venerdì 23 maggio 2008

eventi/Il Giorno del Gioco


Il Giorno del Gioco

21 - 24 maggio 2008
Il Giorno del Gioco 2008 si moltiplica x 4!

Mostra Fotografica di Encrico De Santis "Gioco con poco"
Come giocano i bambini nel mondo
20 maggio - 20 giugno 2008

Roma, Villino Medioevale (Villa Torlonia)

Via Lazzaro Spallanzani, 1A


Orario di apertura

da martedì a domenica ore 9.00 - 19.00

L'idea di istituire un giorno dedicato al gioco è stata avanzata dal "Consiglio dei bambini di Roma" ; è promossa dall'Assessorato alle Politiche di promozione della Famiglia e dell'Infanzia - Dipartimento XVI.
In questa seconda edizione sarà realizzata da:



con il patrocinio di:

Comitato Italiano per l'UNICEF Onlus

in collaborazione con:

i Municipi di RomaUniversità di Roma Tre - Facoltà di Scienze della Formazione

CNR Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione
Protezione Civile di Roma

Ares 118 - Regione Lazio
Croce Rossa Italiana

Comando Provinciale Vigili del Fuoco -

Roma Società Met.Ro

(23 maggio 2008)

giovedì 22 maggio 2008

eventi/Biblofestival

dedicato ai ragazzi e alla loro letteratura
30 maggio-8 giugno 2008

10 giorni di incontri con autori, narrazioni, laboratori, spettacoli, teatro di strada, performances
10 giorni tutti da vivere e condividere, ragazzi e adulti, insieme

Tutte le iniziative sono gratuite

Un evento promosso e organizzato da

Sistema Bibliotecario Intercomunale dell’Area di Dalmine (Bergamo)

Biblofestival

si svolge nei comuni di:

Arcene, Azzano San Paolo, Boltiere, Brembate, Comun Nuovo,Dalmine, Lallio, Levate, Mozzo, Osio Sopra, Osio Sotto,Paladina, Spirano, Stezzano, Urgnano, Verdellino, Verdello

Tutta l’informazione all’indirizzo:

http://www.liberweb.it/biblofestival/index.htm

(22 maggio 2008)

domenica 18 maggio 2008

passeggiando tra i libri/Voglia di Vita


Voglia di Vita
Adelaide Ciotola*

Mi chiamo Ciotola Adelaide, sono nata il 6 giugno 1999 a Napoli. Da quando ero piccolissima ho iniziato ad andare sempre in ospedale. Sono andata in tanti ospedali diversi fino ad arrivare a Genova (il “Gaslini”): ho un problema ai polmoni.

Mi porta delle broncopolmoniti e mi danneggia tanto i polmoni. Devo stare sempre con l’ossigeno e prendo sempre medicine, e per colpa di questo fatto non posso mai andare a scuola che purtroppo io amo molto. In tutti questi anni mi sono successe tantissime cose e ho vissuto molte avventure, alcune brutte, ma ci sono anche avventure bellissime: ho conosciuto tanti medici ed infermieri e persone che mi sono rimaste nel cuore. Vi vorrei raccontare delle cose che mi sono capitate. Ogni volta che vado in ospedale faccio delle terapie e molti esami che mi fanno sentire tantissimo dolore, ma non importa perché io sono molto forte e supero sempre tutto, perché ho sempre con me l’aiuto di Gesù e della Madonnina. Loro mi vogliono molto bene e sono sicura che non mi abbandoneranno mai. Ho pensato di scrivere questo libro perché mi piacerebbe molto che tante persone, leggendo la mia storia, possano diventare come me e non spaventarsi magari per un piccolissimo prelievo o per qualche piccolo dolorino. Io nonostante tutto sono una bimba molto forte ed ho tantissimi amici, molte persone mi sono vicine e mi aiutano ed io gli voglio un mondo di bene. Ci sono in particolare la maestra, Annamaria, Silvana, Martina, Lino, Alessandro, tutti i loro amici della chiesa, la maestra Carmen, zia Alma, la maestra Patrizia, la direttrice Daniela e le sue amiche che ho appena conosciuto e Giovanni, la moglie e suo cugino Alberto con la moglie, la maestra Margherita e poi tantissime altre persone che vi vorrei far conoscere. Vi racconterò piano piano un po’ di tutti loro.

*Nota. Adelaide Ciotola è la bambina autrice del libro “Voglia di Vita”. Il brano pubblicato è l’inizio del suo diario: un emozionante viaggio tra speranze, qualche amarezza, fede e tanta, tanta voglia di vivere. Forza Adelaide!

