venerdì 9 maggio 2008

passeggiando tra i libri/I custodi del libro


I custodi del libro
Giovanni Pistoia

Là dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini (Heinrich Heine).

La Pasqua ebraica quest’anno è stata celebrata dal 18 al 25 aprile. La ricorrenza segue il calendario ebraico lunare, dal 15 del mese di Nissan e inizia con il Seder, in ricordo dell’ultima cena, perché “l’ultima cena di Cristo altro non era se non un Seder”.
Il Seder è, infatti, la sera del giorno di Pasqua e simboleggia “la separazione del sacro dal profano, il riscatto dalla schiavitù, la liberazione e resurrezione di un popolo”. La Pasqua ebraica, “Pesach”, inizia proprio con il Seder e la lettura della “Haggadah”, che ripercorre, secondo le delucidazioni chiare del mio amico Isacco, “ogni singolo momento, dalle dieci piaghe all’apertura del Mar Rosso alla liberazione dalla schiavitù in Egitto; dalla distribuzione della manna alla consegna dei dieci Comandamenti”.

Haggadah”: è da questo libro, in particolare da un’edizione preziosissima, che ha origine e si sviluppa un romanzo storico di oltre quattrocento pagine di Geraldine Brooks, “I custodi del libro”.
Il romanzo trova la sua fonte principale nella storia vera del codice ebraico noto come Haggadah di Sarajevo. Ampie parti sono, invece, il frutto della fantasia dell’autrice.
L’avventura del codice è lunga secoli; i rischi di una sua distruzione sono stati infiniti. Un viaggio attraverso spazi e tempi diversi: Siviglia del 1480, Tarragona del 1492, Vienna del 1894, l’occupazione tedesca della Iugoslavia. In questo lungo arco di tempo, però, il pregiato documento è riuscito a sopravvivere. I nazisti volevano rubarlo, con la guerra civile serbo-bosniaca ha rischiato di essere incenerito e, ancora prima, aveva dovuto superare la censura dell’Inquisizione. È riuscito, comunque, a salvarsi grazie all’amore di tanti “amici” che lo hanno avuto tra le mani, che lo hanno protetto a rischio della vita. Tra questi, in particolare, i musulmani.

La storia del romanzo comincia in una notte di primavera, nel 1996, a Sarajevo, città sofferente per la guerra civile, blindata e pericolosa. Da qui, infatti, era partita la telefonata di uno studioso di manoscritti ebraici e diretta a Hanna Heath, giovanissima studiosa australiana, esperta restauratrice di codici antichi. Nella telefonata notturna lo studioso israeliano aveva comunicato, con particolare tensione emotiva, alla collega australiana che durante la cena della Pasqua ebraica era stata presentata una splendida Haggadah, data per persa, invece era salva. La telefonata era soprattutto un invito rivolto alla restauratrice per recarsi a Sarajevo, e verificare lo stato di conservazione del testo, tanto caro alla cultura non solo ebraica.

Dall’arrivo nella martoriata Sarajevo di Hanna Heath il romanzo prende corpo in un intreccio di uomini e fatti, e amori consumati fugacemente. Al centro della storia vi è sempre il libro perso e ritrovato, un libro che unisce popoli e religioni, che più volte ha rischiato di finire bruciato ma che uomini premurosi hanno salvato. Uomini convinti che là dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.

Geraldine Brooks
I custodi del libro
Neri Pozza Editore 2008
http://www.neripozza.it/

(9 maggio 2008)

giovedì 8 maggio 2008

eventi/Giochi carte e tarocchi

Giochi carte e tarocchi
Museo Luzzati

Domenica 11 maggio al Museo Luzzati, in occasione della mostra

EMANUELE LUZZATI. GIOCHI CARTE E TAROCCHI

che raccoglie le tante varianti che Luzzati ha dedicato alle carte da gioco, ai tarocchi e ai giochi da tavolo, saranno a disposizione del pubblico i tavoli con i giochi inventati da Luzzati: il Dilettevole giuoco della Gazza Ladra, il gioco dell’oca realizzato con i manifesti teatrali, il grande gioco da pavimento a tema Pierino e il Lupo, Unochissa? gioco da tavolo a tema ebraico e infine

IL TORNEO DELL’ORLANDO FURIOSO,

gioco di cui sono andate perse le regole per cui è possibile provare a cimentarsi nell’invenzione di un regolamento

