giovedì 14 giugno 2018

JEAN PORTANTE, I quattro tremori del giardino, Milano, La vita Felice, 2016, pp. 152 Letto da Dante MAFFIA


JEAN PORTANTE, I quattro tremori del giardino, Milano, La vita Felice, 2016, pp. 152
 Letto da Dante MAFFIA

Sono sicuro che Jean Portante quando ha scritto di essere “orfano della sua origine” voleva appena rafforzare il suo radicamento all’identità dei padri, mettere in rilievo non di avere perduto qualcosa, ma di avere, adesso, la possibilità di compiere un percorso all’indietro per seguire le tracce di quella ricchezza interiore che ha dato perfino alla sua lingua corrispondenze ed equivalenze e proprio in senso strettamente baudeleriano.
I quattro tremori del giardino se da una parte sono la testimonianza concreta della mano del terremoto nelle sue oscillazioni, dall’altra sono gli interstizi di paure, angoscia e amore misurati che non conoscono il loro agire, che sono affidati all’arbitrarietà  se è vero, com’è vero, che per ben diciassette volte Portante apre con “A volte”, il discorso poetico dando agli incipit, a un tempo, il senso della casualità e della ripetizione.
Si tratta di poesie di uno spessore alto, ricamate da immagini surreali comunque mai astratte, anzi intrise di una realtà tutta meridionale che ha qualcosa che taglia nettamente con la stagione storica surrealista e, nello stesso istante, ci si innesta come a volerla rinverdire con un passo lirico più calibrato, più densamente legato al mondo classico e alle problematiche assillanti che arrivano da una terra martoriata che lui ha vissuto attraverso le esperienze della famiglia senza farne mai una ragione di rigetto e senza farne mitologia. Ecco perché gli è possibile scrivere versi su ciò che è accaduto all’Aquila nel 2009 senza farsi mai sfuggire un grido di angoscia, una rivendicazione, una bestemmia. Portante è stato capace di compiere un’azione poetica che io trovo unica e straordinaria: l’idillio abruzzese che in qualche modo covava dentro di lui si è trasformato in ragione morale e così ne ha tratto il senso recondito per porre in essere un Abruzzo che viene fatto rivivere privo di retorica, senza strascichi neorealistici, senza l’affastellamento del sottofondo delle nenie maliose che purtroppo ancora accompagnano alcuni narratori e poeti.
Le quattro parti del libro sono strettamente legate tra loro, anche se ognuna ha scelto un ritmo proprio, passando dall’addensamento surreale allo sguardo diretto sulle cose e sugli eventi e poi affidandosi a una misura praticata agevolmente in Giappone, con una adesione alla quotidianità che tuttavia non è mai mera descrizione, ma posta in essere di una condizione che deve esplicitarsi attraverso la presenza degli oggetti.
L’ultima parte si adagia nella bellezza e se “Non è ancora tempo / di mangiare la luna” non è nemmeno tempo di stendere i cappotti sulle macerie che il terremoto ha apparecchiato. Ci pensa la natura: “E su ogni cosa la notte stende il suo cappotto”.
Il tremore, cioè il ritmo di ognuna delle sezioni è diverso e complementare, ma è il tremore di Portante che si fa pasto delle suggestioni e si abbandona totalmente per potersi ritrovare diverso e meno sazio di paure e di angosce. L’impatto con la tragedia lo ha reso più consapevole di quel che è accaduto ma soprattutto di quel che è, perché “è la memoria che uccide”, tanto è vero che

“Perché sognava l’ulivo dopo essere tornato dal mare
e nel suo sogno non era la guerra
a scoppiare ma la solitudine”.

A ogni lettore viene spontaneo cercare affinità con alcuni poeti. Io trovo in Jean Portante quella voce limpida e suasiva che ho sempre trovato in Leonardo Sinisgalli e in Alfonso Gatto. Egli, anche se li ha tradotti, non ha nulla da condividere con i vari Sanguineti privi di vita e di emozioni, tutta letteratura, come direbbe Croce che ormai è quasi pericoloso citare.
Nella sua poesia si avverte il senso pacato e partecipato di una umanità che aleggia in ogni verso e lo rende fibrillante, sì, ricco di tremori autentici, di emozioni colte sul filo di un ricordo, di una parola, una narrazione ricevuta dalla madre: “Ascolta il silenzio dei lombrichi sfaccendati / ascolta il loro lamento impercettibile che fa invecchiare i frutti”.