Adelaide Ciotola
Voglia di Vita
Nicola Longobardi Editore, 2007
http://www.nleditore.it/

Per richiedere il libro: info@nleditore.it

(18 maggio 2008)

passeggiando tra i libri/Voglia di Vita

Voglia di Vita
Giovanni Pistoia

Ora sta per arrivare la Pasqua che è una festa bellissima ed io spero tanto che riesca a mettere tanta serenità e amore nel cuore di tutte quelle persone che vivono solo per fare cattiverie. Lo so perché molto spesso alla televisione sento delle notizie molto brutte, come, ad esempio, il rapimento del piccolo Tommy, poverino. Spero tanto che il buon Gesù in questo momento gli sia vicino e che non lo abbandoni per non farlo spaventare tanto, così lontano dai suoi genitori e dalle sue medicine. Sì, perché il povero Tommaso purtroppo è malato ed ha bisogno di prendere le sue medicine, altrimenti rischia la vita proprio come me che non posso stare senza medicine ed è per questo che spero proprio che Gesù possa entrare nel cuore dei rapitori di Tommaso, sì perché credo che in fondo un cuore lo abbiano anche loro. Quindi spero che si passino un pochino la manina sulla coscienza e restituiscano il piccolo Tommy ai suoi genitori, spero tanto che la mia amichetta Stellina le sia vicino e le dia tanto coraggio e che tutto finisca a lieto fine”.

È uno delle tante pagine che turbano il lettore di un libro davvero particolare. A scriverlo non è un’autrice affermata. Né un giovane esordiente. È una bambina che non ha ancora compiuto dieci anni e che trascorre il suo tempo, dall’età di quattro mesi, tra ospedali, laboratori, interventi chirurgici, medicine.

Adelaide Ciotola è nata nel 1999 con la sindrome del lobo medio, una malattia rara che le procura giornate e nottate dolorose, sofferenze inaudite. Soprattutto per una bambina come lei che è costretta a stare spesso lontana dalla scuola alla quale è molto legata. Eppure queste condizioni non la piegano. Tutt’altro. Da questa esperienza Adelaide ne trae una forza eccezionale, un amore grande verso la vita, i parenti e gli amici. Decide di raccontare le sue giornate, scandite dal malessere, dalle medicine, dai ricoveri. Ne viene fuori un diario che coinvolge, emoziona, fa riflettere.

Vi sono pagine che lasciano il segno, argomenti trattati con genuino candore e pur tuttavia con una forza insospettabile. Il diario non è solo un racconto di giornate dolorose, ma è, soprattutto, il canto profondo e gioioso di attaccamento alla vita, l’inno ai genitori e, in particolare alla mamma, la certezza che tutti questi sacrifici finiranno perchè la vita deve essere vissuta.
Il suo essere bambina le fa comprendere fino in fondo il dolore degli altri bambini, i tanti che conosce lungo il suo peregrinare negli ospedali, in particolare al “Gaslini” di Genova e lungo il suo agognato viaggio verso Lourdes per incontrare la sua “carissima Madonnina”. Uno di questi incontri segna la sua vita: la conoscenza di Stellina che, purtroppo, troppo presto diventa una stella, e che Adelaide elegge suo angiolo protettore. Da qui la sua ansia per la sorte del povero Tommy e il dolore nell’apprendere della sua morte: “Ciao, Tommy, ora sei vicino alla mia amichetta Stellina; per favore salutala da parte mia e ricordale che le voglio sempre un mondo di bene e ti prego, Gesù, fa che queste brutte vicende nel mondo non accadano più.

Adelaide affida alle pagine colorate di un libro, le sue ansie ma, soprattutto, messaggi di grande maturità e spiritualità: nessuno ha il diritto di togliere la vita a qualcuno; chiunque soffre non deve mai arrendersi; chi soffre deve essere un testimone verso quanti, anche se hanno la fortuna di stare bene, sono prigionieri di assurdi egoismi non riuscendo, così, a comprendere il senso vero della vita, che è “dono”, “gioia”, “raggio di sole”.

Nella foto la copertina del libro

Adelaide Ciotola
Voglia di Vita
I miei giorni in ospedale
Nicola Longobardi Editore, 2007
http://www.nleditore.it/
e-mail:
info@nledire.it

(18 maggio 2008)

venerdì 16 maggio 2008

giochi/Alla ricerca dei giochi perduti


Alla ricerca dei giochi perduti

Il 3 ottobre del 1998 si tiene a Corigliano Calabro un convegno nazionale sul tema: “La Letteratura per l’infanzia e la figura di Carmine De Luca”. Un nutrito gruppo di amici di De Luca intervengono – tra questi, Tullio De Mauro, Marcello Argilli, Pino Boero, Ermanno Detti, e altri - per testimoniare, ancora una volta, il ruolo svolto dallo studioso calabrese per lo sviluppo dell’editoria e, in particolare, di quella infantile.

Per l’occasione viene stampato un volumetto in edizione non commerciale in appena trecento copie numerate e consegnato ai convegnisti.
Edito da “il serratore”, il libro, un tascabile dal titolo “Alla ricerca dei giochi perduti”, raccoglie alcuni articoli che Carmine De Luca ha pubblicato su l’Unità e sulla rivista “il serratore”.
(Testi che ora è possibile leggere su questo blog nella sezione “giochi”).
Ed è Enzo Viteritti, direttore della rivista, che firma una breve “Nota” a conclusione della raccolta. Nota che qui ripropongo:

Nota di Enzo Viteritti

Non ci vedevamo spesso, con Carmine De Luca, in media una volta all’anno. Ci incontravamo alla “Grande festa di via Roma”, una manifestazione popolare coriglianese, cui, se possibile, non voleva mancare. Noi con la nostra “bancarella” del Serratore, lui curioso di vecchi mestieri e tradizioni. Ma, tramite premuroso il fratello Micuccio, eravamo sempre puntualmente informati della sua attività. Ovviamente, quando decise di affidare al Serratore i suoi ricordi sui “giochi di una volta”, i contatti si infittirono.

