domenica 2 giugno 2013

ROCCO PATERNOSTRO/ SETTE VISIONI



ROCCO PATERNOSTRO, Sette Visioni, Lithos Editrice, Roma 2008


Un testo di rara poesia dotta, dallo stile raffinato, elegante, rigoroso e, nello stesso tempo, poesia dolcissima, tenera; un lungo canto che, dai primordi dello spirito, attraverso miti, leggende, episodi storici, arriva fino ai nostri giorni, al nostro quotidiano intriso, ci piaccia o no, di sogni e realtà.  Poesia profonda con forti accenni autobiografici, eppure cosmica, universale, senza spazio e senza tempo, dove il cielo e il mare si affacciano sul davanzale del mondo per scrutare visioni eteree e immagini indescrivibili. Poesia, a tratti difficile, corolla che tiene ben protetto il suo bocciolo, che non si dona a tutti: quando, però, si entra nei suoi segreti, si apre alla bellezza pura ed espande profumi e petali, essenze e assonanze, perché lì fioriscono versi di velluto. Qui la poesia diventa narrazione, ora danza di memorie, ora eco di filastrocca, melodia nobilitata, ora favola, storia di tante storie, preghiera, emozione e turbamento sulle note di nenie struggenti.

Un viaggio, questo di Rocco Paternostro, nel vissuto dell’umanità, alla ricerca di una visione finale, uno svelamento di ombre, fino allo squarcio del settimo sigillo dell’Apocalisse di Giovanni, filo conduttore dell’intero poemetto.

Una conchiglia intricata e complessa, apparentemente scontrosa. Questa poesia di Paternostro richiede conoscenza e studi, scava e attinge negli anfratti del sapere, stimola viaggi culturali di ampio respiro, s’incunea in fantastici percorsi simbolici e, nel tentativo dello svelamento del mito, diventa essa stesso mito.


Ma attenzione: una volta trovata la chiave di lettura, la conchiglia appare in tutta la sua meraviglia, una grazia solare che illumina mondi ora non più oscuri. Sì, in tutta la sua grazia, che è qualcosa di più della bellezza; una sintesi della bellezza e della conoscenza. E mi fermo, perché non so se qui la Grazia diventa Poesia, oppure è la Poesia che diventa Grazia; forse, semplicemente, è la Poesia che culla, graziosamente, la Grazia. (Giovanni Pistoia) 

venerdì 31 maggio 2013

IO. POEMA TOTALE DELLA DISSOLVENZA di Dante MAFFIA





«Qui il verso urla, schiaffeggia, accarezza, plana, s’innalza; qui il verso è dolce, lieve, nostalgico, asprigno, doloroso; qui il verso diventa Verso, la poesia diviene Poesia. Qui l’Io di Maffia è un Io personale, autobiografico ma è anche l’Io di tanti, l’Io dell’Umanità, che si assolve e si dissolve, l’Io dell’uomo con le sue miserabili miserie, dell’Uomo che pensa, agisce, ama. Qui i versi sostituiscono i fiori e i pascoli verdi nelle praterie dei sogni e dell’utopia. Ma non si pensi che si tratti di una passeggiata poetica sul velluto: qui Dante percorre spazi e tempi immensi, e si inabissa tra i calanchi e gli arcigni valichi della follia e del razionale, come ciò sia possibile è un mistero. Solo il linguaggio d’oro del Poeta sa esprimere l’inesprimibile.» (Giovanni Pistoia)

Dante Maffia
IO
POEMA TOTALE DELLA DISSOLVENZA
EdiLet
Edilazio Letteraria
Roma, maggio 2013




giovedì 30 maggio 2013

Giovanni Pistoia: "Qui il verso urla, schiaffeggia, accarezza, plana ..." (Dante Maffia/ IO POEMA TOTALE DELLA DISSOLVENZA)






Dante Maffia
IO
POEMA TOTALE DELLA DISSOLVENZA
EdiLet
Edilazio Letteraria
Roma, maggio 2013


Qui il verso urla, schiaffeggia, accarezza, plana, s’innalza; qui il verso è dolce, lieve, nostalgico, asprigno, doloroso; qui il verso diventa Verso, la poesia diviene Poesia. Qui l’Io di Maffia è un Io personale, autobiografico ma è anche l’Io di tanti, l’Io dell’Umanità, che si assolve e si dissolve, l’Io dell’uomo con le sue miserabili miserie, dell’Uomo che pensa, agisce, ama. Qui i versi sostituiscono i fiori e i pascoli verdi nelle praterie dei sogni e dell’utopia. Ma non si pensi che si tratti di una passeggiata poetica sul velluto: qui Dante percorre spazi e tempi immensi, e si inabissa tra i calanchi e gli arcigni valichi della follia e del razionale, come ciò sia possibile è un mistero. Solo il linguaggio d’oro del Poeta sa esprimere l’inesprimibile. (Giovanni Pistoia)

lunedì 27 maggio 2013

Inginocchiamoci!




Inginocchiamoci!
di Giovanni Pistoia

Vi è un’aria mesta nel paese. Quello di Fabiana, 16 anni, uccisa orribilmente e presumibilmente da un giovane di 17 anni; il paese di tutti noi, anche di chi non lo abita. Sul mio paese incombe un silenzio che sa di rabbia, di dolore, di vergogna. Il cielo, oggi, è azzurro ma ha l’amaro in bocca. Un vento leggero, sottile, sibila una cantilena tra gli uliveti e gli agrumeti, che si inchinano come in preghiera. Mi vergogno, e non è la prima volta, di essere un uomo, di appartenere alla specie, che è la più assassina e crudele del pianeta. Per il solo fatto di farne parte, ti chiedo perdono, Fabiana. Non ci siamo conosciuti, forse ci siamo incontrati fugacemente davanti al tuo istituto, chissà! Il tuo volto ora mi è noto. Ma non avrei voluto che accadesse così, ora che non ci sei. Ho un dolore atroce che mi lacera, non so come possa essere quello di chi ti ha dato alla luce, di chi ti ha voluto bene. Nessuna giustizia potrà essere giusta e adeguata per un delitto così efferato. Nessuna. Nulla potrà restituirti alla vita e nulla è più grave che togliere ad altri la vita.

Non so se Dio avrà il coraggio di guardarti negli occhi, se avrà una spiegazione, a noi ignota, del perché non ha ingessato quella mano, che stava per diventare assassina. Forse Dio ha fatto tutto alla perfezione. Mi incantano ancora i papaveri ogni volta che appaiono tra il verde dei campi, mi affascinano sempre i fiori di pesco selvatico che s’accendono in primavera davanti al tuo istituto, dove oggi si danno appuntamento per te i tuoi compagni e amici, ma resto sconvolto davanti all’uomo. Forse Dio era stanco quando ha messo mano a questa creatura. Certamente ne voleva fare un dono sublime e, invece, ne è nato un impasto, dove si annidano mostri orrendi. Forse Dio avrà le sue ragioni che io, povero e miserabile granello di sabbia, non posso capire. Che in tanti, forse, non sappiamo comprendere. Ma ci dia un segno della sua benevolenza. Ce lo dia perché ne abbiamo bisogno.

Intanto, le donne hanno il diritto di difendersi. Nessuno può chiedere loro di non difendersi, di chinare la testa, di farsi calpestare la dignità, di farsi violentare e massacrare. Ma sono soprattutto gli uomini, noi uomini, nessuno escluso, noi dobbiamo fare i conti con la nostra esistenza, noi con la concezione della nostra vita e di quella altrui. Siamo noi uomini che dobbiamo dimostrare a noi stessi di essere creature con un cuore e un cervello. Noi uomini che dobbiamo frantumare una sorta di omertà di genere che ci affligge e ci umilia.
Un uomo che fa della sua forza fisica (un braccio più muscoloso, una mano più robusta) un motivo di vanto, di arroganza, di prepotenza, è un essere insignificante, un miserabile soggetto, un vigliacco, che merita la riprovazione dell’universo intero.

Lo Stato non può stare a guardare, non può. Deve reagire con forza, con speditezza. Indagini serie, rigorose, equilibrate e in tempi brevi. E, soprattutto, certezza della pena. Deve innanzitutto prevenire e non aspettare il cadavere. Proteggere, contrastare, prevenire devono essere le parole d’ordine.

E questa nostra cittadina, sempre più al macero della rassegnazione e della distrazione per le colpe, chi di più chi di meno, di noi tutti, deve avviarsi a una svolta: diventare, o ridiventare, roccia, oppure polvere da dissolvere al vento e alle acque.

E ora che questo triste giorno si avvia a scrivere una pagina nera, e non solo per il nostro paese, ma per l’Italia tutta, inginocchiamoci; uomini tutti, inginocchiamoci davanti a Fabiana e a tutte le ragazze e le donne comunque offese, chiediamo loro perdono per quello che di straziante abbiamo loro fatto. Perdono.

Corigliano Calabro, 27 maggio 2013



venerdì 24 maggio 2013