DANTE MAFFIA




giovedì 7 giugno 2018

Le umane pietre di Dante Maffia - letto da Giovanni Torchiaro


Le umane pietre di Dante Maffia
di Giovanni Torchiaro

L’anepicletico, eppur così pieno di difetti, dio delle Elegie materane (LEPISMA EDIZIONI, 2016) ha accolto le irrituali debordanti richieste dell’innamorato senza morso: avrà riordinato le sue idee sull’amore, avrà deciso, lui che tutto può, di amare il mondo senza nulla chiedere, e, ancora, di essere uomo per sempre, oltre che Dio (n.10). Chiamato a parte di un progetto d’amore per la città, si è fatto convinto, e il poeta ne è ora consapevole. E lì, se la terzina sarebbe stata, canonicamente, la strofa perfetta, pure, nel suo declinarsi, non sarebbe bastata a contenere la iterata robusta determinazione del poeta innamorato e rabbiosamente rivendicativo, la cui voce è, elegiaca quanto si dichiari, ma poematica, ariosa, estesa. Da ottava, appunto. Che è contenitore e mezzo più adatto: e il lungo urlo del poeta - che è di pianto e desiderio inappagato, di amore a un tempo euforico e governato, di visione sociologica e antropologica della città/donna, di riflessione filosofica e di relazione/scontro con dio - non poteva far ricorso che a quella forma.
Ma ora (Matera e una donna, Terra d’ulivi edizioni, 2017) il registro cambia. Dante Maffia ritorna a Matera… cioè, Dante Maffia è rimasto a Matera e vi ha portato il mare della sua Roseto: ne respira l’aria e se ne gode i colori, ne scopre i recessi nascosti e, con curiosità da amante, ne immagina gli anfratti; la respira la vive la ama. Matera è eros. È passione estrema e virtuosa, mai sconveniente. Perché essa è donna. Si direbbe, un anno dopo, che, condotto a miti consigli dio, tocchi ora agli uomini amarla: perché essa è luogo e donna: pietra e aria, carne e pensiero, cuore e cervello, respiro affannoso e canto ammaliante. Diciamolo subito. Quello per Matera e per la donna (che essa sia o non sia, che importa!) è amore totale. E, naturalmente, è finzione, puro gioco retorico, il dichiarare l’inadeguatezza della poesia a cantarlo (Ti resterò attaccato, 270). Quale altro strumento espressivo potrebbe descrivere quel sentimento - ora oblativo ora ricattatorio, ma sempre assoluto - meglio della poesia? E il registro, cui Dante Maffia fa ricorso, è il più ampio, quasi completo: tutti i tipi di verso, anche il monosillabico metrico, in rima e non in rima, tutte le forme, dal canonico sonetto alla composizione libera, talvolta attraverso raffinati giochi metrico-prosodici che solo chi è avvezzo a frequentazioni molto ravvicinate della poesia, mai allentate, e vissute per lunghissimo tempo, può farne uso. Trecentodiciannove poesie! E senza mai una caduta. Certo, considerata l’unicità dell’oggetto, il rischio della oleografia - di se stesso, non di altri - c’è. Eppure, nessun componimento ne replica un altro, non c’è mai, per quanto alcune parole non possano non ripetersi e i luoghi e le immagini si ripresentino più volte nel testo, non c’è mai stucchevolezza: la lingua assapora e riassapora, trasferendo il godimento nel cuore e nella testa. Tutto è sempre nuovo, a ogni pagina, a ogni strofa, a ogni verso, a ogni parola. Dante Maffia si è scatenato. Con la mano sul cuore, chiusi gli occhi e col pensiero immerso in una visione che non è di paradiso, ma di muri di pietra bianca e grigia, di anfratti rupestri, di gradinate porose, di lastrichi solari, egli sogna. Sogna lei. Nemmeno il tempo di pensarla perché ormai, dice, sei dentro di me e sei i miei pensieri (Se ti penso… 227). Certo - abbiamo detto - c’è il rischio della costruzione di immagini da carolina illustrata. Ma, fa giustizia Luigi Reina introducendoci all’opera con il prezioso Elogio a Matera: “Maffia non è neppure sfiorato dalla tentazione della cartolina… nei suoi versi c’è fuoco…” (pg 5).