La rivista gli era sempre piaciuta. Dopo l’uscita dei primi due numeri ci aveva scritto una lunga ed affettuosa lettera, dicendosi entusiasta dell’impostazione generale ed incoraggiandoci a non aver paura della nostalgia, se questa poteva significare anche “sana ed intelligente ricerca delle proprie radici e tentativo di ripristino di una memoria storica sempre più labile e sfilacciata”. Coglieva bene il senso di quello che voleva essere il Serratore. E con questo spirito ha poi voluto pubblicare i “pezzi”, oggi raccolti in questo volumetto, dedicati ai giochi che lo avevano intensamente accompagnato durante l’infanzia e l’adolescenza.

Spiegava, con l’autorità dello studioso e il divertito distacco di chi ormai sa trovare per essi riferimenti colti e citazioni adatte, il “battimuro” e la stoppa, il “nascondino” e il “carburo”, “u ruollo”. Ma, spesso, dal racconto affioravano i ricordi di un tempo in cui si giocava soprattutto all’aperto, nelle calde giornate di sole come nei rigidi pomeriggi invernali, sempre con i calzoni corti, secondo “un costume familiare che non si curava dei possibili effetti delle temperature fredde”. Ma non importava. Nella verde periferia che si dilatava attorno all’ex ginnasio “Garopoli”, i ragazzi di allora potevano concedersi il lusso di correre senza scarpe, godendo del “gradevole contatto dei piedi con l’erba fresca, con il pastoso fango, con la sabbia tiepida”. E i giochi sapevano riservare sorprese. Come quando gli capitò, durante una partita a nascondino, di trovarsi “nascosto sotto la cupola formata da un lenzuolo che una giovane promessa sposa ricamava”. Con la luce del sole che, filtrando, consentiva “perturbanti visioni”. E poi c’erano i “raffinati e sottili piaceri della stoppa”, un gioco d’azzardo trasformato, con Enzo, Vittorio e Peppino, in un “rituale al quale senza rammarico si sacrificava qualsiasi altro possibile diversivo”.

Rievocava con meticolosità gesti, atmosfere, impressioni a cui era rimasto affezionato e che voleva fermare sulla carta per farne dono a quanti non avevano avuto la fortuna di “assaporarle”. E poi affiorava, quasi con pudore, il suo amore per lo studio, per i libri.

Se esiste una vita nell’al di là, Carmine adesso dovrebbe essere circondato da libri. Quei libri che amava e di cui amava parlare e di cui viveva. Gli piaceva progettarne di nuovi, di studiarne formati, caratteri, tipo di carta, rilegatura, illustrazioni. Una volta, con Pino Marasco, lo incontrammo ad una fiera del libro per ragazzi a Bologna. Era un po’ stanco, ma felice. Nel “suo” stand degli Editori Riuniti ci accolse con gioia. Parlammo di Corigliano. Dei libri e delle collane che avremmo potuto fare insieme. Dispensava con generosità idee e suggerimenti, gli occhi allegri all’idea di nuove avventure editoriali. Lo ricorderemo sempre così.

Nell’immagine la copertina del volumetto con disegno di Cosimo Budetta.

Per informazioni sulla vita e l’attività di Carmine De Luca, visita il sito: http://www.fondazionedeluca.it/

(16 maggio 2008)

giovedì 15 maggio 2008

giochi/Quando si andava a gigli

Quando si andava a gigli
Carmine De Luca*

Con i soli di giugno-luglio nostra meta preferita era il terrazzo sovrastante la villa comunale. Quello stretto terrazzo, costruito a sostegno della strada che porta alla Garopoli, era un fitto intrico di piante di iris (noi li chiamavamo più semplicemente gigli, e nel nostro linguaggio sbrigativo l’espressione “ai gigli” indica quel posto: “andare ai gigli” era uno dei diletti della controra estiva). Su quello stretto terrazzo si andava spesso a caccia di lucertole. Si catturavano con un cappio di filo d’erba. Tentavano di scappare e il cappio stringeva: non c’era nulla da fare. Per conquistare quello stretto terrazzo bisognava sottrarsi allo sguardo attento del guardiano della villa comunale. Si chiamava zio Francesco? Non ricordo bene. Ma ho la netta memoria della sua profonda dignità. A noi ragazzini faceva paura col bastone che aiutava la sua gamba claudicante da reduce della guerra (la Grande Guerra?), e nonostante il terrore che incuteva, qualcuno di noi riusciva – chissà in quale piega della sensibilità, chissà per quale meccanismo emotivo – a d apprezzarne l’austero decoro.

