardi di Federico che fu accecato dai cortigiani e ridusse alla gogna il suo ministro prediletto. E dalla bocca di Piero in fondo non escono parole di condanna o comunque cattive neppure nei confronti dei traditori e degli invidiosi. Tutto è concentrato su se stesso, come una fatalità a cui non ha saputo sottrarsi e che l’ha portato alla decisione orribile.
   Ma dicevo che Dante ha simpatia per Piero. Quali le ragioni? Perché è poeta? O perché al tempo in cui fu bandito da Firenze ( e quindi accusato ) anch’egli pensò in un attimo di debolezza di farla finita? E’ certo che la descrizione del bosco è fatta con una mirabile misura narrativa che riesce a contemperare magistralmente il sentire e il vedere:

   Io sentia d’ogni parte trarre guai
   e non vedea persona che ‘l facesse;
   perch’io tutto smarrito m’arrestai.

Siamo in un bosco, cioè in una selva. Proprio come all’inizio del primo canto. E poiché Dante non lascia mai niente al caso e mai niente orchestra per distrazione, è chiaro che la selva dei suicidi simboleggia, per sineddoche, tutto l’inferno, che nella sua accezione più lata è proprio negazione della vita.
E si badi che Dante non parla direttamene con Piero. Invita Virgilio a farlo. Egli agisce spezzando il ramo che sanguina e parla, egli è fautore del dolore, ma senza parole né dette né ricevute direttamente. Anche ciò fa pensare alla goffaggine di Dante che quasi sempre ha la balia che lo accompagna, Virgilio o Beatrice. In questo caso come avrebbe potuto, lui vivo, essere parte attiva di una conversazione, di una delle tante “interviste” fatte ai vari protagonisti incontrati girone dopo girone?
Perché riscatta Piero dalle accuse che gli erano state mosse?
Anche in questo caso io vedo una difesa della gestione politica di Dante, il se stesso Priore della città  che viene guardato e giudicato.

   L’animo mio, per disdegnoso gusto,
   credendo col morir fuggir disdegno,
   ingiusto fece me contra me giusto.