(8 maggio 2008)

eventi/Luzzati al microscopio

Luzzati al microscopio
Museo Luzzati

Sabato 10 maggio dalle 15 alle 17 il Museo Luzzati propone ai bambini dai 7 ai 12 anni un laboratorio veramente speciale intitolato

FISICARTE. LUZZATI AL MICROSCOPIO

Personale altamente specializzato del Lambs, dipartimento di fisica dell’Università degli Studi Genova, in collaborazione con Nikon Italia, accompagnerà i bambini in un’esperienza che unisce sperimentazione scientifica e arte. Per avvicinare i bambini all’arte attraverso la particolare prospettiva del microscopio i bambini potranno sperimentare l’utilizzo del microscopio digitale, uno strumento professionale, e al contempo interpretare le immagini scandite nel segno di Luzzati.
In una prima fase i bambini, a gruppi di 3, utilizzeranno il microscopio per esaminare campioni di materiale selezionato. In una seconda fase le immagini ottenute saranno proiettate e raffrontate alle opere di Luzzati. Infine i bambini potranno reinterpretare le immagini, disegnando e colorando le proprie rappresentazioni artistiche.
Il Laboratorio è rivolto a bambini a partire dai 7 anni, su prenotazione all'indirizzo mail
laboratori@museoluzzati.it.

http://www.museoluzzati.it/

(8 maggio 2008)

domenica 4 maggio 2008

passeggiando tra i libri/Come un romanzo

Come un romanzo
Giovanni Pistoia

Spesso si dice che la lettura è un atto di comunicazione. Non è proprio così. Il piacere della lettura di un bel libro è un atto vissuto tra il lettore e il libro stesso. Il silenzio che si produce nell’animo di chi legge è “il garante della nostra intimità”. Leggiamo, cerchiamo di distillare il valore delle parole. Riflettiamo: l’umiltà ci impone il silenzio. Tacere, in questo caso, è un atto di grande saggezza. A meno che la nostra pochezza non ci rende boriosi, venditori di fumo; pronti per il chiacchiericcio da salotto, ansiosi di dimostrare agli interlocutori la nostra… cultura. In realtà, quello che un buon libro può darci passa attraverso l’ascolto della parola scritta.

Tuttavia “pur non essendo un atto di comunicazione immediata, la lettura è, alla fine, l’oggetto di una condivisione. Ma una condivisione lungamente differita, e tenacemente selettiva”. Così Daniel Pennac in quel suo libro, “Come un romanzo”, divenuto un classico nel genere, pubblicato nel 2007, dalla Feltrinelli per la quattordicesima edizione. In effetti, quello che abbiamo letto di più bello, che ci è più caro, non è il testo che ci è stato imposto dalla scuola o dalla pubblicità, ma il più delle volte, aggiunge l’autore, “lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara”. E se qualcosa di una lettura ha lasciato una traccia in noi, lo comunichiamo a qualcuno che sappiamo possa e voglia condividere con noi una scoperta.

Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l’invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici”.

“Quando - scrive Pennac - una persona cara ci dà un libro da leggere, la prima cosa che facciamo è cercarla fra le righe, cercare i suoi gusti, i motivi che l’hanno spinta a piazzarci quel libro in mano, i segni di una fraternità. Poi il testo ci prende e dimentichiamo chi in esso ci ha immersi: tutta la forza di un’opera consiste proprio nel saper spazzare via anche questa contingenza!
Eppure, con il passare degli anni, accade che l’evocazione del testo faccia tornare alla mente il ricordo dell’altro: alcuni titoli sono allora di nuovo dei volti.
E, siamo giusti, non sempre il volto di una persona amata, ma anche quello (oh! raramente) del tal critico o del tal professore.” Proprio così: perché se è vero che la scuola ti impara a leggere, il piacere della lettura è altra cosa. Se sei fortunato puoi incontrare un buon maestro o un buon professore che non ti impone la lettura (“il verbo leggere non sopporta l’imperativo…”) ma è lui a leggere per te, in classe, ad alta voce. Senza pretendere niente. Solo un po’ di ascolto. Non è detto che non possa scoppiare una passione, che le voci del libro non diventino stimoli. Stimolo che non nasce, in genere, nelle aule scolastiche. Ma, a volte, basta la presenza di qualche insegnante che ti incanti, perché la scuola lasci una solida traccia.
Come, forse, è capitato anche a qualcuno di voi.