A caccia di lucertole si andava attrezzati di qualche cicca di sigaretta che qualcuno di noi si era preoccupato di raccattare per strada o in qualche portacenere (ma c’erano i portacenere? Si usavano?). Un po’ di tabacco della cicca, fatto denso e fetido grumo di nicotina, lo si metteva – scellerata perfidia infantile! – nella bocca dell’animale. Questo era il gioco, questo il crudele obiettivo di “andare ai gigli”. La lucertola avvelenata era presa da un immediato tremore che subito si trasformava in convulsioni epilettiche. Poi di colpo moriva restando stecchita.

A dare maggiore portata alla malvagità si andava a caccia delle lucertole più grosse: più grandi erano, più forte e più duraturo era l’effetto del tabacco.
Scagli la prima pietra chi, nell’infanzia, non ha catturato una mosca per staccarle le ali e abbandonarla a un destino (breve) di morte (smarrita, la mosca trascina il suo corpo), o non ha legato barattoli alla coda di un gatto, o, come un mio compagno di scuola (niente nomi! Niente delazioni per le crudeltà infantili!), lanciando cocci appuntiti (i “scìscioli”) dava la caccia ai polli: un giorno un coccio aguzzo prese una gallina nell’orifizio – come dire? – ovale. La povera dovette trascinarsi per strada una sanguinolenta massa di interiora.

Negli anni della mia infanzia – a cavallo tra anni quaranta e cinquanta – il rispetto degli animali era cosa inconcepibile. Anzi, era ritenuto cosa assolutamente disdicevole e tale da rendere altamente probabile la presa in giro. Era un comportamento da donnicciola. I libri di lettura scolastici che raccontavano di poveri animali maltrattati (ho memoria del rospo, “la schifosa bestia”, di Victor Hugo tradotto da Pascoli: “Era un tramonto dopo il temporale. / C’era a ponente un cumulo di cirri…”) non soltanto fallivano come apologhi edificanti, ma funzionavano da efficacissimi suggeritori di giochi perfidi. Quanti rospi avremo massacrato su suggerimento di Hugo e Pascoli! I giochi con gli animali dipendono strettamente dai tempi: oggi, per fortuna, sono tempi di tenerezze e di protezione istituzionalizzata: allora erano tempi di violenze gratuite – non solo da parte di bambini. L’aggressività infantile si esercitava sugli animali in mancanza d’altro. Significherà pure qualcosa il fatto che eravamo figli della guerra. Ricordate il film “Giochi proibiti”?

Chiunque da ragazzo abbia fatto esercizio di sadismo nei confronti degli animali ha modelli letterari celebri. Per esempio Tom Sawyer di Mark Twain. Nel capitolo quinto delle Avventure Tom è in chiesa e nel bel mezzo della preghiera, viene sfidato da una mosca. “Una mosca si era materializzata sulla spalliera del banco davanti a lui e aveva tormentato il suo animo con un placido soffregarsi le zampe; con lo strofinarle sulla testa, stropicciandola con tanto vigore da dare l’impressione di volerla staccare dal corpo e mettendo in mostra l’esile filamento che costituiva il collo; con lo sfregarsi le ali per mezzo delle zampe posteriori, lisciandole poi contro il corpo come se fossero le code di un frac; con il mettere in pratica, insomma, una completa toilette nella massima tranquillità, quasi sapesse di trovarsi completamente al sicuro. E, in realtà, così era; perché, nonostante gli prudessero le mani per la smania di acchiappare la mosca, Tom non si azzardava a farlo. Riteneva infatti che se si fosse abbandonato a una cosa simile mentre veniva recitata la preghiera, la sua anima sarebbe stata annientata all’istante. Ma, alla frase finale, la mano di lui cominciò a curvarsi e a portarsi avanti con mossa furtiva; e, nel momento in cui venne pronunciato l’Amen, la mosca diventò prigioniera di guerra”.

Le mosche sono vittime preferite di crudeli torture. Un giorno degli anni che sto rievocando tre compagni di scuola (ormai è regola che non si facciano nomi), ne legarono con un sottile filo di seta ben quattro, da una zampetta all’altra a formare una specie di piccolo stuolo che, liberato, andò a posarsi sulla cattedra dell’insegnante. Le conseguenze non sto a raccontarle.
Sono documentate nei registri di una scuola che veniva frequentata con incommensurabile gioia e con irrefrenabili svogliatezze.

Il catalogo dei giochi con gli animali è parecchio nutrito E non elenca soltanto scelleratezze e violenze. Contiene pure splendidi incanti e affascinanti stupori. Come quando ci si fermava, nei fervidi soli estivi, ad ammirare l’assoluta eleganza della verde mantide religiosa. Come quando, in ginocchio, si puntava lo sguardo attento nel cono del formicaleone in attesa di assistere al prodigioso fulmineo scatto con cui dall’interno della tana sabbiosa catturava qualche imprudente insetto. Poi, magari, lo stupido osservatore, afferrando bruscamente un pugno di terra, catturava, a sua volta, il feroce formicaleone. Ed era di nuovo violenza.