Va da sé che, già nel titolo, Maffia non nasconde, anzi esalta, i riferimenti culturali e poetici dei quali - è più di mezzo secolo - si nutre. Sembra paradossale, ma i legami, moltissimi dei quali personali, col meglio della cultura italiana (da Palazzeschi a Sciascia, da Bellezza a Risi a Luisi) ne rendono il risultato più genuino. Non rinuncia, chi parla d’amore, al nutrimento ricco delle fonti: Sinisgalli o Jimenez, i tanti altri. Certo, il verso che scaturisce è nuovo proprio perché quel fuoco non si spegne mai. Ed è sempre nuova la parola: Ho forgiato la Parola (Aspettando l’incendio 22), ne ho fatto di parole nuove di zecca (A imitazione di una canzone pellerossa 39); ne ha individuato una prima (A comandare è un ragno 34) e ne inventa ancora altre (Donna di poesia 51), perché lei, Matera/donna, deve essere, con queste parole, solo sua! E non solo le parole. L’amore totale non ha paura, è una sfida continua. Ed è attesa - sempre sempre - e possesso e gelosia: anche della Gravina (Attenta 88), del mare (Il mare vuole goderti 340), del vento del cappotto del pittore del passante… E da essi - il poeta e Matera/donna - anche Venere impara molte cose sull’amore (Sapevo che ti avrei sognato 225). Non c’è acqua che possa spegnere la fiamma.
Un precedente autorevole - la postfazione alle Elegie materane di Maria A. D’Agostino - mi mette al riparo da penosi additamenti se vengo a sostenere che il Cantico dei cantici è il precedente più illustre di Matera e una donna, ovvero, al contrario, che Matera e una donna ne è la derivazione più coerente. La D’Agostino, con sapiente precisione, sottolineando affinità e distanze, si riferisce al Libro di Giobbe. E dunque, si vede, in Dante Maffia i Sapienziali ritornano e sono presenti (ma, vivaddio, siamo certi che non incocceremo mai nel richiamo al disperato, seppure iniziale, lamento di Qohèlet). Non vi è pezzo, nel suo autonomo sciogliersi, che non ricordi quel Cantico immenso, dal desiderio d’amore alle investigazioni, alla visione amorosa etc. (tra le altre, v/ Portami all’asilo 276). E naturalmente, qui come lì, l’amore vince, è più forte di ogni cosa. Solo, in Maffia, non c’è allegoria, se siamo forti da non credere che l’uomo e la città/donna si uniscono secondo il disegno di un creatore. Qui è tutto molto terreno (ma anche lì lo era): di un terreno umano che trova soddisfazione nel sé, nella visione, onirica quanto si desideri, ma di pietra e palpiti delle vene, che per farsi reale non ha bisogno di scontrarsi contro le irragionevoli leggi del divino. Qui è il rapporto con l’umano che ormai e soltanto vale. Non importa più che dio si sia fatto uomo per sempre. È l’uomo/poeta che conta: egli parla attraverso la pietra, il non colore. Le immagini in bianco e nero dei sassi di Matera dei versi, e negli scatti silenti ma loquaci di Elio Scarciglia, lo mostrano, l’uomo, quasi mai, e, le poche volte, nella sua rappresentazione scultorea o pittorica, e comunque silenzioso e ricettivo. Eppure egli è tutto nella poesia di Maffia. È umanità tacita e laboriosa, la cui opera e il cui cuore trasudano da ogni pietra e diventano godimento dell’occhio e della mente, in una Matera/sogno/realtà che fa tutt’uno col cuore del poeta: si accuccia nel mio cuore (Matera la poesia 378). Quella Matera che - come gli dice l’immenso Francesco -  così adora: neanche un minuto ti abbandono, se ti vivo senza il minimo di tregua negli occhi e dentro il cuore (A Roseto dal caffè sali sull’onde 110).




