giovedì 2 gennaio 2020

Pino Boero, Walter Fochesato, L’alfabeto di Gianni, Coccolebooks, 2019





Il Nonno gatto il Gatto nonno
di Giovanni Pistoia

E io invece penso che il signor Newton abbia scoperto
le leggi della gravitazione universale proprio
perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni,
capace di immaginare cose sconosciute,
aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla.
Gianni Rodari

Acqua alta a Venezia. Che cosa possono fare gli abitanti per vivere sereni in quella bella città? Diventino pesce! del resto un po’ pesci i veneziani lo sono già, poiché stanno sempre a contatto con l’acqua, anche quando questa non è poi così alta. Lo stesso possono fare i turisti, si attrezzino pure, vestano pesce e buon divertimento. Venezia sarà ancora più arcana se vista ondeggiando nell’acqua del mare.

Eh, i nonni! Sempre più spesso soli soletti, nessuno si cura di loro. In casa sono tutti affaccendati, piccoli e grandi, e stare con loro… quante complicazioni! Si sa, non c’è mai tempo per prestare attenzione a quel brontolone di nonno. E come si può risolvere questo problema? Impacchettarlo e spedirlo alla più vicina casa di riposo, anche se il nonno di questo riposo non vuol proprio riposare. E per evitare questa sventura, il nonnetto cosa si inventa? Si fa ospitare in un bel campo di felini abbandonato, fino a confondersi con i gatti e gattoni dai colori grigi, neri, o color della luna. Assunto le sembianze del dolce gatto coccolone si presenta a casa, dove regnano i nipoti. «Ah che bel gatto!» dicono tutti. E giù coccole e abbracci, e carezze, e latte, e sedie, e poltrone e divani, e tante parole d’affetto. Il nonno-gatto è il re della casa: entra, mangia, esce, torna, salta e risalta, si stira e si ristira, e crede che sia in un’osteria.

Cos’è un dittatore? e come fargli capire che non è l’ombelico del mondo? Se ne stava, questo signore, al centro della stanza, si pavoneggiava ininterrottamente, ascoltava la sua voce, insultava e minacciava chi non la pensava come lui. Era, in fondo, un punto piccoletto, superbo, irascibile, ma si sentiva il principio e la fine del mondo, ma che dico? dell’universo intero. Le parole, a sentirlo strepitare, cominciarono a protestare, non avevano alcuna voglia di tacere. Dovevano fargli capire che era solo un punto, un punto-e-a-capo e nulla più. «Si crede un Punto-e-basta, / e non è che un Punto-e-a-capo». E così le parole lo lasciarono da solo. Un punto, solo un punto in mezzo alla pagina. Era solo un punto. Il mondo continuò il suo viaggio «una riga più in basso». E quel puntino si allontanò sempre di più fino a scomparire sempre più giù, e chi lo vide più.

Chiedo scusa a Gianni Rodari se mi sono lasciato prendere la mano. Ma è l’effetto della sua lettura che cattura, e stimola, e incanta e, ancora, fa fantasticare e, non ultimo, pensare. Perché Rodari non è solo l’autore di belle filastrocche, di storie bizzarre e fantasiose, ma scrittore complesso, profondo. La sua è una matita lieve, ma lascia il segno, incide, graffia. Affronta problemi difficili, ma gioca con le parole, perché tutto possa essere trasparente. Sa di parlare per i bambini e i ragazzi ma sa anche che gli adulti ascoltano e leggono. E se capiscono i bambini anche per gli adulti c’è speranza. «Il bambino si può dire il primo e vero protagonista degli scritti di Rodari, non solo delle opere creative, ma anche degli scritti occasionali, quelli cioè prodotti nell’ambito della sua professione di giornalista. Ogni idea, ogni riflessione è piegata a servizio del bambino»[1] scrive Carmine De Luca[2], attento studioso delle sue opere[3]. Rodari scrive di violenza, scuola, famiglia, libri, televisione, fumetti, gioco, giocattoli, fantasia, immaginazione, creatività, ma tutto è messo a disposizione dello sviluppo armonico del bambino: autonomia di crescita, capacità creativa, con un occhio attento ai suoi diritti spesso calpestati in ogni luogo, in ogni tempo.
 Attribuisce grande merito alla scuola, che deve volare alta, grande come il mondo, non burocratizzata; una scuola dove abita l’empatia, l’ascolto, il dialogo; dove si danno gli strumenti per capire, comprendere, valutare; dove si imparano «a fare le cose difficili: / dare la mano al cieco, / cantare per il sordo, / liberare gli schiavi / che si credono liberi».  Una scuola dove non ci si affidi passivamente alla tecnologia. E si badi, Rodari scriveva così tanti anni fa. È morto, come è noto, nel 1980.