Si noti come gli ossimori  (appannaggio indiscusso della poesia contemporanea ) vengono utilizzati da Dante e come egli appoggia due infiniti su un gerundio, quasi per rendere la situazione precaria. Simili accorgimenti linguistici, che seguono l’andamento psicologico e si snodano con una sorta di pacata pudicizia, il Poeta li adopera spesso, rendendo così le atmosfere sempre vive e palpitanti, sempre sospese e immerse in un’azione continua.
   E’ stato notato comunque che in questo canto c’è un’accentuazione di carattere linguistico molto forte e che è dovuta proprio alla condizione dei suicidi. Ho detto prima che Dante non ha un rapporto diretto con Piero e questa neutralità crea una sorta di spaesamento in lui ( e anche nel lettore, naturalmente ), al punto che per un istante ritorna  ( è una difesa per allontanare  la comprensione, per non lasciarsi imbrigliare nel patetico, come ha osservato De Sanctis ) al linguaggio provenzale o, forse, al linguaggio delle rime petrose, aguzze, irte. Quindi, se da una parte egli si difende, dall’altra “simpatizza” linguisticamente e si adegua al fuoco spento, alla mancanza di luce, di amore.
   Il bosco è un quadro rarefatto, con mancanza di colori ( eppure non si dimentichi che Dante è un colorista esperto e dovizioso, ricco e cromaticamente eccelso, amico di Giotto e conoscitore della pittura di Cimabue ). In tutto il canto, se si esclude  bruno, due volte il verde ( il primo riferito a sangue e gli altri due alle piante, quindi naturalmente tali ) e il nero dei cani, non c’è una sola pennellata. L’aria è asfittica, intrisa di quel vuoto che sembra nascere dalle stesse parole e raggelarsi nei “guai”, nei lamenti .
   Su “usciva insieme / parole e sangue” si è scritto molto, ma forse in questo caso Dante voleva semplicemente far reggere a usciva le parole e poi il sangue. Ma le congetture sono tutte lecite in  poesia, soprattutto quando si tratta di parole che escono dalla pianta, mischiate al sangue. Ecco, non si avverte in questa espressione nessun tipo di rigetto, di disgusto, di irritazione. E’ un fatto naturale che il sangue sia misto alle parole di Piero, ed è naturale che tracce di vita terrena restino nei dannati, altrimenti sarebbero soltanto anime prive di sensibilità e di ardori. Tutta la Commedia si muove in questa terrestrità ricca di ricordi, di indignazioni, di amore, di furori, e se Piero può discolparsi dinanzi al mondo lo deve all’aura di vita che Dante si trascina con sé e che “invischia” Piero nella confessione, senza tergiversazioni.
  Ha scritto Eliot : “La contemplazione dell’orrido o del sordido o del disgustoso da parte di un artista è l’aspetto necessario e negativo dell’impulso che porta alla ricerca della bellezza”. Poi Eliot cita Sidgwick: “Nell’incontro con Ulisse, come in quelli con Pier delle Vigne e con Brunetto Latini, il predicatore e il profeta si perdono nel poeta”. E’ vero, si tratta sicuramente di “una falsa esemplificazione”, e tuttavia sento che il critico inglese abbia colto il senso profondo di certi atteggiamenti danteschi miranti a  riportare ogni cosa nella dimensione e nella realtà della poesia servendosi dell’orrido o del disgustoso.  Perché se predica o profezia si incontrano sparse lungo il tragitto di tutta l’opera è perché  Dante è capace di trasformare la filosofia in visione. Se così non fosse il Poema perderebbe la sua aura mistica e sarebbe un trattato di teorie. Invece noi percepiamo la sua dottrina, che illumina e spiega con una serie di immagini vertiginose,  ne seguiamo lo “scolpire” continuo dentro riflessi di idee diventate immagini. Egli pensa per immagini, l’annotazione è ancora di Mandel’stam, “mediante una proprietà della materia poetica”  che il  Poeta russo propone “di chiamare reversibiltà o convertibilità” o , se volete,  duttilità, quella che permette di far diventare Dante coetaneo di ogni epoca, gazzettiere delle coscienze, modello che sa leggere gli eventi anche del futuro.”Non è possibile leggere i canti di Dante senza rivolgerli all’oggi: sono fatti apposta, sono proiettili scagliati per captare il futuro, ed esigono un commento futurum”.
   Chi ha seguito, per fare un solo esempio, l’uragano abbattutosi sulla politica al tempo di mani pulite, ha potuto leggere spessissimo sui quotidiani, o ascoltare alla radio e alla televisione, che si trattava di un inferno dantesco e i personaggi messi sotto accusa sembravano essere usciti dalle bolge di Satana. Molti politici furono paragonati ( a torto o a ragione ) a Pier della Vigna. Si sprecarono le citazioni, quelle ormai proverbiali che, nonostante l’uso e il logorio, non hanno perduto la loro efficacia. E’ evidente che nelle figure dantesche e nei suoi versi, anche singolarmente presi, fluisce la verità della vita. Piero non è l’uomo medioevale , ma un rito che si è ripetuto e si ripeterà , è il ritratto  di una condizione con la quale l’uomo si troverà quale che sia il mutare delle stagioni e dei tempi. Ecco perché molti studiosi si sono soffermati su questo  ( vile o coraggioso ? ) essere che ingiusto fece sé contro sé giusto.
   Molto si è detto anche su il fiorentino senza nome incontrato tra i suicidi. Interpretazioni affascinanti e coinvolgenti e, come al solito, troppo erudite. Forse l’interpretazione di Boccaccio  e di Benvenuto è quella che convince di più, sostengono che Dante volutamente abbia lasciato questo dannato nell’anonimato “perché tutti i violenti di Firenze avessero tale infamia”.  Io credo comunque che egli abbia inserito questa piccola digressione per ragioni puramente tecnico-narrative. Il canto, è stato ripetuto più volte, è perfetto, è uno dei più unitari di tutta la Commedia e va letto nella sua totalità se non si vuole perdere la bellezza e la carica di drammaticità e di finezza psicologica emersa durante il colloquio con Piero..
   Alcuni commentatori si sono addirittura stupiti invece che nel girone dei suicidi siano stati messi anche gli scialacquatori, puniti ancor più severamente. Ma non bisogna dimenticare che la classe borghese e mercantile ( si veda il bellissimo testo di Vittore Branca sulla epopea dei mercanti nel medioevo ) aveva bisogno d’essere sferzata e fronteggiata da rigore morale e doveva accollarsi doveri molto precisi aiutando lo sviluppo economico della patria, facendo carità, dovendo essere solidale con i non abbienti. Tuttavia ciò non dovrebbe indurre in errore e far dire, per esempio a Ezra Pound, che “Dante è più il culmine di un’epoca che l’inizio di un’altra”. ( Naturalmente non va detto neppure che Dante è  artista che anticipa il Rinascimento ).  In questo modo ogni poeta diventerebbe solo e soltanto documento di una civiltà e perderebbe la sua portata non appena la civiltà muta il suo modo d’essere e si espande in altre direzioni. Invece ogni poesia non è mai né definita né definitiva e si arricchisce col tempo ( se poesia vera è ), “di nuovi toni e di nuovi colori”. L’espressione è di Mario Fubini, ma non è il caso di insistere sui caratteri generali del poema sacro. Vediamo piuttosto se il tredicesimo dell’Inferno possa essere considerato ( un paio di volte ho fatto riferimento all’orchestrazione dantesca ) una suonata sinfonica , un  concerto d’organo, o altro.
   Quando Dante giunge alla selva dei suicidi è subito avvisato da Virgilio delle sorprese che avrà. Ma  pur aguzzando lo sguardo non riesce a discernere nulla, se non alberi e alberi molto particolari. Intanto si odono lamenti arrivare da chissà dove.
   Non sembra una scena del teatro di Samuel Beckett?
E la scena si dilata e diventa sempre più assurda e incredibile, disorientante. Appena strappa un rametto il tronco geme e s’imbratta di sangue. Così il Poeta percepisce insieme il “fiotto di sangue parlante” e le “grida sanguinose”, come nota Spitzer, “orribile rivelazione dell’ibrido”, che crea uno stato di maggiore confusione in modo che il paesaggio surreale e chiuso nelle linee fitte dei tronchi e degli alberi diventa all’inizio il protagonista principale , in cui a un certo punto troneggia Pier della Vigna.
   La scena ha un alone di misteriosa attesa: sembra che una maledizione incomba su gesti e immagini, su tutto, ma dopo essere stato spezzato il rametto l’umano entra in gioco e s’impasta all’atmosfera infernale provocando una serie di reazioni che hanno via via una maggiore tensione di paura.
   Teatro dell’assurdo e subito dopo immagini e scene da cinema dell’horror. In Dante sono contenuti tutti i generi letterari e artistici di là da venire, e non sembri una esagerazione. Egli sa entrare con prepotenza in ogni ragione poetica e trarne sviluppi spesso imprevedibili. Si è fatto mai caso, per esempio, che Dante opera una demitizzazione costante dei personaggi, “facendo risaltare soprattutto come il peccato sia una forma di cristallizzazione di un momento della vita ( l’amore, la politica, il prestigio, ecc. ) che continua nell’aldilà, dove si fissa per sempre in forme emblematiche e talora paradossali” ? ( Angelo Marchese ).
   Una attenzione particolare va data al linguaggio utilizzato in questo canto. Mi riferisco a linguaggio nell’accezione di Leo Spitzer che non fa riferimento al linguaggio in sé  quanto alla produzione del linguaggio dei suicidi. Dante è esplicito a questo proposito, ma il dato è sfuggito a tutti i commentatori prima di Spitzer. Le parole di Piero sono soffi improvvisi, note aeree che danzano in una vischiosità irrisolvibile, e pur essendo dolore umano quello da lui accusato, in effetti ha sincopi quasi astratte, un fruscio che scorre non simile al vento, ma di vento.
   Voce umana ed elemento atmosferico hanno trovato un loro modo d’essere negli alberi, si sono fusi in un timbro sonoro che ha dell’inaudito. Come si fa a sommare due cose diverse? L’una entra nell’altra e la restringe o la dilata, certo è che diventa miscuglio innaturale. Ed è questo miscuglio innaturale e improbabile che si fa voce dei dannati. La loro colpa è così grande che hanno perduto persino la originaria favella ( conservata intatta e riconoscibile da tutti i peccatori degli altri gironi ) ); adesso sono prodotto anomalo del mondo vegetale e di quello umano.
   Dante, a questo punto, non può che entrare nella pienezza del clima venutosi a creare e, pur con titubanze e sempre delegando il Maestro, sfodera un vocabolario fitto di consonanti, come ho già ricordato, aspro, volutamente carico di suoni corposi e pesanti, in modo da rendere l’idea delle mutilazioni, dello scempio, della degradazione più abietta.
Spitzer chiama questo procedimento “simbolismo fonico”, un adeguamento a ciò che vede e ascolta, a ciò che prova, a ciò che non riesce a comprendere. Eppure non si avvertono sussulti di stupore: il Poeta domina l’impatto con una maestria senza pari, diluendo la possanza del dettato in tanti rivoli, in uno sparpagliamento che tiene conto dell’andamento lirico-discorsivo senza disperdere la portata evocativa e quella, direi, rivoluzionaria, addirittura scandalosa.
   C’è chi ha parlato di disarmonia discutendo di questo canto. In effetti si entra in una trama che sembra smagliarsi ad ogni attimo, ma è soltanto un accorgimento retorico: Dante dosa immagini e idee, artifici retorici e sensazioni e li adegua via via, calcando prima su intarsi che sembrano sfaldarsi ad ogni rintocco di accentuazione semantica e poi su analogie che coniugano i contrari e ne fanno quella suonata per organo che fa rimbombare le arcate dell’esistere fuori e dentro l’Inferno.
   La suonata non divaga però mai; note roboanti si alzano, con echi misteriosi, attorno a Piero, grande pruno con una sua individualità spiccata,  e si placano nel momento in cui l’anonimo fiorentino entra in scena. I cani che inseguono gli scialacquatori creano un disastro , le fronde si spargono, e Dante “rauna” le fronde sparte.
   Nel finale la musica rallenta il suo ritmo. L’inserimento della “caccia” ha tolto tensione alla cupezza e solennità della confessione di Piero ( si noti che anche questa scena,  molto usuale nel mondo medioevale, in Dante acquista un vigore nuovo, forse perché straziatamente allusiva, forse perché vibrata sulla metafora, ma forse soprattutto perché i versi hanno una cristallina risonanza, sono scritti in una lingua “arrendevole”, ( cito ancora Mandel’stam ) e hanno scatti lirici di straordinaria efficacia pur restando fedeli a un realismo sorprendentemente legato alla quotidianità.