Istituto Comprensivo "V. Tieri" - Corigliano-Rossano CERTAMEN 2018


venerdì 29 dicembre 2017

[GERARDO TRISOLINO, Odio Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio Giannone, postfazione di Daniele Giancane] di Dante MAFFIA

[GERARDO TRISOLINO, Odio Mèniére, San Cesario di Lecce, Manni, 2017, pp. 78. Prefazione di Antonio Lucio Giannone, postfazione di Daniele Giancane]
di Dante MAFFIA

Raramente le prefazioni e le postfazioni ai libri di poesia riescono a entrare nel vivo dei testi e infatti molti lettori ormai vanno direttamente sui versi in modo da non farsi fuorviare. Io sono testardo e mi piace confrontarmi con la critica e verificare se le letture sono frutto di lavoro oppure appena un clemente dono d’amicizia.
Giannone e Giancane mi hanno sbalordito, hanno saputo leggere questo bellissimo libro (e bellissimo non suoni come un complimento generico) con competenza e con adesione, con intelligenza e con quella giusta dose, obiettiva, di scientificità che serve a illuminare il percorso di un testo prezioso e raro di questi tempi in cui trionfa ancora lo spirito del disfattismo a favore di un approssimativo significante che non ha portato e non porta da nessuna parte.
Ma la svolta è in atto e non solo in Italia…
La poesia di Gerardo Trisolino convince  e fa scrivere le pagine di Giannone e di Giancane perché è consustanziata da un potente lirismo ovviamente saputo dosare e calibrare, oscillante tra un leggero dato realistico e una punta lieve di metafisica.
Ciò permette al poeta di poter maneggiare anche argomenti civili, sociali e politici senza cadere nel vizio comiziale e retorico che ha inficiato perfino molti testi di Neruda o di Hikmet. Trisolino ha la misura, quella che occorre per affrontare per esempio il rapporto d’amore che trova un interprete insolito, direi sabiano, capace di “illustrare” la quotidianità con sobrietà e dolcezza e renderla irripetibile senso della gioia.
Il volume è diviso in cinque sezioni che apparentemente sembrano essere materia diversa una dall’altra. Ma se si ascolta il polso teso delle vibrazioni liriche si vedrà facilmente come invece anche i temi più direttamente sociali, quelli, per intenderci riferiti al “Salento flagellato” (che poi diventa Salento adunco) sono anima che cerca di svelare a se stessa e al lettore i segreti che spesso si presentano davanti come a chiedere udienza per non passare inosservati. Si legga, per esempio, “L’anima delle cose” a questo proposito, ma non sfuggano i continui riferimenti alla casalinghitudine, al rapporto con la compagna di vita, ai panni stesi, al detersivo. (“Atti quotidiani”, “Talismani”).

Sono soltanto quarantaquattro composizioni così complesse e così dense di riferimenti umani e letterari (questi ultimi sfarinati con perizia e accortezza da consumato critico) che riempiono il lettore portandolo in una dimensione condivisa. Non è casuale che Daniele Giancane concluda il suo scritto affermando che si tratta di “una silloge da leggere e da rileggere”. 

giovedì 16 novembre 2017

Giovanni Pistoia, Quel bel convoglio della fantasia

Titolo: Quel bel convoglio della fantasia
Autore: Giovanni Pistoia
Data di uscita: 2017
Pagine: 276
Copertina: morbida
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788892686328
In copertina: Il tram degli invisibili, tecnica mista, 2017, di Umberto Romano
  
Il volume è distribuito da varie Librerie on line. Se ne segnalano alcune:



Giovanni Pistoia
Quel bel convoglio della fantasia
pagine sparse di letteratura per l’infanzia


Omaggio a Carmine De Luca

mercoledì 8 novembre 2017

Quel bel convoglio della fantasia di Giovanni Pistoia



A distanza di venti anni dalla morte (6 dicembre 1997) è parso doveroso un omaggio alla memoria dello studioso Carmine De Luca da parte dell’amico. Questo lavoro, come ne scrive nella prefazione l’autore, non ha altre pretese. Attraverso queste pagine emerge, sia pure in parte, la poliedrica e bella figura di De Luca: giornalista, storico della letteratura e della pedagogia, critico rigoroso della letteratura per l’infanzia che contribuì tanto a valorizzare; saggista, acuto osservatore del mondo dei ragazzi e delle ragazze. In appendice sono riportati alcuni scritti di Carmine De Luca, difficili ormai da reperire; attraverso la loro lettura sarà possibile avvertire la sensibilità, lo spessore, la sottigliezza delle analisi, il suo stile sobrio, elegante, raffinato, il piglio del narratore anche quando è impegnato in un saggio. De Luca ha scritto molto, i suoi testi appaiono in riviste, molte delle quali non più edite. Meriterebbero che fossero raccolti, perché forniscono ancora analisi e proposte operative per i nostri giorni, perché darebbero, di certo, un contributo prezioso alla storia della letteratura e del giornalismo e della cultura italiana. Il suo nome è legato in particolare a Rodari e alla letteratura per l’infanzia ma, in verità, i suoi lavori non sono riconducibili solo a questo pur essenziale aspetto; le tematiche da lui studiate e affrontate sono varie e diverse e impegnano molti campi.