Gianni Rodari era nato il 23 ottobre del 1920 a Omegna sul lago d’Orta. Cento anni fa. E nel 2020 ricorre, in effetti, il centenario dalla nascita, il quarantesimo dalla morte e anche il cinquantesimo del Premio internazionale Andersen, il Nobel per la letteratura per l’infanzia, che ricevette a Bologna il 6 aprile 1970. Nel corso dell’anno si avranno molte iniziative per ricordare lo scrittore -che non è solo uno dei più autorevoli autori di letteratura per ragazzi nel mondo- le cui operano occupano un posto di rilievo nella storia della pedagogia e della letteratura italiana contemporanea[4]. E, in ogni modo, soprattutto con lui, la letteratura per ragazzi ha acquisito autorevolezza, sottratta al limbo di una produzione minore, di serie b.

Per intanto è possibile immergersi nel mondo rodariano attraverso un bellissimo libro di Pino Boero e Walter Fochesato, dal titolo L’alfabeto di Gianni, apparso nel marzo 2019. Il volume si presenta accattivante anche graficamente, la casa editrice calabrese Coccolebooks ha davvero fatto un bel lavoro. Si tratta di ventuno storie, una per ogni lettera, un alfabeto rodariano che racconta ai lettori, in maniera sobria e leggera, episodi poco noti e curiosità di Gianni Rodari tra vita e letteratura. È un lavoro pensato principalmente per gli adolescenti. (Ma con un po’ di pazienza è una lettura che anche gli adulti possono affrontare). Con i ragazzi gli autori vanno a esplorare il variegato mondo di Rodari. Al termine del viaggio, nonostante le poche pagine e i capitoli brevi e ariosi, si ha la netta sensazione di aver osservato panorami affascinanti e ambienti fantasiosi, meritevoli di essere approfonditi. Cosa che si può fare prendendo o riprendendo in mano i libri di Rodari: filastrocche, romanzi, favole, novelle, saggi, articoli per giornali e riviste, e tante pagine per il teatro. Che cosa diranno questi scritti ai ragazzi e agli insegnanti di oggi? Che cosa sa la scuola dei nostri giorni degli insegnamenti, sempre aperti e mai dogmatici, del Rodari pedagogo e educatore? Le iniziative del 2020 saranno tante. L’augurio che possiamo farci è che tutto si svolga rodarianamente, evitando, cioè, amenità agiografiche, orpelli stucchevoli, approssimazioni sempre in agguato; sburocratizzando ogni evento, entrando nel cuore dei problemi, in profondità, ricordandoci dello stile sottile, ironico, garbato, semplice, fantasioso e complesso nello stesso tempo di Rodari. Sarà, forse, una buona occasione per rileggere dei libri (e aprire, perché no, qualche biblioteca per ragazzi e ragazze), parlare senza remore della scuola di ieri e di oggi e, soprattutto, di domani. Una buona occasione per ascoltare. Per ridare la parola alla parola. In Grammatica della fantasia, Rodari scrive: «‘Tutti gli usi della parola a tutti’, mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».



[1] Carmine De Luca (a cura di), Se la fantasia cavalca con la ragione. Prolungamenti degli itinerari suggeriti dall’opera di Gianni Rodari, Juvenilia, Bergamo 1983, p. 4.
[2] Su De Luca si rinvia a: G. Pistoia, Quel bel convoglio della fantasia. Pagine sparse di letteratura per l’infanzia, Youcanprint, Lecce 2017.
[3] Dei numerosi saggi di De Luca sull’opera rodariana, qui si cita solo Gianni Rodari. La gaia scienza della fantasia, Abramo, Catanzaro 1991.
[4] Vasta è la bibliografia su Rodari, qui si citano: Pino Boero, Una storia tante storie. Guida all’opera di Rodari, Einaudi, Torino 1992; Einaudi Ragazzi 2010; Mariarosa Rossitto, Non solo filastrocche. Rodari e la letteratura del Novecento, Bulzoni editore, Roma 2011. Si rinvia anche alla rivista Andersen che ha dedicato il numero 365 (settembre 2019) interamente alla figura dello scrittore in preparazione del centenario del 2020.


martedì 10 dicembre 2019

Un mio remoto mondo antico di Giovanni Pistoia


[Adriano Prosperi,

Un volgo disperso. Contadini d'Italia nell'Ottocento]








Dunque i contadini soffrivano di «estrema indigenza»,
non avevano abbastanza da mangiare:
e ne soffriva specialmente la parte più indifesa della famiglia contadina,
quella delle donne e dei bambini. Prendiamo nota di questa constatazione.
Quella della fame dei contadini è una questione che ha ricevuto scarsa attenzione
 negli studi. Tutt’al più la si è data per scontata come un dato di natura.
Adriano Prosperi