   Ed ecco due dalla sinistra costa,
   nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
   che della selva rompìeno ogni rosta.

   Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”
   E l’altro, cui pareva tardar troppo,
   gridava: “Lano, sì non furo accorte

   le gambe tue alle giostre dal Toppo!”
   E poi che forse li fallia la lena,
   di sé e d’un cespuglio fece groppo.

   Di retro a loro era la selva piena
   di nere cagne, bramose e correnti
   come veltri ch’uscisser di catena.

   In quel che s’appiattò miser li denti,
   e quel dilaceraro a brano a brano;
   poi sen portar quelle membra dolenti.

Si noti come la musica si fa ariosamente solenne. I veltri che escon di catena danno l’idea del divicolarsi dalla staticità, ma quel che più fa pensare è che per la prima volta assistiamo alla contaminazione di un peccato con un altro. I punitori degli scialacquatori interferiscono nella sfera dei suicidi, sbranano il fiorentino e lo sminuzzano. E sappiamo che orribile strazio è questo sminuzzarsi.
Perché mai avviene per opera dei cani? Che cosa ha voluto significare Dante con questa scena? Che i due peccati sono equivalenti? O che altro?
Che cos’è, comunque,  “l’affascinante arrendevolezza” di cui parla Mandel’stam? La fame versificatrice dell’italiano antico, il suo appetito animalesco, da adolescente, per l’armonia, il suo desiderio sensuale di rima” ? E’ la qualità della nostra lingua che si fa guidare docilmente dai poeti senza sottrarsi ai capricci e alle trasformazioni. Nella lingua russa , invece, non è possibile ottenere le rime servendosi delle parole così come sono registrate nel vocabolario , perché le vocali conservano il loro valore fonetico tipico solo quando sono accentate. E tuttavia non si tratta soltanto delle differenze tra una lingua e l’altra; c’è di più, c’è la musica, che come uno scandaloso banditore corre da un verso all’altro e accende vocali e consonanti, vivifica le immagini, le scioglie in visioni, in un dinamismo pittorico e musicale che non ha eguali nella poesia di tutti i tempi. Anche le idee, i sentimenti, le emozioni, le tensioni interiori non si arroccano nell’apoteosi di una Verità conquistata per sempre e rigidamente posta a guardia della coerenza sorda. Dante lascia sempre uno spiraglio al suggerimento, al lettore che si rinnova secolo dopo secolo.
   Pier della Vigna, l’anonimo fiorentino, gli scialacquatori così diventano ipotesi di una condizione e quindi materia sempre in divenire.
   Da ciò mi auguro risulti chiaro che “Il mio modo di accostarmi alla materia è basato sul precetto di Matthew Arnoldo di lasciar libero gioco al pensiero intorno a un tema che molti hanno indagato e pochi hanno cercato di vedere in prospettiva”. ( Northrop Frye ). In tutti i modi io oggi vi ho presentato, è chiaro, il mio Dante e  il mio Pier della Vigna però tenendo ben i tre requisiti di un buon critico suggeriti da Richards  ne L’analisi di una poesia. Ho cercato di rivivere fedelmente l’esperienza umana espressa nel canto tredicesimo, ho cercato di distinguere le esperienze l’una dall’altra, “per ciò che concerne le loro caratteristiche meno superficiali e infine ho cercato di essere un buon giudice di valori.
Ma anche dopo questo corpo a corpo tra Dante Alighieri e Dante Maffia io resto stupito e smarrito, anzi maggiormente stupito e ancora più smarrito: la poesia di Dante , tutta, non solo perché il Poeta è il maggior genio linguistico di tutti i tempi, come sostiene Auerbach, è un immenso lampo che squarcia le tenebre dell’universo e dà agli uomini un acconto di eternità.

Dante Maffia

venerdì 13 marzo 2020

GIOVANNI CASERTA, Dante settecento anni dopo 1321-2021, Potenza, Villani Editore, 2020, pp. 263. All’interno disegni di Franco Carella.




“… Non di rado, alcuni professori, pensando di sbalordire, si perdono fra mille  considerazioni critiche e discettazioni sulla struttura, sulla distribuzione delle anime, sul nome dei singoli cori angelici, e altre cose di tal genere”. Sono parole prese dall’”Introduzione” di Caserta a questo “Dante” che finalmente ha trovato un interprete in grado di suggerire l’importanza della poesia, non gli orpelli, che riguardano “gli studiosi. L’alunno ha bisogno di sentire la poesia e farsene trasportare. Questo è il compito  della scuola, che deve soprattutto educare, affinare la sensibilità, dare valori…”.
Chiaro, dunque, il libro è destinato soprattutto ai giovani in modo da poter entrare nel palpito, nel vivo di un mondo che, ancora e sempre, dice e dirà di un viaggio da compiere per scoprire l’essenza umana, la verità del divenire.

All’Università sono stato allievo di Giorgio Petrocchi e si può dunque immaginare quanta fatica ho dovuto fare impegnandomi in percorsi filologici interessanti e noiosi. Una volta non mi tenni dal dire al Maestro che forse Tommaso Campanella aveva ragione a non considerare la filologia. Se niente produce di affascinante, come nel caso dell’Alighieri, allontana moltissimi dalla strada principale, cioè dalla poesia.

Personalmente a me non importano le beghe fiorentine e la memorizzazione di tanti nomi illustri e meno illustri, se non per toccare il polso alle irritazioni e alle rivendicazioni del poeta che poi trasforma in poesia qualsiasi cosa, allontanandola dalla contingenza, portandola su un piano in cui tutto diventa metafora concreta, accesa, direi verificabile. Ecco perché siano benvenuti i libri come questo di Giovanni Caserta. Grazie ai quarant’anni di dimestichezza con la “Commedia”, è riuscito “in stile facile, piano, armonioso” a darci “quasi un racconto o romanzo”, lo dice Villani, facendoci finalmente “gustare” la terrestrità angelica di parole che hanno saputo attingere alle verità eterne e suggerne le valenze universali.

Giovanni Caserta ha la capacità di accompagnarci cantica dopo cantica senza imporci nulla. Si sostituisce a Virgilio e si pone davanti la lettore disarmato e semplice coinvolgendolo ma senza imporre nulla e nulla trascurando della bellezza della poesia. Non è facile riuscire a “insegnare come l’uom s’eterna”, non è facile trovare la misura e dipanare il groviglio dantesco per trarne limpidamente i fili d’oro dalla matassa ingarbugliata e appesantita spesso, tra l’altro, da secoli di critica che ogni lettore di Dante ha sulle spalle, a cominciare da Barbi, da Singleton, da De Sanctis e da Croce fino ad arrivare a Natalino Sapegno, a Edoardo Sanguineti e ad Enrico Malato, per fare appena qualche nome.