Informazioni editoriali:

Titolo: Quel bel convoglio della fantasia
Autore: Giovanni Pistoia
Data di uscita: 2017
Pagine: 276
Copertina: morbida
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788892686328
In copertina: Il tram degli invisibili, tecnica mista, 2017, di Umberto Romano
  
Il volume è distribuito da:




mercoledì 1 novembre 2017

La letteratura del dare voce di Giovanni Pistoia

La letteratura del dare voce
di Giovanni Pistoia


Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una raccolta di ricordi, testimonianze di Luis Sepúlveda apparsa in Italia nel 2013, edita da Guanda. Una interessante e significativa esposizione della sua vita, intessuta di forte impegno politico e civile, della passione per il calcio e, in particolare, per la letteratura. In questo volume è possibile leggere, tra l’altro, pagine intense dedicate a Nicanor Parra Sandoval, poeta cileno molto noto oltre che matematico e fisico, Pablo Neruda, Gabriel García Márquez, José Saramago, Tonino Guerra. Sepúlveda ha un senso molto pratico della letteratura, suo compito è quello di dare voce a chi non ha voce, a chi apparentemente non ha una storia degna di essere ricordata. La letteratura vale se riesce a dare vita a chi sembra non averne avuta. E il suo impegno come scrittore è di mantener fede a questo principio. E lo fa con una scrittura semplice ma incisiva, con una capacità narrativa che coinvolge, avvince; consegna, così, al lettore confessioni e memorie dolenti, considerazioni amare, ma l’amore per l’umanità, nonostante la ferocia degli uomini, emerge con trasparenza. Tra i ventisette racconti contenuti nel libro, ve ne è uno dal titolo che è il motivo fondante e fondamentale della sua concezione della letteratura: “Dare voce a chi non ha voce”.

Nel breve testo, così come si può leggere ora anche nell’antologia di scritti di Sepúlveda curata da Ranieri Polese, Storie ribelli (Guanda 2017), lo scrittore ricorda alcuni autori che nelle loro opere dettero inizio, a suo avviso, alla letteratura del dare voce a chi ne è senza. Il primo è Alonso de Ercilla (1533 - 1594) nella sua opera L’Auracana. È un poema epico scritto in lingua spagnola. Il suo autore è un soldato poeta, che nel 1542 accompagnò Garcìa Hurtado de Mendoza nella conquista spagnola del Cile. «In quel poema -scrive Sepúlveda- Ercilla testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso.»

Per lo scrittore cileno la testimonianza più nota di questo genere letterario, di chi non può far sentire per varie ragioni il suo punto di vista, è Èmile Zola (1840 - 1902). Sepúlveda ricorda il titolo dell’editoriale - J’Accuse! - che Zola scrisse in forma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese e pubblicato il 13 gennaio 1898 dal giornale L’Aurore. Il giornalista denunciò con forza le irregolarità commesse da chi avrebbe dovuto cercare la verità per il trionfo della giustizia. Ma malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, il capitano Alfred Dreyfus «non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.» Dreyfus fu, infatti, condannato per alto tradimento alla deportazione a vita sull’Isola del Diavolo nella Guyana francese. Anche Zola fu condannato per quell’articolo, reo di vilipendio alle forze armate. Fu un atto di grande onestà intellettuale quello del giornalista, che scrisse unicamente per amore della verità. E, comunque, il processo a Dreyfus fu, in seguito, riaperto. Come è ampiamente noto “il caso” si risolse nel 1906: la Cassazione annullò la sentenza di condanna per il capitano che fu reintegrato nelle sue funzioni. Zola non poté vedere l’esito della sua battaglia.

Sepúlveda ricorda, poi, lo scrittore Baldomero Lillo (1867 - 1923), voce degli emarginati, dei più miseri del Cile. Colui che racconta non solo le tristi vicende esistenziali ma di quegli infelici ne interpreta le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo, i dolori, le angosce. «Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai.» Sub Terra è del 1904 ed è incentrato sulle miniere di carbone di Lota, mentre Sub Sole, del 1907, sulla vita dei contadini.

A questo elenco, Sepúlveda aggiunge Ryszard Kapuściński (1932 - 2007). «Nella nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuściński. Un libro di racconti come Ebano ritrae l’identità del continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani.» Ebano (Heban) è pubblicato in originale nel 1998 e in Italia da Feltrinelli nel 2000. È quasi un rapporto di una vita vissuta in quarant’anni in varie parti dell’Africa come giornalista. Una testimonianza di prima mano di un cronista che partecipa vivendo insieme agli indigeni la loro stessa vita, soffrendone i disagi, la povertà, le malattie e rischiando più volte la morte.