Certamente è un gran bel testo di storia. L’autore è rigoroso nella ricerca e nel rispetto delle fonti, circostanziato nelle analisi, distaccato nell’osservare e raccontare i fatti. Ma vi traspare anche l’esigenza dello studioso nel voler rendere giustizia di un passato recente, anche se appare lontanissimo. Pur in uno stile misurato, non è difficile intravedere la commozione, in alcune pagine, dello studioso; a volte una sana, sottile ironia, dolce e amara nello stesso tempo coinvolge il lettore. La penna è fluida, accattivante, coinvolgente. Adriano Prosperi, nel suo Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi, 2019), ci consegna un lavoro non solo interessante, istruttivo, ricchissimo di dati e riflessioni acutissime, ma qualcosa di più di una magnifica opera storica. È anche un omaggio a quel mondo variegato e complesso spesso definito semplicemente mondo contadino. Un omaggio a milioni di uomini, donne e bambini senza nomi, volti, storia. Fantasmi, soggetti come mai esistiti, senza voce; volgo, volgo disperso. Ma è anche un doveroso ricordo del mondo di Prosperi, figlio di contadini, testimone di un tempo di fatica, sacrifici e fame. Lo afferma lo stesso storico quando, citando Anna, dichiara: «A lei un sommesso ringraziamento per avermi seguito e incoraggiato in queste peregrinazioni sulle tracce di quello che è stato un mio remoto mondo antico». Tracce che ci riguardano un po’ tutti, che ci riportano alla vita (o non vita) e alla povertà delle famiglie dei contadini nell’Ottocento con incursioni anche nel Novecento. L’ansia della modernità e la voglia di allontanarci precipitosamente da quelle miserie ci hanno portato a rimuovere del tutto quel tempo ma quel tempo è stato e Adriano Prosperi, con uno studio complesso, ben articolato, ottimamente ben documentato, lo ricorda a tutti noi. E non solo perché è un dovere dello storico svelare il passato ma, come in questo caso, quale giusto risarcimento per un’umanità tradita, per «un rimorso che non si riesce a cancellare», per citare le parole affrante con le quali Prosperi chiude l’ultima pagina del libro, la trecentoventiquattresima.

C’è un’intervista rilasciata nel 2015 ad Antonio Gnoli[1] da Prosperi che bisognerebbe leggere, perché vi sono, sia pure appena accennati, alcuni dei temi che saranno trattati nel suo libro, ma è indicativa soprattutto per capire quanto della cultura e dell’uomo Prosperi vi è nello studio così intenso sui contadini italiani. Portare alla luce, in maniera così dettagliata, le terrificanti diseguaglianze e ingiustizie patite dai lavoratori della terra è anche un modo per combatterle. Nell’intervista alla domanda se avesse sofferto la diseguaglianza, Prosperi risponde: «Sì, e ho cercato di combatterla. Sono nato su una collina della Toscana, a Lazzeretto, non lontano da Livorno. Il nome è emblematico. In origine era il luogo dove venivano seppelliti i morti per la peste del 1630. Se vuole tutto ha origine da quella emarginazione». Sottolinea ancora che del suo passato «non è sopravvissuto quasi nulla. Nella casa dove sono cresciuto c’erano ancora gli attrezzi da lavoro che sono scolpiti sulle cattedrali medievali. Un altro mondo». E nel volume Un volgo disperso, Prosperi dà spazio e voce proprio a quel mondo altro e puntualmente sono richiamati, direttamente o indirettamente, quegli attrezzi che furono in mano a contadini, villani, rustici, fittavoli, braccianti, mezzadri, bifolchi, terroni, pastori, ortolani, vignaioli, allevatori, mietitori, zappatori: insomma, lavoratori della terra che, con la loro fatica, hanno dato gli alimenti per avide pance pur restando sconosciuti, ritenuti, in alcuni momenti storici, pericolosi, fino a essere considerati appartenenti ad altra razza. A Gnoli, Prosperi si presenta così: «Vengo dal mondo contadino. Mio nonno mezzadro. Mio padre piccolissimo proprietario. Mai avrei immaginato di farcela. La vita, però, può farti dei regali incredibili. Concorsi a una borsa alla Normale di Pisa che mi avrebbe garantito vitto, alloggio ed esenzione dalle tasse. Mutò la mia esistenza. Fino ad allora, i miei ideali sociali erano radicati nella piccola provincia: il maestro o, se proprio andava bene, il medico condotto in qualche paesino. Riscatto sociale a chilometro zero». Non è un caso, quindi, che quel mondo del nonno e del padre, ambedue legati alla terra, ritorni nel saggio apparso qualche anno dopo, né il fatto che sia proprio il medico condotto la figura professionale che acquisti rilievo quasi assoluto nella ricerca. L’autore si sente coinvolto dalle vicende che racconta, la sua partecipazione è trasparente ma lo studio non ne risente sul piano dell’oggettività e del rigore dello studioso. Com’è suo solito cerca nei fatti la verità, consegna al lettore dati, numeri, materiali, descrizioni, prima ancora di esporre il suo punto di vista.