Devo dire che ho cominciato a leggere il libro di Caserta con un minimo di diffidenza. Pur conoscendo il valore e la profonda cultura di un maestro come lui, temevo di dover affrontare di nuovo i mille nodi di postille che portano alla noia. Non amo quello che lui stesso chiama le discettazioni… ma via via che andavo avanti mi rendevo conto che Giovanni Caserta spesso e volentieri si è nutrito della sostanza della “Commedia” non ingoiando e supinamente accettando gli insegnamenti dall’alto. Egli ha vissuto e rivissuto il Poema facendolo diventare suo sangue, riuscendo a individuare la carnalità d’un messaggio che è innanzi tutto umanità tesa a vedere e a riveder le stelle.

Caserta ha qualche precedente che, seppure con modi e maniere critiche e divulgative diverse, pone in essere la consistenza d’un messaggio che non appare mai tale se lo si vive come suggerimento. Mi vengono in mente i nomi di Giovanni Papini, del poeta russo Osip Mandelstam, di Piero Bargellini. Intendiamoci, tre modi diversi di leggere e di intendere, ma tre modi che hanno saputo dare significato all’attualità di una poesia che, pur carica di errori scientifici e di beghe strettamente fiorentine, non ha perso nulla della freschezza del dettato che fa fiorire l’animo e lo accende di propositi sempre tesi alle verità dell’essere.

Qui si aprirebbe il solito, mai risolto problema dell’attualità di Dante e, in genere, dei poeti del passato, naturalmente soltanto per i pedanti che ancora credono che la Poesia appartenga al  tempo della sua scrittura e non a quello senza tempo.

In questi giorni ho provato a leggere anche gli scritti su Dante di alcuni grandi poeti del Novecento tra cui quello di Eugenio Montale. Lo so che irriterò molti, ma diciamolo una buona volta che Montale non poteva capire la libertà del folle volo. Il suo scritto perciò va avanti e indietro affermando e negando. Ma Umberto Saba l’aveva capito. Ne aveva subito come ferite le ondate di emozioni ricevute e ancora continuava a dire, nella vecchiaia, che il più bel verso della poesia di tutti i tempi è “La bocca mi baciò tutto tremante”. E’ un’indicazione da tenere in sommo conto. Giovanni Caserta ha tenuto in sommo conto la forza della poesia di Dante, ne ha messo in rilievo la possanza, la bellezza, la naturalezza, la necessità. Sì, la necessità. E questo la dice lunga sulla sua sensibilità di uomo, di professore, di studioso attento, acuto, profondo.

Dante Alighieri è sicuramente orgoglioso di aver trovato un interprete come lui, un amico così fedele e leale.

DANTE MAFFIA


giovedì 2 gennaio 2020

Pino Boero, Walter Fochesato, L’alfabeto di Gianni, Coccolebooks, 2019





Il Nonno gatto il Gatto nonno
di Giovanni Pistoia

E io invece penso che il signor Newton abbia scoperto
le leggi della gravitazione universale proprio
perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni,
capace di immaginare cose sconosciute,
aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla.
Gianni Rodari

Acqua alta a Venezia. Che cosa possono fare gli abitanti per vivere sereni in quella bella città? Diventino pesce! del resto un po’ pesci i veneziani lo sono già, poiché stanno sempre a contatto con l’acqua, anche quando questa non è poi così alta. Lo stesso possono fare i turisti, si attrezzino pure, vestano pesce e buon divertimento. Venezia sarà ancora più arcana se vista ondeggiando nell’acqua del mare.

Eh, i nonni! Sempre più spesso soli soletti, nessuno si cura di loro. In casa sono tutti affaccendati, piccoli e grandi, e stare con loro… quante complicazioni! Si sa, non c’è mai tempo per prestare attenzione a quel brontolone di nonno. E come si può risolvere questo problema? Impacchettarlo e spedirlo alla più vicina casa di riposo, anche se il nonno di questo riposo non vuol proprio riposare. E per evitare questa sventura, il nonnetto cosa si inventa? Si fa ospitare in un bel campo di felini abbandonato, fino a confondersi con i gatti e gattoni dai colori grigi, neri, o color della luna. Assunto le sembianze del dolce gatto coccolone si presenta a casa, dove regnano i nipoti. «Ah che bel gatto!» dicono tutti. E giù coccole e abbracci, e carezze, e latte, e sedie, e poltrone e divani, e tante parole d’affetto. Il nonno-gatto è il re della casa: entra, mangia, esce, torna, salta e risalta, si stira e si ristira, e crede che sia in un’osteria.

Cos’è un dittatore? e come fargli capire che non è l’ombelico del mondo? Se ne stava, questo signore, al centro della stanza, si pavoneggiava ininterrottamente, ascoltava la sua voce, insultava e minacciava chi non la pensava come lui. Era, in fondo, un punto piccoletto, superbo, irascibile, ma si sentiva il principio e la fine del mondo, ma che dico? dell’universo intero. Le parole, a sentirlo strepitare, cominciarono a protestare, non avevano alcuna voglia di tacere. Dovevano fargli capire che era solo un punto, un punto-e-a-capo e nulla più. «Si crede un Punto-e-basta, / e non è che un Punto-e-a-capo». E così le parole lo lasciarono da solo. Un punto, solo un punto in mezzo alla pagina. Era solo un punto. Il mondo continuò il suo viaggio «una riga più in basso». E quel puntino si allontanò sempre di più fino a scomparire sempre più giù, e chi lo vide più.

Chiedo scusa a Gianni Rodari se mi sono lasciato prendere la mano. Ma è l’effetto della sua lettura che cattura, e stimola, e incanta e, ancora, fa fantasticare e, non ultimo, pensare. Perché Rodari non è solo l’autore di belle filastrocche, di storie bizzarre e fantasiose, ma scrittore complesso, profondo. La sua è una matita lieve, ma lascia il segno, incide, graffia. Affronta problemi difficili, ma gioca con le parole, perché tutto possa essere trasparente. Sa di parlare per i bambini e i ragazzi ma sa anche che gli adulti ascoltano e leggono. E se capiscono i bambini anche per gli adulti c’è speranza. «Il bambino si può dire il primo e vero protagonista degli scritti di Rodari, non solo delle opere creative, ma anche degli scritti occasionali, quelli cioè prodotti nell’ambito della sua professione di giornalista. Ogni idea, ogni riflessione è piegata a servizio del bambino»[1] scrive Carmine De Luca[2], attento studioso delle sue opere[3]. Rodari scrive di violenza, scuola, famiglia, libri, televisione, fumetti, gioco, giocattoli, fantasia, immaginazione, creatività, ma tutto è messo a disposizione dello sviluppo armonico del bambino: autonomia di crescita, capacità creativa, con un occhio attento ai suoi diritti spesso calpestati in ogni luogo, in ogni tempo.
 Attribuisce grande merito alla scuola, che deve volare alta, grande come il mondo, non burocratizzata; una scuola dove abita l’empatia, l’ascolto, il dialogo; dove si danno gli strumenti per capire, comprendere, valutare; dove si imparano «a fare le cose difficili: / dare la mano al cieco, / cantare per il sordo, / liberare gli schiavi / che si credono liberi».  Una scuola dove non ci si affidi passivamente alla tecnologia. E si badi, Rodari scriveva così tanti anni fa. È morto, come è noto, nel 1980.