L’elenco potrebbe arricchirsi di molti altri nomi; per fortuna sono in tanti che hanno utilizzato e utilizzano la penna per denunciare e dare voce ai silenzi. «Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza. Alla letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.» La persona e lo scrittore, pur nel loro dualismo, devono incontrarsi. La letteratura non può che essere osservatrice e partecipe della realtà e presente in modo particolare lì dove c’è sofferenza e il silenzio dei sofferenti. E i testi di Sepúlveda sono testi di chi partecipa attivamente e da militante alle vicende umane. Lo sono nei contenuti e nello stile. Lo sono nell’incunearsi tra le vicende degli uomini soprattutto per descriverne le contraddizioni e per stare sempre e comunque da parte di chi è vittima degli abusi, dei soprusi; per denunciare chi schiavizza l’uomo e per invocarne non vendetta ma giustizia. «Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità.» Una dichiarazione d’intenti chiara e perentoria che non ammette equivoci. La memoria, dunque. La memoria come obbligo morale, un imperativo etico per la letteratura dei silenziati.

«Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.
In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno – non so né chi né quando – ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia.”
Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo».




mercoledì 12 aprile 2017

[ANTONELLA MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017] di Dante Maffia

[ANTONELLA MAIA, Dieci passi sull’arcobaleno –dieci donne, dieci colori, dieci storie di vita, Montevarchi, Harmakis Edizioni, 2017]
di Dante Maffia


Piero Chiara, Giuseppe Pontiggia, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati hanno spesso ripetuto che scrivere racconti è estremamente più difficile che scrivere romanzi o poesie. Lo dicevano un po’ per gioco e un po’ seriamente, perché in effetti il racconto deve essere, nell’argomentare, ampio come un romanzo, e sintetico come una poesia. Eppure per lungo tempo le case editrici, piccole e grandi, hanno cancellato dai cataloghi i libri di racconti con le scuse più disparate.
Da un po’ di tempo però sembra che l’interesse stia crescendo e infatti non sono poche le opere recentemente pubblicate.
Ho tra le mani Dieci passi sull’arcobaleno – dieci donne, dieci colori. Dieci storie di vita di Antonella Maia, narratrice piemontese già con alcune positive esperienze che l’hanno fatta conoscere da poco agli addetti ai lavori.
La sua scrittura è ammiccante, fresca e appetitosa e si impone immediatamente.
I dieci racconti si leggono tutto d’un fiato, non è il solito modo di dire, e hanno riferimenti così calzanti che sembrano essere stati attinti a fatti realmente accaduti. Ogni colore ha il suo nome di donna e la città in cui la storia si svolge. Elena a Genova, Margherita a Firenze, Magdalina a Milano, Gemma a Parma, Ginevra a Trisete, Viviana a Reggio Calabria, per fare qualche esempio e bisogna dire che nomi e ambientazioni, paesaggio e carattere di ognuna non sono pura invenzione narrativa, ma qualcosa di più coinvolgente, perché la Maia riesce a compenetrarsi e a rendere viva ogni cosa.
Nel mondo femminile c’è di tutto, ed è proprio questo tutto che circola nei racconti così che non possono mancare sogni e progetti infranti, delusioni e speranze, amori e tradimenti, beffe e inganni. C’è l’intero variegato catalogo delle miserie umane che Antonella Maia racconta quasi con aria innocente, come se stesse semplicemente facendo il resoconto degli eventi a un gruppo di amici nel salotto. Ed è forse proprio questo suo atteggiamento naturale che rende la scrittura fluida e limpida, piacevole e priva di quegli intoppi che a volte appesantiscono anche opere di autori ormai famosi.
Mi pare evidente che soltanto una donna sensibile e agguerrita, umanamente e letterariamente parlando, poteva entrare così direttamente nei segreti di tante donne e raccontarne perfino le reazioni intime.
Va dato atto alla narratrice di possedere qualità davvero convincenti, di essere brava sia sul piano stilistico e sia su quello psicologico. Non era per nulla facile affrontare storie diciamo pure usuali e farne momenti narrativi felici. Sarebbe bastato lasciarsi andare all’effetto per cadere subito nella cronaca. La Maia invece resta in equilibrio e fa di ogni donna un esempio indimenticabile, dieci icone che restano nel nostro immaginario in maniera indelebile.