*Nota. L’articolo “Quando si andava a gigli” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.


Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi: giovannipistoia@libero.it

(15 maggio 2008)

lunedì 12 maggio 2008

eventi/Inaugurazione mostra al Museo Luzzati: GENOVA DALL'OBLO'

Inaugurazione mostra al Museo Luzzati: GENOVA DALL’OBLO’
http://www.museoluzzati.it/


Dal 15 maggio all’8 giugno una nave fantastica approda nel porto di Genova, al Museo Luzzati, e numerosi oblò si schiudono sulla città. Architetture, chiese, carruggi, monumenti, navi, moli, fari, personaggi, costumi, giardini, vicoli, vecchie trattorie, negozi, officine, laboratori.

Genova antica, medievale, odierna, Genova viva, Genova che scompare sono tra i soggetti scelti dagli artisti, genovesi e non, invitati a partecipare alla collettiva dal titolo Genova dall’Oblò, a cura di Sergio Noberini con l’organizzazione di Nugae e la collaborazione del Comitato di Genova dell’Unicef.
Cosa si vede di Genova dal mare? Una prospettiva circolare, ben delimitata ma con libera interpretazione del paesaggio, della storia, di suggestioni, scorci, visioni, emozioni di Genova.
Il Museo Luzzati raccoglie gli artisti a Porta Siberia e offre al pubblico opere nei diversi linguaggi: illustrazione, pittura, fotografia, ma anche poesia e letteratura in occasione di letture con attori e autori, con un’appendice benefica: in collaborazione con il comitato Unicef di Genova quasi tutte le opere saranno messe in vendita e con parte del ricavato verrano organizzati al Museo Luzzati laboratori gratuiti destinati ai bambini delle fasce più deboli nella stagione 2008/2009.

Gli artisti coinvolti sono: Abbatiello, Altan, Balan, Bergami, Berio, Biasetton, Bortolotti, Cagnolaro, Castelnovi, Cavo, Cencetti, Cerchi, Cereseto, Coppola, Costantini, Dalisi, Danielli, De Bernardo, Fedriani, Ferraris, Fiorato, Fresu, Frigerio, Galletta, Garrone, Giannotta, Ginepri, Giordano, Grondona, Locci, Luzzati, Matarese, Micheli, Milani, Milazzo, Musante, Musso, Novelli, Oikonomoy, Sirotti, Sulewic, Valido, Varbella
INAUGURAZIONE CON CONCERTO GIOVEDI 15 MAGGIO ORE 18
In occasione dell’inaugurazione giovedì 15 maggio alle ore 18 ingresso gratuito, aperitivo e concerto di Simona Caligiuri, Daniele Lombardi al clarinetto e Luca Gaviglio al pianoforte con il seguente programma: Wolfgang Amadeus Mozart selezione dal Flauto Magico per due clarinetti Felix Mendelssohn-Bartoldy Konzertstuck n°1 per due clarinetti e pianoforteAmilcare Ponchielli Divertimento (trascrizione per due clarinetti e pianoforte) Scott Joplin Two Ragtimes

Cliccare l’immagine per ingrandirla.

Entra nel magico mondo di Luzzati visitando il sito: http://www.museoluzzati.it/

(12 maggio 2008)

giochi/A colpi di monete

A colpi di monete
Carmine De Luca*

I giochi possono classificarsi utilmente secondo la stagione nella quale vengono praticati. Ma le stagioni dei giochi, a ben vedere, sono due, non quattro: si distinguono i giochi estivi, giochi all’aperto, e i giochi invernali o giochi domestici, tra quattro pareti. La primavera è assorbita dall’estate; l’autunno continua, in parte, l’estate, per il resto è risucchiato dall’inverno. A settembre ottobre, soprattutto dalle parti nostre, si protraggono i giochi estivi. Da novembre si è ormai in inverno.

Il discrimine fra le due stagioni era segnato, ai miei otto-dieci anni, nei primi anni cinquanta, dall’abitudine, non so quanto diffusa ma di ineffabile piacere, di portare o non portare le scarpe. Le scarpe, con i primi veri caldi – a giugno, a luglio – si toglievano e si rimettevano a settembre. Si usciva di casa doverosamente con le scarpe ai piedi, ma appena fuori dal tiro dei familiari ci si metteva scalzi. Gli inevitabili incidenti provocati da dolori e sanguinolenti incontri con schegge di vetro o con chiodi o con l’ortica erano compensati dalle delizie elargite dal sempre gradevole contato dei piedi con l’erba fresca, con il pastoso fango, con la sabbia tiepida.

Sapevo bene allora che andare in giro scalzi era inequivocabilmente segno di miseria, era indizio certo di bassa collocazione sociale. È per questo che i piedi scalzi osavano soltanto deserti campi, sentieri fuori dall’abitato, mai vie cittadine, per quanto queste fossero poco frequentate.