Gianni Rodari era nato il 23 ottobre del 1920 a Omegna sul lago d’Orta. Cento anni fa. E nel 2020 ricorre, in effetti, il centenario dalla nascita, il quarantesimo dalla morte e anche il cinquantesimo del Premio internazionale Andersen, il Nobel per la letteratura per l’infanzia, che ricevette a Bologna il 6 aprile 1970. Nel corso dell’anno si avranno molte iniziative per ricordare lo scrittore -che non è solo uno dei più autorevoli autori di letteratura per ragazzi nel mondo- le cui operano occupano un posto di rilievo nella storia della pedagogia e della letteratura italiana contemporanea[4]. E, in ogni modo, soprattutto con lui, la letteratura per ragazzi ha acquisito autorevolezza, sottratta al limbo di una produzione minore, di serie b.

Per intanto è possibile immergersi nel mondo rodariano attraverso un bellissimo libro di Pino Boero e Walter Fochesato, dal titolo L’alfabeto di Gianni, apparso nel marzo 2019. Il volume si presenta accattivante anche graficamente, la casa editrice calabrese Coccolebooks ha davvero fatto un bel lavoro. Si tratta di ventuno storie, una per ogni lettera, un alfabeto rodariano che racconta ai lettori, in maniera sobria e leggera, episodi poco noti e curiosità di Gianni Rodari tra vita e letteratura. È un lavoro pensato principalmente per gli adolescenti. (Ma con un po’ di pazienza è una lettura che anche gli adulti possono affrontare). Con i ragazzi gli autori vanno a esplorare il variegato mondo di Rodari. Al termine del viaggio, nonostante le poche pagine e i capitoli brevi e ariosi, si ha la netta sensazione di aver osservato panorami affascinanti e ambienti fantasiosi, meritevoli di essere approfonditi. Cosa che si può fare prendendo o riprendendo in mano i libri di Rodari: filastrocche, romanzi, favole, novelle, saggi, articoli per giornali e riviste, e tante pagine per il teatro. Che cosa diranno questi scritti ai ragazzi e agli insegnanti di oggi? Che cosa sa la scuola dei nostri giorni degli insegnamenti, sempre aperti e mai dogmatici, del Rodari pedagogo e educatore? Le iniziative del 2020 saranno tante. L’augurio che possiamo farci è che tutto si svolga rodarianamente, evitando, cioè, amenità agiografiche, orpelli stucchevoli, approssimazioni sempre in agguato; sburocratizzando ogni evento, entrando nel cuore dei problemi, in profondità, ricordandoci dello stile sottile, ironico, garbato, semplice, fantasioso e complesso nello stesso tempo di Rodari. Sarà, forse, una buona occasione per rileggere dei libri (e aprire, perché no, qualche biblioteca per ragazzi e ragazze), parlare senza remore della scuola di ieri e di oggi e, soprattutto, di domani. Una buona occasione per ascoltare. Per ridare la parola alla parola. In Grammatica della fantasia, Rodari scrive: «‘Tutti gli usi della parola a tutti’, mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».



[1] Carmine De Luca (a cura di), Se la fantasia cavalca con la ragione. Prolungamenti degli itinerari suggeriti dall’opera di Gianni Rodari, Juvenilia, Bergamo 1983, p. 4.
[2] Su De Luca si rinvia a: G. Pistoia, Quel bel convoglio della fantasia. Pagine sparse di letteratura per l’infanzia, Youcanprint, Lecce 2017.
[3] Dei numerosi saggi di De Luca sull’opera rodariana, qui si cita solo Gianni Rodari. La gaia scienza della fantasia, Abramo, Catanzaro 1991.
[4] Vasta è la bibliografia su Rodari, qui si citano: Pino Boero, Una storia tante storie. Guida all’opera di Rodari, Einaudi, Torino 1992; Einaudi Ragazzi 2010; Mariarosa Rossitto, Non solo filastrocche. Rodari e la letteratura del Novecento, Bulzoni editore, Roma 2011. Si rinvia anche alla rivista Andersen che ha dedicato il numero 365 (settembre 2019) interamente alla figura dello scrittore in preparazione del centenario del 2020.


martedì 10 dicembre 2019

Un mio remoto mondo antico di Giovanni Pistoia


[Adriano Prosperi,

Un volgo disperso. Contadini d'Italia nell'Ottocento]








Dunque i contadini soffrivano di «estrema indigenza»,
non avevano abbastanza da mangiare:
e ne soffriva specialmente la parte più indifesa della famiglia contadina,
quella delle donne e dei bambini. Prendiamo nota di questa constatazione.
Quella della fame dei contadini è una questione che ha ricevuto scarsa attenzione
 negli studi. Tutt’al più la si è data per scontata come un dato di natura.
Adriano Prosperi


Certamente è un gran bel testo di storia. L’autore è rigoroso nella ricerca e nel rispetto delle fonti, circostanziato nelle analisi, distaccato nell’osservare e raccontare i fatti. Ma vi traspare anche l’esigenza dello studioso nel voler rendere giustizia di un passato recente, anche se appare lontanissimo. Pur in uno stile misurato, non è difficile intravedere la commozione, in alcune pagine, dello studioso; a volte una sana, sottile ironia, dolce e amara nello stesso tempo coinvolge il lettore. La penna è fluida, accattivante, coinvolgente. Adriano Prosperi, nel suo Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi, 2019), ci consegna un lavoro non solo interessante, istruttivo, ricchissimo di dati e riflessioni acutissime, ma qualcosa di più di una magnifica opera storica. È anche un omaggio a quel mondo variegato e complesso spesso definito semplicemente mondo contadino. Un omaggio a milioni di uomini, donne e bambini senza nomi, volti, storia. Fantasmi, soggetti come mai esistiti, senza voce; volgo, volgo disperso. Ma è anche un doveroso ricordo del mondo di Prosperi, figlio di contadini, testimone di un tempo di fatica, sacrifici e fame. Lo afferma lo stesso storico quando, citando Anna, dichiara: «A lei un sommesso ringraziamento per avermi seguito e incoraggiato in queste peregrinazioni sulle tracce di quello che è stato un mio remoto mondo antico». Tracce che ci riguardano un po’ tutti, che ci riportano alla vita (o non vita) e alla povertà delle famiglie dei contadini nell’Ottocento con incursioni anche nel Novecento. L’ansia della modernità e la voglia di allontanarci precipitosamente da quelle miserie ci hanno portato a rimuovere del tutto quel tempo ma quel tempo è stato e Adriano Prosperi, con uno studio complesso, ben articolato, ottimamente ben documentato, lo ricorda a tutti noi. E non solo perché è un dovere dello storico svelare il passato ma, come in questo caso, quale giusto risarcimento per un’umanità tradita, per «un rimorso che non si riesce a cancellare», per citare le parole affrante con le quali Prosperi chiude l’ultima pagina del libro, la trecentoventiquattresima.