Lazzeretto, frazione del piccolo comune di Cerreto Guidi (Firenze), è ricordato da Prosperi all’intervistatore e Cerreto Guidi ritorna nel saggio. Forse un omaggio al suo paese dove lo storico è nato nel 1939. In queste pagine, comunque, Prosperi ci fornisce una sintesi perfetta della complessa materia esposta nell’intero volume. Il riferimento è alle numerose circolari ministeriali che sono diramate dal governo centrale, alle tante cifre e tabelle che riempiono le inchieste del tempo, ai vari interventi prefettizi. E tutto per giustificare direttive, a volte dettagliatissime, rivolte alle amministrazioni comunali italiane nella seconda metà dell’Ottocento. I governi centrali, dinanzi al dilagare dei problemi soprattutto legati all’igiene e alle epidemie, non trovano di meglio che scaricare le varie soluzioni ipotizzate sulle gracili spalle dei comuni. Qual è l’immagine del Paese che si deduce da questo imponente accumulo di informative e prescrizioni a firma del governo?  «Il popolo italiano come popolo infetto, da osservare e curare», risponde Prosperi. Segue un’esposizione sobria, chiara, analitica dello stato delle cose che qui si ritiene opportuno riportare:

«Le ragioni non mancavano: epidemie di colera, casi di tifo e di vaiolo, la piaga della malaria e quella della pellagra erano tante realtà che certo tenevano in allarme le autorità del giovane Stato. Qui le ambizioni e le retoriche di vecchie e nuove classi dirigenti si scontravano con la dimensione di uno Stato attraversato da moltissime differenze e gravato da problemi enormi: vi predominavano le tante ragioni di disagio e di conflitto che avevano la loro radice in una quotidianità delle classi subalterne fatta di miseria e di malattica. A cui si aggiunge, inasprendo una situazione sempre più intollerabile, il peso del rapace fiscalismo del nuovo potere statale. Un fiscalismo iniquo: com’è stato osservato, all’altezza del 1876». E qui Prosperi si riferisce ai tributi indiretti il cui onere gravava in modo particolare sulle classi meno abbienti e costituenti il 65% delle entrate tributarie. Eccessivamente esosi sono il tributo sul sale che ammonta a 75 milioni e quello sul macinato (cereali alimentari) con un gettito di 83 milioni. Ma non è tutto, aggiunge lo storico. C’erano anche i tributi diretti, e l’imposta fondiaria colpiva i piccoli proprietari, favorendone così la espropriazione e la concentrazione della proprietà fondiaria. L’imposta di ricchezza mobile contribuiva, invece, in misura ridotta a impinguare le casse dello stato «anche grazie a un fenomeno che doveva diventare tipico della fiscalità italiana – l’alta evasione dei contribuenti ricchi». E qui lo studioso rinvia a E. Sereni[2]. E aggiunge perentorio Prosperi: «Quelli più poveri invece dovevano privarsi di sale e di cereali per evitare le tasse». Ma l’analisi diventa più acuta e decisa: «Bisognava occuparsi di quei problemi, non solo per il paternalismo cattolico o laico di frazioni delle classi dominanti, ma anche perché da quel basso mondo di contadini e di lavoratori poveri cominciavano ad arrivare segnali inquietanti. Passati gli anni in cui l’unità del paese era apparsa in grave pericolo per le insorgenze del Meridione, domate da quella vera e propria guerra civile che l’esercito del Nord combatté contro i «briganti», si affacciavano davanti ai poteri statali i problemi delle gravi minacce della malaria e delle ricorrenti epidemie. Quella del colera era un’aggressione sanitaria, ma venne vissuta anche come frutto del criminale complotto di un potere politico ostile. E c’era un’altra malattia che andava trasformando in fonte di agitazioni e di conflitti sociali e politici, come si è visto: in molte province del paese, specialmente (ma non solo) al Nord la diffusione della pellagra alimentava l’inquietudine sociale in mezzo a un popolo dove, col formarsi di un proletariato industriale, trovavano sempre più ascolto idee e messaggi sociali che preoccupavano i governi liberali». È in quel contesto che lo Stato risponde con misure di polizia e alla raccolta sistematica di dati come mezzo di governo. Statistiche utilissime per conoscere la realtà ma spesso fine a se stesse. Nel nuovo Stato italiano, sottolinea Prosperi, la statistica -nel testo questa scienza ha un giusto e opportuno rilievo- fu civile e militare. Però non fu la statistica civile che ebbe adeguata attenzione, ma le commissioni per la leva militare. L’obbligo del servizio militare fu «accanto alla fiscalità del nuovo Stato, e forse ancor più e prima, il banco di prova del senso diffuso dell’appartenenza dei sudditi. Quando si parla dell’unificazione dell’Italia si dovrebbe sempre riflettere su quanto ne fossero superficiali le radici nelle coscienze al di là della retorica ufficiale e delle convinzioni di una minoranza colta. Vale la pena di insistere su questo punto: la nascita del Regno d’Italia fu un evento internazionale e specialmente europeo debitamente registrato dalle cancellerie statali. Ma perché entrasse nelle coscienze e nelle abitudini della popolazione della penisola e delle isole che presero quel nuovo nome, ci fu bisogno di tempo, di sofferenze e del superamento di resistenze profonde». Pressione fiscale e obbligo del servizio militare furono i due volti del nuovo Stato che apparve agli italiani, ma soprattutto alle famiglie contadine che si videro private nei lavori dei campi dell’apporto dei giovani figli. Un aspetto che ebbe un ruolo decisivo per le sorti, in particolare, del mondo contadino del Sud. Dalle statistiche e dalle inchieste -anche queste hanno nel volume un’attenzione ragguardevole- si ricavano dati importanti per conoscere le varie realtà censite. Un dato sembra essere omogeneo tra i cittadini dei vari mosaici che compongono il nuovo Stato; quello che risulta anche dalle risposte fornite dal comune di Cerreto Guidi ai sondaggi prefettizi sullo stato morale della popolazione: rassegnata alla sofferenza. «Non era un lamento né voleva essere una dichiarazione di malcontento. Al contrario: la rassegnazione alla sofferenza era esattamente ciò che la prefettura – il cane da guardia del potere centrale – sperava e desiderava di sentirsi dire», chiosa lapidariamente Adriano Prosperi.