Nella stagione dei piedi scalzi si giocava a battimuro.
A battimuro si era autorizzati a giocare dai 12-13 anni in su. Autorizzati da chi e da che cosa? Dalle tacite norme che si formano e si istituzionalizzano col tempo nel collettivo di ragazzi. Per giocare a battimuro occorre disporre di una maturata coordinazione di movimenti (è abbastanza complessa la torsione del busto per la battuta), di una buona percezione delle distanze, di un sufficiente controllo della forza che va impressa alla moneta battuta al muro. E non è pensabile che prima dei dodici anni si sia capaci di tanto.

Si accedeva al gruppo di piccoli giocatori prima di tutto se si poteva contare sulla disponibilità di una congrua quantità di monete. Che venivano rintracciate con ansiose ricerche nei fondi di cassetti, in polverosi recipienti d’ogni genere dimenticati o abbandonati nelle zone meno in vista di casa (erano – che so – vasi che una volta avevano dignitosamente ospitato fiori e che, a seguito di chissà quali eventi, dispensati dalle originarie funzioni, erano adibiti a pigri contenitori di ogni cianfrusaglia).

Le monete disponibili, tra gli anni quaranta e cinquanta, erano diverse, tutte fuori corso, residui del sistema monetario dell’Italia dei Savoia e del fascismo. Sul davanti recavano tutto il profilo, volto a destra o a sinistra, di Vittorio Emanuele III (“Re e Imperatore”, era scritto lungo il bordo).
Sul retro avevano soggetti differenti.
Le due lire in acmonital (acronimo per “acciaio monetario italiano” che ad inizio della seconda guerra mondiale aveva sostituito il nichelio a causa dell’alto costo di questo metallo) recavano l’immagine dell’aquila imperiale con ali spiegate e nel basso lo stemma sabaudo. I 50 centesimi in nichelio avevano l’allegoria dell’Italia, con fiaccola nella sinistra, su carro trainato da quattro leoni; sui 20 centesimi in nichelio era indicato il valore della moneta inscritto in un esagono; i 20 centesimi in nichelio avevano la testa nuda dell’Italia rivolta a destra, con alla sinistra il fascio littorio; i 10 centesimi in rame un’ape su un fiore; i 5 centesimi in rame una spiga di grano.
La qualità del metallo determinava i risultati del gioco, l’agilità della traiettoria dal muro alla meta. Con i soldi di acmonital e di nichelio si avevano esiti esaltanti. Era più agevole afferrare tra le dita le due lire o i 50 centesimi. Rimbalzavano meglio, avevano una più efficace capacità balistica. A saperne regolare la battuta sembrava magica la loro abilità a accostarsi alla moneta dell’avversario.
Se scendevi in campo attrezzato di monetine di rame eri destinato a sicura sonora disfatta. Perdevi tutto. Dieci e cinque centesimi erano irreparabilmente divorate dalle monete più grosse.

Ogni tempo ha avuto le sue monete preferite per il battimuro. Fra fine Ottocento e inizio del secolo si giocava con i dieci centesimi di rame. Vasco Pratolini nelle Cronache di poveri amanti scrive di ragazzini che, ad inizio di secolo, “giocavano a battimuro coi diecioni di Re Umberto”.
Le regole del battimuro sono semplici. Si segna una riga per terra (la meta) ad una certa distanza dalla parete di un edificio. Bisogna avvicinarsi a essa con la moneta che colpisce il muro. Oppure accostarsi di una certa unità di misura – un palmo, poniamo, o lunghezza di un bastoncino oppure di uno spago – alla moneta che l’avversario ha precedentemente battuto. Questo secondo modo di regolare il gioco è materia dei versi del lucano Leonardo Sinisgalli:


I fanciulli battono le monete rosse
contro il muro. (Cadono distanti
Per terra con dolce rumore.) Gridano
a squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
e dolcissime ingiurie. La sera
incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
la sua mano vittoriosa.


Se si voleva vincere occorreva avere pieno controllo delle componenti del gioco, soprattutto della traiettoria della moneta (angolata e con “effetto” oppure diritta o di piatto) e del tipo muro.

Per un lungo periodo si preferì adottare per i nostri giochi la porzione di muro tra il portale della chiesa di S. Antonio e l’ingresso dell’istituto Garopoli. Aveva un intonaco omogeneamente robusto e pieno. D’altronde quel luogo presentava la difficoltà di un acciottolato irregolare sul quale le monete rimbalzavano senza che se ne potesse prevedere il punto d’arrivo.
Capitava che si giocasse mentre in chiesa si svolgevano rituali funebri con lacrime più o meno sincere che potevano celare furenti liti su eredità da suddividere, oppure mentre si celebravano nozze: a volte matrimoni riparatori, con pance gravide nascoste da ampi abiti bianchi, matrimoni che esibivano felicità apparenti e forzate dopo spietate contese per doti sempre più consistenti pretese – come usa da noi – dalla famiglia di lui.
Insomma, tutto come oggi. Nulla è cambiato, se non che le monete non si battono più. I nostri ragazzi fanno giochi virtuali. Surrogati di battimuro sono offerti dallo spazio artificiale del computer.

*Nota. L’articolo “A colpi di monete” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.

Cliccare l’immagine per ingrandirla.

Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi:
giovannipistoia@libero.it

(12 maggio 2008)

sabato 10 maggio 2008

giochi/Anche Bruegel giocava al cerchio

Anche Bruegel giocava al cerchio
Carmine De Luca*

Una volta ho avuto un cerchio col quale facevo baldanzose scorribande su e giù per il paese.
Lo chiamavamo solo e sempre “ruollo”; non avevamo consapevolezza che si potesse chiamare anche con l’italiano “cerchio”.
Erano anni, gli anni quaranta e cinquanta, di totale dominio del dialetto. L’italiano era lontano dalla nostra esperienza di vita quanto lo era una lingua straniera, quanto lo era il francese o l’inglese o l’arabo. Chi usava l’italiano era diverso, estraneo. Se forestiero, era depositario di un fare superiore, aveva qualcosa di più; se paesano, coriglianese, il suo parlare italiano appariva un’inconcludente ostentazione e frutto di sconfinata vanità. Ci si sentiva autorizzati a canzonarlo e sbeffeggiarlo. Parla come mangi, si diceva. Oppure: parla come t’ha fatto màmmeta. La lingua italiana aveva qualcosa di innaturale ai nostri occhi, tanto è vero che solo a scuola, per esercizio, per finta si poteva avere con essa una qualche frequentazione. A scuola, l’italiano era come la storia, come la geografia, come la matematica. Cose astruse, e estranee al nostro orizzonte esistenziale.

Non ricordo di preciso a che età ho posseduto il cerchio. Certamente dopo i sette-otto anni e prima dei tredici. Prima dei sette-otto anni credo non si avesse ancora la perfetta autonomia di coordinazione della guida del cerchio; a tredici anni cominciavamo a sentirci fuori dall’infanzia e dai suoi giochi, eravamo alla soglia di un’età che maliziosamente preferiva prestare attenzione alle ragazze, alle donne piuttosto che ai giochi e giocattoli, l’età dei primi malesseri e delle sconvolgenti fantasie erotiche che agitavano anima e corpo. Il cerchio a tredici anni era un’incongruenza, roba da bambini.
A tredici anni portavamo in genere ancora i calzoni corti, d’estate e d’inverno, secondo un costume familiare che non si curava dei possibili effetti delle temperature fredde o che – chissà – riteneva che il freddo invernale desse forza, consolidasse il fisico. C’era chi invece a quell’età cominciava ad indossare, d’inverno, i pantaloni alla zuava con i calzettoni colorati. Ed erano figli di famiglie benestanti. Nelle famiglie benestanti ci si preoccupava che i figli non prendessero freddo alle gambe. I genitori benestanti non pensavano che le temperature fredde dessero forza e rinsaldassero il temperamento.
Non ricordo come venni in possesso del cerchio. I cerchi – i “ruolli” – si cedevano, si compravano, si trovavano per caso in qualche discarica. Fonte primaria per cessioni, acquisti e abbandoni in discariche dovevano essere i “meccanici” di biciclette: Labonia, Policastri, Le Pera. Il ricambio di invecchiati – anche arrugginiti – cerchi soddisfaceva la domanda dei ragazzini. Quando ne venivi in possesso ti deliziavi a farlo ruotare per vicoli e strade, discese e salite, in corse che desideravi interminabili e che invece si concludevano, nel sudore, con un inevitabile fiatone che ti rinsecchiva la gola.

Il cerchio era di due tipi. Il cerchio da bicicletta normale e – più raro, più apprezzato, più ricercato – il cerchio da bicicletta da corsa (sottile e leggero). Il secondo comportava nel gioco, durante la corsa, un maggiore transfert di fantasia (ci si sentiva un po’ come ciclisti). Ma il primo a conti fatti funzionava meglio perché il rapporto tra peso, diametro e spinta trovava più agevolmente il punto di equilibrio. Soprattutto in discesa e nelle curve il cerchio normale era preferibile. Il maggior peso rispetto all’altro e il più largo scartamento tra i due bordi gli facevano tenere meglio il terreno, la corsa era più controllabile.

Il gioco del cerchio è antico. Il banchiere tedesco Andreas Schwarz vissuto nel XVI secolo, scrisse una sorta di autobiografia nella quale ricorda in forma di didascalie a episodi illustrati anche i giochi della sua infanzia. Nel libro (A. Schwarz, Tachtenbuch, in Ph. Braunstein (a cura di), Un banquier mis à nu, Gallimard, Paris 1992) appare l’immagine di un bambino con il cerchio. “Documento singolarissimo – annota Egle Becchi in I bambini nella storia (Laterza, Roma-Bari 1994, p. 278) – di un individuo, una società, un modo di essere nel mondo, il Libro dei costumi di Andreas Schwarz consente di cogliere momenti di vita infantile agli inizi del XVI secolo e di vederli dall’ottica di chi li ha vissuti, li ricorda, fa tradurre in immagine la sua memoria”.
Ancora dal Cinquecento giunge un’altra suggestiva testimonianza sul gioco del cerchio. Nel 1560 il pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio creava quello straordinario dipinto Giochi di fanciulli, babelico e rutilante catalogo dei giochi infantili. Tra una folla di bambini impegnati a giocare con i dadi, a cavalcare una botte o una staccionata, fare capriole, lanciare trottole, arrampicarsi su alberi, saltare l’uno addosso all’altro, ne appaiono in primo piano due che fanno a gara a far correre il cerchio dando colpi con un bastoncino.
Di che materia saranno stati quei cerchi del Cinquecento? Saranno stati di legno, un legno flessibile, ritorto su se stesso e fissato da legacci.
Noi, negli anni quaranta, negli anni cinquanta, il cerchio non dovevamo costruircelo, ce l’avevamo già bell’e fatto, era il cerchio della ruota da bicicletta, privato di camera d’aria e di raggi. Dovevamo invece rimediare uno strumento per guidare e spingere il cerchio: poteva essere, sì, un semplicissimo bastoncino che, incastrato nell’incavo del cerchio, servisse a spingere. Ma poteva risultare pericoloso. Se, durane la corsa, per caso il bastoncino si fosse impigliato con la punta in uno dei fori dei raggi del cerchio, erano dolori: il rinculo poteva finanche slogare il braccio. Meglio del bastoncino risultava una guida metallica, un vero e proprio manubrio che avvolgeva i bordi del cerchio.
Il manubrio si costruiva così: fil di ferro abbastanza robusto piegato a forma di elle; la parte più lunga, adibita a manico, la si rinforzava aggiungendo un bastoncino e attorcendo altro fil di ferro; la parte più corta la si piegava a semicerchio con l’arco più o meno ampio secondo i gusti. Questo arco faceva da guida al rotolarsi del cerchio.
Il gioco del cerchio ha come antenato il gioco della ruzzola. Anche il nome dialettale – “ruolo” – attesta la discendenza. Il Glossario latino italiano di Pietro Stella, che ho avuto già occasione di citare, registra un ludus ruelle (gioco della ruzzola, appunto) praticato verso la fine del 13° secolo ad Alessandria e un ludus ad rundulum seu rollum di cui si parla nel secolo successivo a Noto, in Sicilia.

La ruzzola era un cerchio piccolo e veniva giocata anche da adulti in gara. Non col bastoncino si faceva rotolare, ma con un lungo spago avvolto. Un po’ come la trottola. Di norma la ruzzola bisognava costruirsela in metallo o in legno. Levigarla con pazienza e perizia per farne uno strumento di vittoria. Come un’arma: una spada, una lancia. Si sa, una gran parte di giochi simula scontri in battaglie.
Si è anche data nei tempi come ruzzola casereccia la forma di formaggio. Ho vaga memoria di questo gioco tra adulti. Si faceva, a squadre, sulla via per Rossano e bisognava seguire rigorosamente, pena la squalifica, il percorso a curve superando avvallamenti e dossi. Si formavano di bocca in bocca, di discussione in discussione classifiche dei più bravi, dei campioni, si magnificavano le imprese di chi con un sol colpo riusciva a tagliare una curva a gomito superando una collinetta. Gli incontri pare avessero una conclusione conviviale nelle ‘cantine’ o, più signorilmente, in casa. Ovviamente, il formaggio, a pezzi, sulla tavola. I vinti pagavano l’onnipresente vino.


*Nota. L’articolo “Anche Bruegel giocava al cerchio” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.

Cliccare l’immagine per ingrandirla.

Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi: giovannipistoia@libero.it

(10 maggio 2008)

venerdì 9 maggio 2008

eventi/Il Genio Fiorentino 2008

Il Genio Fiorentino 2008

Più di cento eventi a Firenze e in Provincia dal 15 al 25 maggio.

LE IDEE NON FANNO PAURA A CHI NE HA


E’ stato presentato alla stampa il calendario della quarta edizione del Genio Fiorentino. Alla conferenza stampa hanno partecipato il Presidente della Provincia Matteo Renzi, l’Assessore al Turismo Giovanna Folonari e il Direttore generale dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze Antonio Gherdovich. Il Genio avrà un’anteprima anche per la città: il 12 maggio al Teatro Verdi, alle 18, con un evento di presentazione con i cittadini e i giovani.

Quest’anno la kermesse di arte e cultura si apre alla luce delle parole di Vasco PratoliniLe idee non fanno paura a chi ne ha”. E’ questo il motto della quarta edizione del Genio, contenitore culturale di arte, cultura e cittadinanza ideata e organizzata dalla Provincia di Firenze. La quarta edizione, condensata nei giorni tra il 15 e il 25 maggio, si apre con uno spettacolo inedito di Lucio Dalla dedicato a Benvenuto Cellini, scultore e orafo fiorentino. E poi mostre, performance, convegni e dibattiti per celebrare la magnifica storia di Firenze e del suo territorio, affinché proprio Firenze torni a essere un laboratorio e una fucina di idee per il futuro.

Per tutte le notizie si rinvia ai siti:
http://www.geniofiorentino.it/

http://presidente.provincia.fi.it/pagina.aspx?id=1130

(9 maggio 2008)