Nella foto la copertina del libro con un disegno di Daniel Pennac.

Cliccare l’immagine per ingrandirla.

Daniel Pennac
Come un romanzo
Universale Economica Feltrinelli
http://www.feltrinelli.it/

(4 maggio 2008)

giochi/Mutus dedit... e venti carte

Mutus dedit… e venti carte
Carmine De Luca*

Avrò avuto dodici-tredici anni quando qualcuno mi addestrò al gioco delle venti carte e dello schema combinatorio mutus dedit nomen cocis. Erano serate d’inverno e si stava intorno a un tavolo, si giocava a carte. Le interruzioni erano numerose perché numerose erano le interruzioni della corrente elettrica. Nella “cabina”, lì dietro Sant’Antonio, saltava qualche valvola, o chissà quale altro diavolo di guasto faceva piombare il paese nel buio. Non c’era ancora l’Enel. L’erogazione dell’energia elettrica era ancora privata. O più probabilmente era in concessione dallo Stato. Ma era come se fosse di un privato. A volte la luce mancava per ore, si andava a letto e la mattina dopo poteva capitare che non fosse ancora tornata. Se il guasto era appena appena serio, mancava anche per qualche giorno. Si mandava allora qualche improperio, ora irripetibile, ai responsabili della “cabina”.

Di norma non ci si preoccupava granché del buio. Non c’era il pericolo che andassero a male i cibi in frigorifero. Gli anni del frigorifero e degli altri elettrodomestici erano di là da venire. Neppure la televisione. La radio, sì. E la radio era importante, teneva compagnia, come si dice, dava il notiziario, trasmetteva il pomeriggio “ballate con noi”, ripeteva ogni giorno la sigla Delicado, suonato alla chitarra. Diffondeva le canzoni di Luciano Tavoli, di Ernesto Bonino, di Natalino Otto, del trio Lescano.
Convenite che erano canzoni più allegre di quelle di oggi?
Papaveri e papere, per esempio. Sbarazzina, brillante, ilare. Diventò da subito uno scanzonato gioco musicale fondato, alla maniera degli scioglilingua, su un fitto intreccio di divertenti allitterazioni (“…La Papera al Papero disse. Papà, pappare i papaveri come si fa?” “Non puoi tu pappare i papaveri disse papà”). Ebbe anche risvolti politici. C’era chi sosteneva che i papaveri fossero i caporioni democristiani dell’epoca. Per le elezioni del 1952 il partito comunista fece propria la canzone per la campagna elettorale e in un manifesto rappresentò gli “alti papaveri” (democristiani) spazzati via dal vento della Rivoluzione.
Sarà nata allora l’espressione un po’ ironica, un po’ ingiuriosa “gli alti papaveri”? No. È molto più antica. Il dizionario Battaglia informa che deriva “da un aneddoto secondo il quale Tarquinio il Superbo avrebbe abbattuto col bastone i papaveri del giardino per significare al figlio che il modo più facile per impossessarsi della città di Gali era quello di eliminarne i cittadini più importanti e autorevoli”.

Il buio, dicevo, e le interruzioni del gioco a carte. Memorizzai, quelle sere, le quattro parole del gioco e imparai a disporre le carte – 20 carte, 10 copie – sul tavolo, secondo lo schema delle quattro parole. Senza incertezze, con sicurezza. Nessuno doveva pensare che stessi adottando per il gioco uno schema mentale.
Lo schema del gioco appariva ai miei occhi di ragazzino una strana contaminazione del latino che andavo appena studiando e, per via di quel cocis, i fumetti western, con in più le connotazioni misteriose di una formula magica. (Kocis era il protagonista di un diffuso giornaletto a fumetti. Quando doveva vendicare qualche torto – gli eroi dei western sono quasi sempre paladini di giustizia – indossava una maschera con tante rughe e le corna. Le corna, per apparire diabolico. Kocis appartiene alla stessa generazione di Pecos Bill, del primo Tex. Cino e Franco, eroi dei tempi fascisti, non c’erano più. Mandrake aveva ripreso il suo nome con la kappa e non era più il Mandrache italianizzato imposto dal fascismo, stupidamente autarchico anche nella lingua).