È inutile negarlo: la lettura di questo libro riporta molti di noi a ricordi della propria famiglia, alle nostre case e alle nostre miserie spesso vissute, altre volte testimoniate da nonni e amici. Un mondo che sembra remotissimo, eppure non lontano se contato in anni, decenni. Sembra che Prosperi racconti in alcuni momenti la storia di ognuno di noi, quantomeno la storia di chi ha sofferto sacrifici, ha faticato e ha conosciuto la fame. Oltre a darci, ovviamente, uno spaccato di un lungo, tormentato e anche speranzoso periodo storico con il quale non abbiamo ancora fatto i conti. Varie sono le domande che l’autore si pone, ma alla base ve n’è una molto semplice ma pesante: «Quali erano state le condizioni di vita dei lavoratori della terra in quel secolo XIX della formazione dell’unità nazionale?» Il tema non è nuovo. Molti testi di storia, e non solo, hanno raccontato delle miserabili esistenze dei contadini e, in genere, di chi non ha avuto la fortuna di appartenere alla minoranza dei possidenti. Opere che ne descrivono la pesantezza della fatica, la scarsa e malsana alimentazione, le abitazioni fatiscenti, a volte semplici capanne, le malattie, le morti in giovanissime età, l’alta percentuale dei morti bambini. Si pensi, per fare solo qualche citazione, a Carlo Levi, a Ignazio Silone, ricordati nell’istruttiva recensione di Giovanni Cerro[3]. Ma l’elenco potrebbe allungarsi di molto: voglio qui ricordare solo Vito Teti che, in più lavori, dedica lucide analisi alle condizioni alimentari delle classi subalterne[4], oltre ai numerosi studiosi citati dallo stesso Prosperi. Quali erano le condizioni dei lavoratori della terra lo testimonia lo stesso autore, che così si racconta:

«Grazie al prolungarsi della vita individuale lo scrivente è un testimone del tempo remoto in cui nelle campagne si viveva in case di due stanze, una era per la famiglia e l’altra era la stanza della mucca o – per chi l’aveva – del maiale, che era a un passo dalla camera da letto o dalla cucina. Come nella ninna nanna famosa: «La notte s’avvicina / la fiamma traballa / La mucca è nella stalla / La mucca e ‘l vitello / la pecora e l’agnello / La chioccia e ‘l pulcino». La fiamma che traballava era quella del lume a petrolio o della candela; e gli animali erano i compagni di vita e di fatica dei contadini. I più fortunati avevano anche l’asino, animale sacro e conosciuto nel mondo per merito di Collodi oltre che per il presepe del racconto evangelico. Gli attrezzi da lavoro raccolti nella capanna di canne e paglia erano gli stessi raffigurati nei calendari di bronzo o di marmo dei portali delle cattedrali altomedievali dove Adamo ed Eva erano contadini, come nel portale del Duomo di Modena; così come erano rimasti immutabili rispetto a quelle immagini i tempi e i modi del lavoro e della vita quotidiana: dicembre, scaldarsi al focolare; gennaio, uccisione del maiale; marzo, la potatura delle viti e degli alberi da frutto; giugno, la falce in pugno; luglio, il correggiato per battere le sementi; e così via. E chi ricorda ancora quando non fu più ovvio misurare la cesura del giorno come il momento in cui «la mosca cede alla zanzara?». L’igiene fece un passo decisivo con lo sterminio delle mosche, quando con l’esercito americano arrivò il DDT».