C’è un’intervista rilasciata nel 2015 ad Antonio Gnoli[1] da Prosperi che bisognerebbe leggere, perché vi sono, sia pure appena accennati, alcuni dei temi che saranno trattati nel suo libro, ma è indicativa soprattutto per capire quanto della cultura e dell’uomo Prosperi vi è nello studio così intenso sui contadini italiani. Portare alla luce, in maniera così dettagliata, le terrificanti diseguaglianze e ingiustizie patite dai lavoratori della terra è anche un modo per combatterle. Nell’intervista alla domanda se avesse sofferto la diseguaglianza, Prosperi risponde: «Sì, e ho cercato di combatterla. Sono nato su una collina della Toscana, a Lazzeretto, non lontano da Livorno. Il nome è emblematico. In origine era il luogo dove venivano seppelliti i morti per la peste del 1630. Se vuole tutto ha origine da quella emarginazione». Sottolinea ancora che del suo passato «non è sopravvissuto quasi nulla. Nella casa dove sono cresciuto c’erano ancora gli attrezzi da lavoro che sono scolpiti sulle cattedrali medievali. Un altro mondo». E nel volume Un volgo disperso, Prosperi dà spazio e voce proprio a quel mondo altro e puntualmente sono richiamati, direttamente o indirettamente, quegli attrezzi che furono in mano a contadini, villani, rustici, fittavoli, braccianti, mezzadri, bifolchi, terroni, pastori, ortolani, vignaioli, allevatori, mietitori, zappatori: insomma, lavoratori della terra che, con la loro fatica, hanno dato gli alimenti per avide pance pur restando sconosciuti, ritenuti, in alcuni momenti storici, pericolosi, fino a essere considerati appartenenti ad altra razza. A Gnoli, Prosperi si presenta così: «Vengo dal mondo contadino. Mio nonno mezzadro. Mio padre piccolissimo proprietario. Mai avrei immaginato di farcela. La vita, però, può farti dei regali incredibili. Concorsi a una borsa alla Normale di Pisa che mi avrebbe garantito vitto, alloggio ed esenzione dalle tasse. Mutò la mia esistenza. Fino ad allora, i miei ideali sociali erano radicati nella piccola provincia: il maestro o, se proprio andava bene, il medico condotto in qualche paesino. Riscatto sociale a chilometro zero». Non è un caso, quindi, che quel mondo del nonno e del padre, ambedue legati alla terra, ritorni nel saggio apparso qualche anno dopo, né il fatto che sia proprio il medico condotto la figura professionale che acquisti rilievo quasi assoluto nella ricerca. L’autore si sente coinvolto dalle vicende che racconta, la sua partecipazione è trasparente ma lo studio non ne risente sul piano dell’oggettività e del rigore dello studioso. Com’è suo solito cerca nei fatti la verità, consegna al lettore dati, numeri, materiali, descrizioni, prima ancora di esporre il suo punto di vista.

Lazzeretto, frazione del piccolo comune di Cerreto Guidi (Firenze), è ricordato da Prosperi all’intervistatore e Cerreto Guidi ritorna nel saggio. Forse un omaggio al suo paese dove lo storico è nato nel 1939. In queste pagine, comunque, Prosperi ci fornisce una sintesi perfetta della complessa materia esposta nell’intero volume. Il riferimento è alle numerose circolari ministeriali che sono diramate dal governo centrale, alle tante cifre e tabelle che riempiono le inchieste del tempo, ai vari interventi prefettizi. E tutto per giustificare direttive, a volte dettagliatissime, rivolte alle amministrazioni comunali italiane nella seconda metà dell’Ottocento. I governi centrali, dinanzi al dilagare dei problemi soprattutto legati all’igiene e alle epidemie, non trovano di meglio che scaricare le varie soluzioni ipotizzate sulle gracili spalle dei comuni. Qual è l’immagine del Paese che si deduce da questo imponente accumulo di informative e prescrizioni a firma del governo?  «Il popolo italiano come popolo infetto, da osservare e curare», risponde Prosperi. Segue un’esposizione sobria, chiara, analitica dello stato delle cose che qui si ritiene opportuno riportare:

«Le ragioni non mancavano: epidemie di colera, casi di tifo e di vaiolo, la piaga della malaria e quella della pellagra erano tante realtà che certo tenevano in allarme le autorità del giovane Stato. Qui le ambizioni e le retoriche di vecchie e nuove classi dirigenti si scontravano con la dimensione di uno Stato attraversato da moltissime differenze e gravato da problemi enormi: vi predominavano le tante ragioni di disagio e di conflitto che avevano la loro radice in una quotidianità delle classi subalterne fatta di miseria e di malattica. A cui si aggiunge, inasprendo una situazione sempre più intollerabile, il peso del rapace fiscalismo del nuovo potere statale. Un fiscalismo iniquo: com’è stato osservato, all’altezza del 1876». E qui Prosperi si riferisce ai tributi indiretti il cui onere gravava in modo particolare sulle classi meno abbienti e costituenti il 65% delle entrate tributarie. Eccessivamente esosi sono il tributo sul sale che ammonta a 75 milioni e quello sul macinato (cereali alimentari) con un gettito di 83 milioni. Ma non è tutto, aggiunge lo storico. C’erano anche i tributi diretti, e l’imposta fondiaria colpiva i piccoli proprietari, favorendone così la espropriazione e la concentrazione della proprietà fondiaria. L’imposta di ricchezza mobile contribuiva, invece, in misura ridotta a impinguare le casse dello stato «anche grazie a un fenomeno che doveva diventare tipico della fiscalità italiana – l’alta evasione dei contribuenti ricchi». E qui lo studioso rinvia a E. Sereni[2]. E aggiunge perentorio Prosperi: «Quelli più poveri invece dovevano privarsi di sale e di cereali per evitare le tasse». Ma l’analisi diventa più acuta e decisa: «Bisognava occuparsi di quei problemi, non solo per il paternalismo cattolico o laico di frazioni delle classi dominanti, ma anche perché da quel basso mondo di contadini e di lavoratori poveri cominciavano ad arrivare segnali inquietanti. Passati gli anni in cui l’unità del paese era apparsa in grave pericolo per le insorgenze del Meridione, domate da quella vera e propria guerra civile che l’esercito del Nord combatté contro i «briganti», si affacciavano davanti ai poteri statali i problemi delle gravi minacce della malaria e delle ricorrenti epidemie. Quella del colera era un’aggressione sanitaria, ma venne vissuta anche come frutto del criminale complotto di un potere politico ostile. E c’era un’altra malattia che andava trasformando in fonte di agitazioni e di conflitti sociali e politici, come si è visto: in molte province del paese, specialmente (ma non solo) al Nord la diffusione della pellagra alimentava l’inquietudine sociale in mezzo a un popolo dove, col formarsi di un proletariato industriale, trovavano sempre più ascolto idee e messaggi sociali che preoccupavano i governi liberali». È in quel contesto che lo Stato risponde con misure di polizia e alla raccolta sistematica di dati come mezzo di governo. Statistiche utilissime per conoscere la realtà ma spesso fine a se stesse. Nel nuovo Stato italiano, sottolinea Prosperi, la statistica -nel testo questa scienza ha un giusto e opportuno rilievo- fu civile e militare. Però non fu la statistica civile che ebbe adeguata attenzione, ma le commissioni per la leva militare. L’obbligo del servizio militare fu «accanto alla fiscalità del nuovo Stato, e forse ancor più e prima, il banco di prova del senso diffuso dell’appartenenza dei sudditi. Quando si parla dell’unificazione dell’Italia si dovrebbe sempre riflettere su quanto ne fossero superficiali le radici nelle coscienze al di là della retorica ufficiale e delle convinzioni di una minoranza colta. Vale la pena di insistere su questo punto: la nascita del Regno d’Italia fu un evento internazionale e specialmente europeo debitamente registrato dalle cancellerie statali. Ma perché entrasse nelle coscienze e nelle abitudini della popolazione della penisola e delle isole che presero quel nuovo nome, ci fu bisogno di tempo, di sofferenze e del superamento di resistenze profonde». Pressione fiscale e obbligo del servizio militare furono i due volti del nuovo Stato che apparve agli italiani, ma soprattutto alle famiglie contadine che si videro private nei lavori dei campi dell’apporto dei giovani figli. Un aspetto che ebbe un ruolo decisivo per le sorti, in particolare, del mondo contadino del Sud. Dalle statistiche e dalle inchieste -anche queste hanno nel volume un’attenzione ragguardevole- si ricavano dati importanti per conoscere le varie realtà censite. Un dato sembra essere omogeneo tra i cittadini dei vari mosaici che compongono il nuovo Stato; quello che risulta anche dalle risposte fornite dal comune di Cerreto Guidi ai sondaggi prefettizi sullo stato morale della popolazione: rassegnata alla sofferenza. «Non era un lamento né voleva essere una dichiarazione di malcontento. Al contrario: la rassegnazione alla sofferenza era esattamente ciò che la prefettura – il cane da guardia del potere centrale – sperava e desiderava di sentirsi dire», chiosa lapidariamente Adriano Prosperi.