Scoprii che lo schema delle quattro parole mutus dedit nomen cocis possiede una perfetta simmetricità combinatoria fondata sulla presenza di dieci copie di lettere. Alle coppie di lettere si fanno corrispondere, nel gioco, dieci coppie di carte. Il che rende possibile conoscere perfettamente la loro collocazione e indovinarle.
Un vecchio manuale di giochi (Ph. De Frank, Le carte magiche, Hoepli, Milano 1921) spiega così il gioco: “ Prendete 20 carte e, dopo averle mescolate, mettete a due a due sul tavolo. Avrete così 10 coppie di carte. Pregate allora una prima persona di ricordarsi due di quelle carte, purché esse siano contenute nella stessa coppia; rivolgete la medesima preghiera a 3 o 4 altre persone. Quando ognuno avrà scelto la sua coppia di carte, ritirate le 10 coppie di carte. L’ordine col quale le ritirate non ha nessuna influenza; l’importanza è di non separare mai le carte che si trovano insieme. Indi riponete sul tavolo le carte (scoperte) in quattro file di 5 carte ciascuna, ricordandovi le quattro parole latine:

M U T U S
1 2 3 4 5
D E D I T
6 7 8 9 10
N O M E N
11 12 13 14 15
C O C I S
16 17 18 19 20

Ciascuna lettera, in queste quattro parole, è rappresentata due volte; due carte corrispondenti si metteranno sempre su lettere uguali. Così le due carte della prima coppia si posano al primo e tredicesimo posto, dove sono le due M, quelle della seconda coppia al secondo e quarto posto, dove sono i due U; e così via fino che si abbiano collocate al loro posto tutte le venti carte. Disposte dunque le carte, in questo modo, chiedete ad uno degli spettatori di indicarvi in quale fila o in quali file si trovino le sue carte; vi sarà facilissimo di indovinarle”.
Un altro manuale (A. Adrion, L’arte della magia, Mazzotta, Milano 1979) informa che “in questo gioco si sono cimentati molti dei più abili prestigiatori, tra cui Harry Houdini e Alexander Hermann”.

A me capitava di proporre il gioco a scuola, durante gli intervalli (o anche durante le ore di lezione?). Ovviamente, suscitavo stupefatte curiosità e pressanti ma insoddisfatte domande di disvelamento del trucco. Perché il trucco doveva esserci. Nessuno ne dubitava. Erano i miei compagni maschi a essere assillanti e curiosi come scimmie. E io avrei voluto che fossero le compagne belline e moinose ad avvicinarsi, a chiedermi, a pregarmi. Niente da fare. Stavano sulle loro. E noi le armi della seduzione non le avevamo ancora apprese.
Quel gioco, quell’indovinare coppie di carte senza mai sbagliare, quel che doveva apparire forse a qualcuno (nelle classi, come in molte famiglie almeno uno sciocco, un credulone c’è) come un leggere nel pensiero, diventava un fattore di compiaciuta rivalsa. Se avessi ceduto e spiattellato il sistema del gioco sarebbe crollato tutto il mio piedistallo di rivincita. Ogni gioco rivelato e spiegato appare stupido e banale; quando non se ne conosce il trucco ha connotati di magicità, di prestigio.

Col tempo il gioco mi abbandona, lo dimentico, smarrisco la memoria dello schema; si allontana dai miei interessi.
Dopo anni, parecchi anni, quando insegno latino al liceo scientifico di Anzio me ne ritorna alla superficie dei ricordi qualche brandello. Sarà stato stimolato da qualche parola latina: un dedit, un nomen. Chissà.
Tento di ritrovarlo e recuperarlo. Mi sfugge; riesco a recuperare solo dei frammenti di parole (il cocis per via dell’eroe del fumetto, l’idea che le altre parole sono latine; c’è un verbo… ) e qualche posizione (la “s” di cocis ha una corrispondenza perfetta, “è di angolo”; mi pare che anche la “o” abbia la gemella in una seconda posizione; ma in quale fila sarà? la prima? la seconda? la terza? eccetera). Un po’ alla volta, da pieghe quasi mai esplorate con tanta pervicacia, riemerge lentamente lo schema, fino a completarsi.
Tra amici, dopo cena il gioco oggi continua a suscitare curiosità e interesse. Ha sempre successo.
Si può anche un tantino complicare. Passare da dieci a quindici coppie. Basta aggiungere alle quattro parole 5 coppie di numeri da 1 a 5, disposti in verticale sul lato sinistro e in orizzontale giù in fondo. Buon divertimento.