Alla domanda, Prosperi risponde con esporre una notevole mole di documenti forniti dalla statistica -una scienza alla quale si guarda con particolare attenzione, come se dalla sola conoscenza delle realtà potesse automaticamente scaturire la soluzione dei problemi di fondo-, dalle descrizioni e tabelle e dati derivanti dalle numerose inchieste ministeriali e prefettizi, dalla lettura delle topografie sanitarie. E, soprattutto, dai resoconti, spesso minuziosi, dei medici condotti. Da questo impegnativo lavoro di ricostruzione, il mondo dell’Ottocento contadino è scandagliato in profondità. Non solo: non ne deriva solo la conoscenza di una lunga pagina di storia, che nonostante i tanti scritti non ha mai avuto la visibilità dovuta, ma si propone come un laboratorio, un osservatorio per leggere il nostro presente, per riannodare fili di un passato che troppo rapidamente abbiamo voluto dimenticare, ma che, in fondo, è appena dietro l’angolo. La distanza culturale e lo stile di vita attuale è remoto rispetto a quei tempi riportati alla luce da Prosperi, ma vicino a noi in termini di anni, tanto che ancora molte generazioni possono essere testimoni di quella che appare preistoria. La stessa Unità d’Italia, che torna spesso nelle pagine del volume, e non potrebbe essere diversamente, pur apparendo sfumata nel tempo, continua ad avere ricadute notevoli sul nostro presente. Un’Italia ancora frammentata, divisa, a più velocità, traspare evidente nella penna dello storico; una storia incompiuta che è ancora cronaca quotidiana. Quelle condizioni di vita dell’Ottocento -povertà diffusa, malattie mortali, fame- sembrano interrogarci, a volte, se davvero quel tempo appartiene alla storia contemporanea, oppure è da relegare ad altre poche. Anche questo interrogarsi continuo compare nello studio e la risposta è complessa. Le domande che si pongono sono tante, le risposte non definitive; certamente la lettura del libro è una fonte preziosa per arricchirsi, e non di poco. Pagine, frasi, commenti sono meritevoli di attenzione. (Ho cercato di rilevarne i passaggi più importanti, il risultato è un testo evidenziato e ferito ripetutamente).

Non è raro ascoltare “sospiri” sul vecchio mondo antico, vaghe nostalgie di campagne con contadine donzelle allegre e contadini immersi beati nella natura incontaminata. Chi non ha sofferto la fame e non ha visto la morte rapire a man basso in età ancora giovanile, può dire questo e altro. Altri ancora raccontano un mondo ovattato per la vergogna di doverne riferire le assurde ingiustizie e il cinismo di una minoranza adusa allo sfruttamento. Sin dall’inizio Prosperi ricorda Pierre Bourdieu e la definizione da lui coniata per i contadini: classe oggetto. Concetto breve e incisivo. Un popolo subalterno e senza voce. Classe oggetto «… è una provocazione. Serve a ricordare un vuoto, a impedire che la memoria del mondo contadino europeo d’antico regime si cancelli del tutto. Altre definizioni se ne potrebbero forse immaginare, ma nessuna esprime meglio la condizione di subalternità del contadino nella storia europea dei secoli scorsi: ricorda a tutti una condizione di esseri umani destinati a essere raccontati, descritti e rappresentati da altri, oggetto di commiserazione o di derisione, di paura o di pietà, ma sempre e solo per ribadirne la posizione subalterna», afferma Prosperi. E questa condizione è ben documentata in Un volgo disperso. È davvero tanta la letteratura sui lavoratori della terra, ma quasi mai i contadini sono visti come classe, né come soggetti portatori di diritti. Il paternalismo è diffusissimo. Una sorta di pietà pelosa invade tantissime relazioni, inonda moltissime carte. Il prete, che è ben presente nello studio di Prosperi, è il rappresentante di un cristianesimo che spesso non conosce la compassione ma solo pietà[5]. E non è un caso che nei momenti difficili per calmare certi brutti pensieri dei contadini è a loro che chiedono aiuto i padroni e i proprietari. «Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria», come chiosa Matteo Banzola[6]. Non è un caso, come confermano i documenti evidenziati da Prosperi, che spesso c’è conflitto tra il prete e il medico condotto. È il medico, che conoscendo la vita materiale del contadino, ne tratteggia, nelle varie relazioni, le disumane condizioni. Le contraddizioni non mancano nelle note dei medici ma spesso esse sono redatte in modo coraggioso, con sincera passione, con amarezza e rabbia e, soprattutto, soffermandosi sulle diagnosi e le conseguenti terapie da adottare. E tra queste, il miglioramento delle condizioni di vita: la salubrità delle abitazioni, cibo sano e sufficiente che alimenti il fisico e sconfigga la fame, causa prima di tante sofferenze, malattie, epidemie, morti. Ma nulla sarà possibile se non si sconfigge la povertà. In molte pagine dei medici appaiono evidenti le colpe dello Stato, colpe spesso addossate, da non pochi osservatori, agli stessi contadini: insomma al danno la beffa.