È inutile negarlo: la lettura di questo libro riporta molti di noi a ricordi della propria famiglia, alle nostre case e alle nostre miserie spesso vissute, altre volte testimoniate da nonni e amici. Un mondo che sembra remotissimo, eppure non lontano se contato in anni, decenni. Sembra che Prosperi racconti in alcuni momenti la storia di ognuno di noi, quantomeno la storia di chi ha sofferto sacrifici, ha faticato e ha conosciuto la fame. Oltre a darci, ovviamente, uno spaccato di un lungo, tormentato e anche speranzoso periodo storico con il quale non abbiamo ancora fatto i conti. Varie sono le domande che l’autore si pone, ma alla base ve n’è una molto semplice ma pesante: «Quali erano state le condizioni di vita dei lavoratori della terra in quel secolo XIX della formazione dell’unità nazionale?» Il tema non è nuovo. Molti testi di storia, e non solo, hanno raccontato delle miserabili esistenze dei contadini e, in genere, di chi non ha avuto la fortuna di appartenere alla minoranza dei possidenti. Opere che ne descrivono la pesantezza della fatica, la scarsa e malsana alimentazione, le abitazioni fatiscenti, a volte semplici capanne, le malattie, le morti in giovanissime età, l’alta percentuale dei morti bambini. Si pensi, per fare solo qualche citazione, a Carlo Levi, a Ignazio Silone, ricordati nell’istruttiva recensione di Giovanni Cerro[3]. Ma l’elenco potrebbe allungarsi di molto: voglio qui ricordare solo Vito Teti che, in più lavori, dedica lucide analisi alle condizioni alimentari delle classi subalterne[4], oltre ai numerosi studiosi citati dallo stesso Prosperi. Quali erano le condizioni dei lavoratori della terra lo testimonia lo stesso autore, che così si racconta:

«Grazie al prolungarsi della vita individuale lo scrivente è un testimone del tempo remoto in cui nelle campagne si viveva in case di due stanze, una era per la famiglia e l’altra era la stanza della mucca o – per chi l’aveva – del maiale, che era a un passo dalla camera da letto o dalla cucina. Come nella ninna nanna famosa: «La notte s’avvicina / la fiamma traballa / La mucca è nella stalla / La mucca e ‘l vitello / la pecora e l’agnello / La chioccia e ‘l pulcino». La fiamma che traballava era quella del lume a petrolio o della candela; e gli animali erano i compagni di vita e di fatica dei contadini. I più fortunati avevano anche l’asino, animale sacro e conosciuto nel mondo per merito di Collodi oltre che per il presepe del racconto evangelico. Gli attrezzi da lavoro raccolti nella capanna di canne e paglia erano gli stessi raffigurati nei calendari di bronzo o di marmo dei portali delle cattedrali altomedievali dove Adamo ed Eva erano contadini, come nel portale del Duomo di Modena; così come erano rimasti immutabili rispetto a quelle immagini i tempi e i modi del lavoro e della vita quotidiana: dicembre, scaldarsi al focolare; gennaio, uccisione del maiale; marzo, la potatura delle viti e degli alberi da frutto; giugno, la falce in pugno; luglio, il correggiato per battere le sementi; e così via. E chi ricorda ancora quando non fu più ovvio misurare la cesura del giorno come il momento in cui «la mosca cede alla zanzara?». L’igiene fece un passo decisivo con lo sterminio delle mosche, quando con l’esercito americano arrivò il DDT».

Alla domanda, Prosperi risponde con esporre una notevole mole di documenti forniti dalla statistica -una scienza alla quale si guarda con particolare attenzione, come se dalla sola conoscenza delle realtà potesse automaticamente scaturire la soluzione dei problemi di fondo-, dalle descrizioni e tabelle e dati derivanti dalle numerose inchieste ministeriali e prefettizi, dalla lettura delle topografie sanitarie. E, soprattutto, dai resoconti, spesso minuziosi, dei medici condotti. Da questo impegnativo lavoro di ricostruzione, il mondo dell’Ottocento contadino è scandagliato in profondità. Non solo: non ne deriva solo la conoscenza di una lunga pagina di storia, che nonostante i tanti scritti non ha mai avuto la visibilità dovuta, ma si propone come un laboratorio, un osservatorio per leggere il nostro presente, per riannodare fili di un passato che troppo rapidamente abbiamo voluto dimenticare, ma che, in fondo, è appena dietro l’angolo. La distanza culturale e lo stile di vita attuale è remoto rispetto a quei tempi riportati alla luce da Prosperi, ma vicino a noi in termini di anni, tanto che ancora molte generazioni possono essere testimoni di quella che appare preistoria. La stessa Unità d’Italia, che torna spesso nelle pagine del volume, e non potrebbe essere diversamente, pur apparendo sfumata nel tempo, continua ad avere ricadute notevoli sul nostro presente. Un’Italia ancora frammentata, divisa, a più velocità, traspare evidente nella penna dello storico; una storia incompiuta che è ancora cronaca quotidiana. Quelle condizioni di vita dell’Ottocento -povertà diffusa, malattie mortali, fame- sembrano interrogarci, a volte, se davvero quel tempo appartiene alla storia contemporanea, oppure è da relegare ad altre poche. Anche questo interrogarsi continuo compare nello studio e la risposta è complessa. Le domande che si pongono sono tante, le risposte non definitive; certamente la lettura del libro è una fonte preziosa per arricchirsi, e non di poco. Pagine, frasi, commenti sono meritevoli di attenzione. (Ho cercato di rilevarne i passaggi più importanti, il risultato è un testo evidenziato e ferito ripetutamente).

Non è raro ascoltare “sospiri” sul vecchio mondo antico, vaghe nostalgie di campagne con contadine donzelle allegre e contadini immersi beati nella natura incontaminata. Chi non ha sofferto la fame e non ha visto la morte rapire a man basso in età ancora giovanile, può dire questo e altro. Altri ancora raccontano un mondo ovattato per la vergogna di doverne riferire le assurde ingiustizie e il cinismo di una minoranza adusa allo sfruttamento. Sin dall’inizio Prosperi ricorda Pierre Bourdieu e la definizione da lui coniata per i contadini: classe oggetto. Concetto breve e incisivo. Un popolo subalterno e senza voce. Classe oggetto «… è una provocazione. Serve a ricordare un vuoto, a impedire che la memoria del mondo contadino europeo d’antico regime si cancelli del tutto. Altre definizioni se ne potrebbero forse immaginare, ma nessuna esprime meglio la condizione di subalternità del contadino nella storia europea dei secoli scorsi: ricorda a tutti una condizione di esseri umani destinati a essere raccontati, descritti e rappresentati da altri, oggetto di commiserazione o di derisione, di paura o di pietà, ma sempre e solo per ribadirne la posizione subalterna», afferma Prosperi. E questa condizione è ben documentata in Un volgo disperso. È davvero tanta la letteratura sui lavoratori della terra, ma quasi mai i contadini sono visti come classe, né come soggetti portatori di diritti. Il paternalismo è diffusissimo. Una sorta di pietà pelosa invade tantissime relazioni, inonda moltissime carte. Il prete, che è ben presente nello studio di Prosperi, è il rappresentante di un cristianesimo che spesso non conosce la compassione ma solo pietà[5]. E non è un caso che nei momenti difficili per calmare certi brutti pensieri dei contadini è a loro che chiedono aiuto i padroni e i proprietari. «Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria», come chiosa Matteo Banzola[6]. Non è un caso, come confermano i documenti evidenziati da Prosperi, che spesso c’è conflitto tra il prete e il medico condotto. È il medico, che conoscendo la vita materiale del contadino, ne tratteggia, nelle varie relazioni, le disumane condizioni. Le contraddizioni non mancano nelle note dei medici ma spesso esse sono redatte in modo coraggioso, con sincera passione, con amarezza e rabbia e, soprattutto, soffermandosi sulle diagnosi e le conseguenti terapie da adottare. E tra queste, il miglioramento delle condizioni di vita: la salubrità delle abitazioni, cibo sano e sufficiente che alimenti il fisico e sconfigga la fame, causa prima di tante sofferenze, malattie, epidemie, morti. Ma nulla sarà possibile se non si sconfigge la povertà. In molte pagine dei medici appaiono evidenti le colpe dello Stato, colpe spesso addossate, da non pochi osservatori, agli stessi contadini: insomma al danno la beffa.

Pur avendo scritto molto, si è detto poco o nulla. Non è il caso di riportare qualcosa di più analitico sul viaggio di Prosperi. Quel percorso va compiuto tutto, senza scorciatoie. L’invito al lettore è di accostarsi a quelle fittissime pagine sapendo che non vi troverà solo la storia di un secolo e più, ma tanta umanità. Cosa non facile nello storico infarcito, spesso, di dati, numeri, cifre, battaglie, eventi, personaggi, morti. Nella ricerca, si è già detto, s’incontrano molti medici. «La vita dei lavoratori dei campi ha parlato attraverso la loro voce, si è fatta strada attraverso il filtro della loro cultura e dei loro interessi. Con deformazioni inevitabili: quelle dei tanti medici condotti che provarono a raccogliere il frutto delle loro esperienze di persone e luoghi. Ciascuno di loro aveva qualcosa di proprio da dire mentre contribuiva all’opera collettiva», così Prosperi. Il primo incontro è con Bernardino Ramazzini (1633-1714) e poi con tanti altri, fino ad Agostino Bertani (1812-1886), al quale dedica parole di riconoscenza per la sua opera a favore dei contadini. E proprio la documentazione redatta dai medici, evidenziata da Prosperi, contribuisce notevolmente a illuminare anche quanto già noto -inchieste, statistiche, ecc.- su quel mondo scomparso. Scomparso, forse, non è il termine appropriato: nelle campagne italiane, e non solo, vi sono sempre lavoratori della terra, hanno un colore diverso il più delle volte, parlano altre lingue, ma la loro voce continua a restare, chissà quante volte!, muta[7].



[1] Antonio Gnoli, Adriano Prosperi:Io ci provo, ma quello degli storici sta diventando un mestiere inutile”, in:
https://www.repubblica.it/cultura/2015/06/29/news/adriano_prosperi_io_ci_provo_ma_quello_degli_storici_sta_diventando_un_mestiere_inutile_-117908267/
[2] Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900) (1947), Einaudi, Torino 1968, p. 63.
[3] Giovanni Cerro, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/
[4] Qui si cita solo: Il pane, la beffa e la festa. Cultura alimentare e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, Guaraldi, Firenze, 1976. È lo stesso Teti che dal suo Profilo Facebook con un post del 7 agosto 2019 invita a leggere il «bello e importante studio di Adriano Prosperi», aggiungendo: «Leggere… Un volgo disperso… ha anche questa conseguenza: riappropriarsi di una parte di storia che appartiene quasi a tutti, e non solo come comunità nazionale, ma come qualcosa che può far parte della nostra storia familiare profonda». E invia alla lettura «puntuale e convincente» di Maurizio Sentieri. La recensione di Sentieri dal titolo I contadini, villani, terroni che siamo stati appare in:
Interessante anche la nota di Giovanni Falaschi Contadini che appare in: 
https://www.doppiozero.com/materiali/contadini.
[5] «Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo, non ha mai conosciuto la compassione». «La compassione è la piena accettazione dell’altro. Anche del diverso. Il cattolicesimo conosce solo la pietà che è un gesto di condiscendenza, un rapporto tra diseguali», così il perentorio giudizio di Prosperi, sia pure nel contesto di una breve intervista come quella concessa ad Antonio Gnoli e citata appena sopra. Prosperi è uno storico che ben conosce la chiesa e il suo potere. Tra le sue opere: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (1996, 2009); Storia moderna e contemporanea (con Paolo Viola, 2000); Il Concilio di Trento: una introduzione storica (2001);  L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (2001, 2011); L’Inquisizione Romana. Letture e ricerche (2003); Dare l’anima. Storia di un infanticidio (2005); Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine (2008); Cause perse. Un diritto civile (2010); Eresie e devozioni. La religione italiana in età moderna (2010); Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492 (2011); Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana. XIV-XVIII secolo (2013, 2016); La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento (2016); Lutero. Gli anni della fede e della libertà (2018).
[6] Matteo Banzola, Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in: https://www.lostoricodelladomenica.com/recensione-adriano-prosperi-un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Banzola nello stesso istruttivo testo sottolinea comunque che Prosperi  da «storico finissimo» non manca di rilevare significative eccezioni.
[7] Si rinvia, quali contributi alla lettura di Prosperi, alle recensioni: Massimo Bucciantini, Il mondo scomparso dei contadini, in: Il Sole 24 ore del 19 maggio 2019; Adriano Sofri, Ci sono tanta carne e tante ossa nel volgo disperso del 1° giugno 2019, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Francesco Benigni, La scure dell’igiene sulla classe oggetto, in:
https://ilmanifesto.it/la-scure-delligiene-sulla-classe-oggetto/; Edoardo Castagna, Il saggio di Prosperi. Contadini, dove siete finiti?, in:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/contadini-dove-siete-finiti; Alberto Baldasseroni, Le condizioni dei contadini italiani nella letteratura ottocentesca, in:
http://www.epiprev.it/materiali/2019/EP5-6/RUB_Libri/RUB-Libri_43-5-6.pdf