*Nota. Questo testo “Mutus dedit… e venti carte” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.

Cliccare l’immagine per ingrandirla.

Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi:
giovannipistoia@libero.it

(4 maggio 2008)

venerdì 2 maggio 2008

eventi/Museo Luzzati

Museo Luzzati
www.museoluzzati.it

Laboratorio “Inventa e crea il tuo Gioco dell’Oca

Sabato 3 maggio dalle ore 15 alle 17 il Museo Luzzati propone un laboratorio per costruire - con le tecniche dello strappo e del collage - il tabellone di uno dei giochi tradizionali più antichi: il gioco dell'oca. Il laboratorio è rivolto a bambini a partire dai 5 anni, per un massimo di 15, su prenotazione al numero 0102530328 e all'indirizzo mail
laboratori@museoluzzati.it.

I Giochi di Luzzati

Sabato 3 e Domenica 4 maggio al Museo Luzzati, in occasione della mostra EMANUELE LUZZATI. GIOCHI CARTE E TAROCCHI che raccoglie le tante varianti che Luzzati ha dedicato alle carte da gioco, ai tarocchi e ai giochi da tavolo.

Saranno a disposizione del pubblico i tavoli con i giochi inventati da Luzzati: il Dilettevole giuoco della Gazza Ladra, il gioco dell’oca realizzato con i manifesti teatrali, il grande gioco da pavimento a tema Pierino e il Lupo, Unochissa? gioco da tavolo a tema ebraico e infine IL TORNEO DELL’ORLANDO FURIOSO, gioco di cui sono andate perse le regole per cui è possibile provare a cimentarsi nell’invenzione di un regolamento

Per informazioni: Museo Luzzati, Area Porto Antico 6 16128 Genova
Tel 0102530328 - info@museoluzzati.it

(2 maggio 2008)

eventi/Narrazioni incantate

Narrazioni incantate



Martedì 6 maggio

dalle ore 9.30 alle 12.30

presso la Biblioteca di Villa Montalvo a Campi Bisenzio,

William Grandi, esperto di libri per ragazzi e dottorando in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Bologna, parlerà di

Narrazioni incantate:

caratteri, temi e orizzonti attuali della letteratura fantastica

Per saperne di più:

http://www.liberweb.it/

http://www.liberweb.it/index.php?module=CMpro&func=viewpage&pageid=712

(2 maggio 2008)

giovedì 1 maggio 2008

passeggiando tra i libri/Urluberlù Ladro di suoni


Urluberlù Ladro di suoni
Giovanni Pistoia

Che mondo sarebbe un mondo senza suoni? E chi potrebbe ridare al mondo i suoni? E come potrebbe avvenire tutto ciò? Questo il tema di una bella, divertente filastrocca che la matita colorata e fantasiosa di Emanuele Luzzati ha reso notissima. Una filastrocca che i bambini e i ragazzini possono leggere da solo. Oppure il papà, la mamma, l’insegnante o, comunque, un adulto può leggere ad alta voce. Ma vediamo un po’ come comincia questa misteriosa filastrocca, che ha come protagonista un mago, un mago cattivo cattivo di nome Urluberlù:

Urluberlù, perfido mago,
una mattina, così per svago,
un brutto scherzo decide di fare
per farsi da tutti più odiare che amare.

E pensa pensa, nel suo castello,
tanto che quasi gli fuma il cervello,
gli sfuma il cervello, gli scoppia la testa,
senza uno scherzo certo non resta.

“Un gran dispetto mi devo inventare”
si dice il mago nel suo pensare
“così che dubbio non vi sia più,
il più cattivo è Urluberlù”.

Pensa di giorno e pensa di sera,
pensa e ripensa in ogni maniera,
cento e un dispetto gli vengono in mente:
son poco cattivi, non ne fa niente.
Dopo tre giorni, tre notti e tre ore
all’improvviso ha un tuffo al cuore:
“Ecco ho trovato, di più non si può,
dal mondo i suoni io ruberò”.

E così il mago Urluberlù ruba i suoni, le note. Ogni musica finisce. Tutti i ritmi e i suoni del mondo vengono imprigionati in una buia grotta di un buio castello. Ma i giorni e le notti non possono trascorrere senza i suoni. Perfino il bambino nella culla non può ascoltare la voce della mamma, che non può cantargli la ninna nanna. Per risolvere il grave problema ci vuole l’intervento… l’intervento di un… bambino. Sapete come si fa? Se leggete la bella filastrocca lo scoprirete. Ah, dimenticavo: con il libro piccolo piccolo troverete anche un floppy disk con il quale potrete liberare i suoni rubati dal mago dispettoso. Non solo: potrete addirittura voi stessi creare nuove note… alla faccia del mago cattivo cattivo. Buon gioco!

Nella foto la copertina del libro.

Esiste anche la versione con CD-ROM

È utile consultare anche il sito:
http://www.areato.org/noquadri/ausilidinamici/AusDnm_00_Titolo.Asp?IDAUSILIO=230

Urluberlù
Ladro di suoni
dalla matita di Emanuele Luzzati
testi di Tiziana Ferrando
Editori Riuniti, 1996
http://www.editoririuniti.it/

(1 maggio 2008)

giochi/La stoppa e Dante Alighieri

La stoppa e Dante Alighieri
Carmine De Luca*

La stoppa (o come si diceva una volta, stuppa) è gioco d’azzardo che, secondo alcuni giocologi (o giocologhi?), deriverebbe dalla primiera. Della primiera conserva il valore delle carte: il sette – la carta di valore massimo – vale ventuno punti, il sei diciotto punti, l’asso sedici, le figure dieci punti ciascuna, il cinque quindici, il quattro quattordici, il tre tredici, il due dodici. È diffusa soprattutto nelle regioni meridionali e, secondo quel che informa l’esperto di giochi Sebastiano Izzo, si hanno testimonianze della sua esistenza già nel 1695. La stoppa è articolata su due livelli: un primo livello è la distribuzione delle carte con la vincita di una parte del piatto per ciascuna mandata; un secondo livello è la stoppa vera e propria, cioè lo scarto in sequenza progressiva di numerazione da uno a dieci. Di giochi a due livelli ce ne son pochi. I giochi di carte hanno in gran parte un solo livello: scopa, briscola, tressette sono basati su un unico giro di distribuzione di carte; si fa a chi accumula più carte e una maggiore quantità di punteggio.

Le regole della stoppa sono complicate a spiegarle, semplici nel gioco. Non abbiamo spazio sufficiente per descriverle. Potete leggere, se volete conoscerle o verificarle, il libro di Sebastiano Izzo, I giochi di carte.

I piaceri che offre la stoppa possono essere dei più raffinati e sottili. Vuoi mettere quando nei giri di distribuzione delle carte (tre alla volta) hai tre carte dello stesso colore, magari con un sette? O quando hai un sette e un sei dello stesso colore e aspetti che si completi il punto con un asso e ottenere un tondo cinquantacinque? Vuoi mettere quando, alla fine, si stoppa e disponi di una lunga sequenza e puoi calarla, mentre altri hanno magari ancora dieci carte in mano? Ma i piaceri sono legati soprattutto – antica, antichissima voluttà – al danaro, al piatto.

I giocologi (o giocologhi?)… Consentite una forse non inutile digressione. Lo Zingarelli non registra il termine giocologo. Neppure altri vocabolari correnti. Ma sulla sua diffusione non mancano documenti lessicografici autorevoli. Luca Serianni nella sua Grammatica italiana (Utet, Torino 1988) tra i “composti scientifici con elementi greco-latini” registra giocologo nel senso di esperto di giochi matematici (perché solo matematici?) e fornisce come prima attestazione un titolo del quotidiano “la Repubblica” del 31.8.1986, Da questa sera sette lezioni del giocologo Ennio Peres”. L’origine di giocologo si può retrodatare almeno di cinque anni. Già nel novembre 1981 sul settimanale “Noi Donne” Sandra Onofri aveva coniato e usato il termine: “Tempo fa ho incontrato un tipo, si chiama Ennio Peres e fa il giocologo”. Oggi il solito Ennio Peres sul suo biglietto da visita si fregia, con sublime ironia, del titolo di giocologo. Fermiamoci qui. E torniamo al gioco della stoppa.

Facevamo il liceo e quasi quotidianamente giocavamo alla stoppa. Con Enzo Palma e Vittorio Scagliano. Spesso una quarta sedia era occupata da Peppino Marrazzo. La posta in gioco era qualche soldo. Poche decine di lire, sufficienti per le sigarette e, a volte, per il cinema (Comunale o Moderno). Erano gli ultimi anni cinquanta – i bui e tristi anni cinquanta. Giocare a stoppa era diventato un rituale al quale senza rammarico si sacrificava qualsiasi altro possibile diversivo. Anche il biliardo nel quale Enzo era maestro. Anche il bar. Se era domenica, anche lo struscio (su e giù, su e giù, avanti e indietro, avanti e indietro…) Un rituale, quello della stoppa, che si rinnovava di giorno in giorno; e ogni giorno trovava alimento nel mancato pareggio dei conti: chi aveva perso sperava di rifarsi, chi aveva vinto sperava di vincere ancora.
Ma la stoppa bisognava conciliarla con lo studio. Un rigido controllo familiare, moltiplicato per tre, non ci consentiva di trascurare la scuola. L’avessimo fatto, non avremmo più avuto spazio per la stoppa. Riuscivamo perfettamente a far coesistere le due cose. Prima lo studio, poi le carte. Mettevamo prima lo studio non perché si nutrissero fervidi sensi di responsabilità, e, dunque, prima – come si dice – il dovere e poi il piacere. Prima si poneva lo studio soltanto perché bisognava sbrigarsela e avere più tempo per la stoppa.
Si contrapponevano in quei pomeriggi due mondi, entrambi vissuti ludicamente: il “gioco” dello studio che vedeva una piena e perfetta sintonia fra noi tre studentelli (Enzo, Vittorio e me) – tre intelligenze che funzionavano in completa sintonia per fare i compiti – e il “gioco” delle carte (della stoppa) nel quale dominava una totale, impietosa competitività - le tre intelligenze funzionavano ciascuna per conto proprio, ognuno faceva per sé. A dividerci c’era la posta in gioco, le poche decine di lire. Intorno al tavolo, per ore, ciascuna aveva un proprio modo d’essere, secondo la propria indole. Enzo esercitava un impassibile spirito geometrico fatto di ordine nelle cose materiali (le carte, i mucchietti di monete, ecc.) e di complicati conteggi mentali delle carte uscite e distribuite. Vittorio metteva in gioco un certo suo atteggiamento ironico e burlone che spesso sconcertava. Io, fra i tre, avevo meno confidenza con le carte. E se vincevo era solo per caso. Dipendevo dalle carte e facevo ogni scongiuro in attesa di buone combinazioni. Non riuscivo nel bluff.

Nella prima parte del pomeriggio, ci si applicava a temi e riassunti, si risolvevano problemi, si facevano versioni dal francese e in francese, dal latino e in latino (a turno si cercavano i termini esatti sul vocabolario). Un giorno fummo impegnati in un tema o commento del sesto canto dell’Inferno (quello di Ciacco e della “piova etterna, maledetta, fredda e greve”). La cosa andava per le lunghe per le difficoltà dei versi. Riuscimmo a mettere insieme, uno alla volta, i tre testi di commento con l’aiuto delle note di numerose edizioni della Divina Commedia (sette-otto commenti diversi: Scartazzini-Vandelli, Sapegno, Grabher, Steiner, …). Neppure Ciacco era riuscito a incrinare l’intesa fra i tre. Poi, fu la liberazione. Qualcuno fece una pila di libri alta così e, a sfogo della propria e altrui tensione, la lanciò per aria. Qualcun altro riuscì ad agguantarla prima che rovinasse a terra. E fummo pronti per la stoppa.
Nella seconda parte, il tavolo dove prima avevano incrociato e si erano sfogliati libri di ogni genere, diventava arengo di surrogati di conflitti e battaglie all’utimo sangue: nessuna pietà per l’avversario. Ancora non esistevano i cosiddetti giochi di ruolo, ma già le contese con la stoppa erano dure e spietate.
Alla fine qualcuno aveva perso tutto quel che aveva in tasca. I soldi vinti non potevano essere restituiti neppure in minima parte. Si credeva portasse male. Tuttavia, non mancavano forme di solidarietà: frequente quella di fornire qualche sigaretta. Il giorno dopo, chissà, sarebbe andata meglio.



*Nota. L’articolo “La stoppa e Dante Alighieri” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.

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Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi: giovannipistoia@libero.it
(1 maggio 2008)

foto/Onde


Onde

Foto e pensiero di Fabio Pistoia

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(1 maggio 2008)