Pur avendo scritto molto, si è detto poco o nulla. Non è il caso di riportare qualcosa di più analitico sul viaggio di Prosperi. Quel percorso va compiuto tutto, senza scorciatoie. L’invito al lettore è di accostarsi a quelle fittissime pagine sapendo che non vi troverà solo la storia di un secolo e più, ma tanta umanità. Cosa non facile nello storico infarcito, spesso, di dati, numeri, cifre, battaglie, eventi, personaggi, morti. Nella ricerca, si è già detto, s’incontrano molti medici. «La vita dei lavoratori dei campi ha parlato attraverso la loro voce, si è fatta strada attraverso il filtro della loro cultura e dei loro interessi. Con deformazioni inevitabili: quelle dei tanti medici condotti che provarono a raccogliere il frutto delle loro esperienze di persone e luoghi. Ciascuno di loro aveva qualcosa di proprio da dire mentre contribuiva all’opera collettiva», così Prosperi. Il primo incontro è con Bernardino Ramazzini (1633-1714) e poi con tanti altri, fino ad Agostino Bertani (1812-1886), al quale dedica parole di riconoscenza per la sua opera a favore dei contadini. E proprio la documentazione redatta dai medici, evidenziata da Prosperi, contribuisce notevolmente a illuminare anche quanto già noto -inchieste, statistiche, ecc.- su quel mondo scomparso. Scomparso, forse, non è il termine appropriato: nelle campagne italiane, e non solo, vi sono sempre lavoratori della terra, hanno un colore diverso il più delle volte, parlano altre lingue, ma la loro voce continua a restare, chissà quante volte!, muta[7].



[1] Antonio Gnoli, Adriano Prosperi:Io ci provo, ma quello degli storici sta diventando un mestiere inutile”, in:
https://www.repubblica.it/cultura/2015/06/29/news/adriano_prosperi_io_ci_provo_ma_quello_degli_storici_sta_diventando_un_mestiere_inutile_-117908267/
[2] Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900) (1947), Einaudi, Torino 1968, p. 63.
[3] Giovanni Cerro, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/
[4] Qui si cita solo: Il pane, la beffa e la festa. Cultura alimentare e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, Guaraldi, Firenze, 1976. È lo stesso Teti che dal suo Profilo Facebook con un post del 7 agosto 2019 invita a leggere il «bello e importante studio di Adriano Prosperi», aggiungendo: «Leggere… Un volgo disperso… ha anche questa conseguenza: riappropriarsi di una parte di storia che appartiene quasi a tutti, e non solo come comunità nazionale, ma come qualcosa che può far parte della nostra storia familiare profonda». E invia alla lettura «puntuale e convincente» di Maurizio Sentieri. La recensione di Sentieri dal titolo I contadini, villani, terroni che siamo stati appare in:
Interessante anche la nota di Giovanni Falaschi Contadini che appare in: 
https://www.doppiozero.com/materiali/contadini.
[5] «Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo, non ha mai conosciuto la compassione». «La compassione è la piena accettazione dell’altro. Anche del diverso. Il cattolicesimo conosce solo la pietà che è un gesto di condiscendenza, un rapporto tra diseguali», così il perentorio giudizio di Prosperi, sia pure nel contesto di una breve intervista come quella concessa ad Antonio Gnoli e citata appena sopra. Prosperi è uno storico che ben conosce la chiesa e il suo potere. Tra le sue opere: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (1996, 2009); Storia moderna e contemporanea (con Paolo Viola, 2000); Il Concilio di Trento: una introduzione storica (2001);  L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (2001, 2011); L’Inquisizione Romana. Letture e ricerche (2003); Dare l’anima. Storia di un infanticidio (2005); Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine (2008); Cause perse. Un diritto civile (2010); Eresie e devozioni. La religione italiana in età moderna (2010); Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492 (2011); Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana. XIV-XVIII secolo (2013, 2016); La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento (2016); Lutero. Gli anni della fede e della libertà (2018).
[6] Matteo Banzola, Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, in: https://www.lostoricodelladomenica.com/recensione-adriano-prosperi-un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Banzola nello stesso istruttivo testo sottolinea comunque che Prosperi  da «storico finissimo» non manca di rilevare significative eccezioni.
[7] Si rinvia, quali contributi alla lettura di Prosperi, alle recensioni: Massimo Bucciantini, Il mondo scomparso dei contadini, in: Il Sole 24 ore del 19 maggio 2019; Adriano Sofri, Ci sono tanta carne e tante ossa nel volgo disperso del 1° giugno 2019, in:
https://www.fondazionesancarlo.it/recensione/un-volgo-disperso-contadini-ditalia-nellottocento/; Francesco Benigni, La scure dell’igiene sulla classe oggetto, in:
https://ilmanifesto.it/la-scure-delligiene-sulla-classe-oggetto/; Edoardo Castagna, Il saggio di Prosperi. Contadini, dove siete finiti?, in:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/contadini-dove-siete-finiti; Alberto Baldasseroni, Le condizioni dei contadini italiani nella letteratura ottocentesca, in:
http://www.epiprev.it/materiali/2019/EP5-6/RUB_Libri/RUB-Libri_43-5-6.pdf

sabato 9 novembre 2019

La Bella Poesia: Giovanni Pistoia

La Bella Poesia: Giovanni Pistoia: Giovanni Pistoia è poeta calabrese nato a Corigliano Calabro (Cosenza). Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università “L...

martedì 17 settembre 2019

Quando raccolsi la luna. Parole naufraghe (Seconda edizione)



INFORMAZIONI EDITORIALI

Titolo: Quando raccolsi la luna. Parole naufraghe (Seconda edizione)
Autore: Giovanni Pistoia
Data di uscita: 2019
Pagine: 180
Copertina: morbida
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788831638890

Prefazione: Francesco Aronne

In copertina: Bozzetto di Rocco Regina

«Ogni uomo è il suo racconto, fosse anche solo quello che fa a sé stesso, un granello di polvere della storia.» Non è un caso che si cita il neurobiologo Lamberto Maffei nel libro “Quando raccolsi la luna”; non è un caso perché il testo è soprattutto la confessione dell’autore a sé stesso, un parlare ad alta voce al proprio cuore e alla propria coscienza. Un raccontarsi che trae origine dallo sguardo dei comportamenti umani, dal confrontarsi con i pensieri che, robusti o effimeri, incrociano il viatico quotidiano dell’autore. La raccolta è divisa in tre sezioni, versi e prosa, ma siano versi o prosa è la parola che occupa un posto decisivo nel lavoro e sembra che l’autore faccia proprio il pensiero di Flaiano: la parola ferisce, convince, placa. La raccolta ha come sottotitolo “parole naufraghe”; parole che sembravano disperse nella memoria e ora vengono recuperate restituendo profumi e ambienti che parevano persi. Ma soprattutto “parole naufraghe” sono quelle tante che si stanno perdendo rendendo l’uomo sempre più povero di pensiero e ragionamento; un uomo sempre più depauperato di sentimenti e emozioni.

Il libro è distribuito da:








sabato 14 settembre 2019

Quando raccolsi la luna. Parole naufraghe (Seconda edizione)




INFORMAZIONI EDITORIALI

Titolo: Quando raccolsi la luna. Parole naufraghe (Seconda edizione)
Autore: Giovanni Pistoia
Data di uscita: 2019
Pagine: 180
Copertina: morbida
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788831638890

In copertina: Bozzetto di Rocco Regina

«Ogni uomo è il suo racconto, fosse anche solo quello che fa a sé stesso, un granello di polvere della storia.» Non è un caso che si cita il neurobiologo Lamberto Maffei nel libro “Quando raccolsi la luna”; non è un caso perché il testo è soprattutto la confessione dell’autore a sé stesso, un parlare ad alta voce al proprio cuore e alla propria coscienza. Un raccontarsi che trae origine dallo sguardo dei comportamenti umani, dal confrontarsi con i pensieri che, robusti o effimeri, incrociano il viatico quotidiano dell’autore. La raccolta è divisa in tre sezioni, versi e prosa, ma siano versi o prosa è la parola che occupa un posto decisivo nel lavoro e sembra che l’autore faccia proprio il pensiero di Flaiano: la parola ferisce, convince, placa. La raccolta ha come sottotitolo “parole naufraghe”; parole che sembravano disperse nella memoria e ora vengono recuperate restituendo profumi e ambienti che parevano persi. Ma soprattutto “parole naufraghe” sono quelle tante che si stanno perdendo rendendo l’uomo sempre più povero di pensiero e ragionamento; un uomo sempre più depauperato di sentimenti e emozioni.

Il libro è distribuito da: