venerdì 11 marzo 2022
Luigi Patari, LA QUISTIONE IGIENICA IN CORIGLIANO CALABRO (a cura di Giovanni Pistoia), Marzo 2022
domenica 6 marzo 2022
giovedì 3 febbraio 2022
sabato 29 gennaio 2022
ZINGONIA ZINGONE, Viaggio nel sangue, Forlì, CAPIRE Edizioni, 2020, pp. 99. [Letto da Dante MAFFIA]
Libro, a un tempo, duro, forte e teso con nel fondo una tenerezza infinita, un sentimento alto radicato nei valori della vita, meglio del sangue, proprio come direbbero i vecchi della mia Calabria che quando vogliono sottolineare un legame autentico e duraturo fanno ricorso alla parola sangue.
Un libro anche di devozioni e di agnizioni, che vedono la
poetessa prendere coscienza del suo
ruolo di madre e di donna che riconosce i valori dell’appartenenza e ne fa un
vangelo (“Nessun tralcio / nasce sciolto dal suo tronco), ne fa il viaggio per
sé, quasi come ripetizione del vissuto, ma soprattutto della sua creatura che
via via prende atto d’esistere e diventa essenza del divenire.
Non è casuale che Zingonia Zingone, al suo sesto libro di
poesia, metta una citazione di Rabindranath Tagore, infatti ella “è celata” nel
cuore delle cose fino a organizzare il volume come il percorso che farebbe un
agricoltore a cominciare dalla terra vergine fino al raccolto e al chicco. Sì,
si tratta di un viaggio (dietro la visione di Zingonia c’è la protezione di
Dante Alighieri e del Vangelo) che vuole scoprire il senso del vivere,
soprattutto il senso dell’Amore, che vuole rendersi conto perché “L’albero
eterno / ha le radici in cielo / e i rami in terra”.
Non è una trovata, un effetto surreale, ma la convinzione che
non vi sia nessuna frattura tra cielo e terra, che la “rinnovata maternità” non
è una finzione, ma un vero e proprio parto anche se avvenuto soltanto dentro
l’anima.
Non nascondo che leggendo e rileggendo “Viaggio del sangue”
sono rimasto sconvolto e come defraudato di qualcosa che ancora non riesco a
capire in che consiste. La poetessa, con una chiarezza che ci riporta ai
classici greci e alle tensioni e alle inquietudini di poeti come la Dickinson,
come la Marina Cvetaeva, come la Marianna Moore, in una maniera tutta sua,
denudandosi, offrendosi in olocausto senza tuttavia scendere mai a patti, come
accade quando dice “Mi capita a volte di estraniarmi/ come se le mie azioni/
non mi appartenessero / come se non fossi io / quella che circola per strada
nel mio corpo” conclude che è come se vedesse il mondo “che cresce / attraverso
il mio agire”.
Un dettato poetico raro, di una intensità che non è facile
raggiungere, di una sintesi che comunque non trascura i particolari e riesce a
darci il quadro di un amore che si fa battesimo quotidiano, si fa accettazione
dell’ “infanzia eterna / che è l’amore”.
Ma, al di là delle singole composizioni questo libro mi ha
affascinato per la tenuta, avrebbe detto Benedetto Croce, per la compattezza
stilistica e la qualità linguistica che riescono a esprimere concetti ed
emozioni coi fremiti veri di un approdo.
Il tutto oscillando tra una terrestrità suadente e mai
nascosta e una spiritualità, che, come tutte le spiritualità vissute con
ardore, ha fioriture carnali, accensioni miracolose, a volte anche con
tentazioni mistiche.
venerdì 5 novembre 2021
La poesia italiana per l’infanzia nelle pagine di Annalisa Comes di Giovanni Pistoia
Raccontare
storie ai bambini, cioè aiutarli a crescere,
aiutarli
a imparare a vivere. Vivere, crescere.
Non:
sopravvivere; non: trascinarsi; non: adeguarsi all’esserci
consentendo
comunque. Vivere e crescere – e cambiare, quindi.
Magari
guardando e prendendo in mano il Qui,
per
progettare un Altrove che non si trovi altrove ma sia qui,
che
sia il Qui trasformato.
Giuseppe
Pontremoli
«Alla domanda se esista una poesia per
bambini si potrebbe anche rispondere subito di no, che non può esistere una
poesia per bambini più che non esista una poesia per avvocati, o per maestri di
scuola, o per vigili notturni. La poesia esiste autonomamente, a prescindere da
chi si trova ad essere il destinatario del suo messaggio; o non esiste. Ci sono
poesie che possono essere capite, sentite, diciamo pure vissute dai bambini, indipendentemente
dal fatto che siano state create per loro oppure no. E ce ne sono altre, troppo
lontane dal loro campo di esperienza, troppo dissonanti con le loro strutture
mentali o con il loro mondo sentimentale, troppo discordi con il loro
vocabolario perché essi possano in qualche modo goderne. Ma non esiste quella
cosa che possa essere poesia per i bambini e non-poesia per gli adulti.» Rodari
si poneva questi interrogativi già nel 1972 in un suo saggio dal titolo I bambini e la poesia[1].
L’importanza del tema fu colta da Carmine De Luca, uno dei suoi più acuti
studiosi, e proposto nel libro postumo di Rodari, «Il cane di Magonza». Per De
Luca, lo studio di Rodari, «si configura come integrazione al saggio La letteratura infantile oggi»[2].
Su questo affascinante argomento l’impegno, negli ultimi anni, di Annalisa
Comes con uno studio poderoso, sia per le informazioni fornite e sia per la
qualità dei suoi commenti. Titolo del lavoro: «La poesia italiana per
l’infanzia in Italia dal 1945 a oggi: riflessioni critiche, testi,
illustrazioni. Proposta di antologia»[3].
La storia della poesia per l’infanzia
è inserita nell’ambito della produzione e degli orientamenti della letteratura
dell’infanzia dagli inizi del secolo al secondo dopoguerra. Suoi punti di
riferimento essenziali sono gli studi di Pino Boero e Carmine De Luca, di Anna
Ascenzi, Antonio Faeti, Angelo Nobile e altri. È impossibile tratteggiare, in
poco spazio, le numerose questioni sviluppate dalla studiosa, l’analitico
excursus su questioni che non attengono solo al mondo della letteratura
dell’infanzia ma della letteratura in senso ampio. Il rinvio alla lettura del
lavoro di Annalisa Comes è, dunque, d’obbligo. Penso sia uno di quei testi che
non possono essere sconosciuti a chi si occupa, per i motivi più vari, degli
argomentati trattati.
Lo studio è
diviso in tre parti con un’ampia Introduzione
nella quale si dà conto della letteratura per l’infanzia in Italia dal periodo
giolittiano al secondo dopoguerra. Ci si sofferma, con dovizia di dati e acute
note, sulla poesia per l’infanzia di ieri e di oggi, e ponendosi soprattutto
l’interrogativo se la poesia per i bambini possa essere considerata un genere
«a sé»: e qui è inevitabile il richiamo a Walter Benjamin, a Gianni Rodari, a Giovanni
Raboni. Nella prima parte è esaminato il rapporto infanzia e poesia dal 1945 in Italia e in Europa. Nella seconda sono
presi in considerazione numerosi autori che, a diverso titolo, hanno avuto modo
di occuparsi d’infanzia e letteratura: Elsa Morante, Dino Buzzati, Emanuele
Luzzati, Gianni Rodari, Alfonso Gatto, Giovanni Arpino, Tommaso Landolfi,
Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Roberto Piumini, Pietro Formentini, Bruno
Tognolini, Donatella Bisutti, Chiara Carminati, Sergio Tofano (Sto), Bruno
Munari, Pinin Carpi, Toti Scialoja, Pierluigi Cappello, Roberto Mussapi, Bianca
Tarozzi, Elio Pecora, Davide Rondoni, Anna Maria Farabbi, Annalisa Macchia,
Giuseppe Pontremoli. La terza parte è dedicata alle antologie di poesia per
l’infanzia e ragazzi. Ma non è tutto, proprio alla luce dei temi trattati e
soprattutto dello spazio critico riservato alle antologie, l’autrice propone
una sua idea di antologia. Il testo si completa con un apparato bibliografico
di tutto rispetto, un formidabile ausilio per altre ricerche e studi. Un
impegno notevole quello messo in atto dalla Comes e alla quale bisogna essere
davvero grati. In uno studio così ampio, e con l’indicazione di tanti nomi e
opere, è fin troppo facile poter evidenziare qualche manchevolezza: lo studio
interessante non citato, l’autore meritevole di essere menzionato e invece
assente, o altri rilievi. Lavori come questi non possono essere considerati
esaustivi. Senza queste ricerche però non avremmo la possibilità di procedere
oltre, di perfezionare il perfezionabile, rimuovere eventuali lacune. Una
lettura attenta della fatica di Annalisa Comes, intanto, dà l’opportunità al
lettore di avere un quadro abbastanza ampio e convincente dell’importante
materia.
Avvalendoci
della guida preziosa di Annalisa Comes, cerchiamo di verificare più nel
dettaglio la struttura e la consistenza della ricerca. A quali domande il
lavoro cerca di dare delle risposte? Eccone alcune: è ipotizzabile parlare di specificità della poesia per l’infanzia
rispetto a quella destinata agli adulti? Quali sono i testi che caratterizzano
eventualmente la poesia indicata specificatamente
per l’infanzia? Una tale distinzione, si chiede tra l’altro la studiosa,
comporta un approccio critico e metodologico diverso da quello utilizzato per
la poesia per gli adulti? Ma poi, i testi per bambini sono definibili come poesia? Ma bambini non è un termine generico? E le domande potrebbero essere ancora
tante. A molte di loro il lavoro tenta di dare delle risposte. E per definire
il «campo di interesse e per chiarire se la poesia dell’infanzia costituisce un
vero e proprio genere letterario, con un suo statuto e regole proprie a cui
attenersi», nel libro si indagano e si analizzano i «testi poetici» per bambini
in quanto tali, «il loro significato, il loro valore nell’ambito della
letteratura per l’infanzia, e il rapporto nell’ambito della letteratura/poesia tout court.» Lo studio offre una
panoramica approfondita e un’analisi delle tipologie dei testi poetici
suddivisi in due fasce d’età: 0-5 anni (filastrocche, ninnenanne, storie in
rima e raccolte in versi per i più piccoli) e per la fascia d’età dai 6 agli 11
anni (antologie e raccolte d’autore). Il periodo esaminato, come si è già
detto, parte dal 1945, ossia dalla fine della seconda guerra mondiale, ai
nostri giorni. Un aspetto significativo e originale è la riflessione sulla
poesia per l’infanzia nell’ambito degli studi di genere: esiste una specificità
della scrittura poetica per bambini e bambine al femminile? Quali le autrici?
Quale la loro lingua? Ci sono tematiche e figure riconducibili al gender? Questa sezione prende altresì in
esame la poesia dei bambini scritta dai bambini: un esercizio, quest’ultimo,
sempre più diffuso, a partire dagli anni settanta, e promosso nelle aule scolastiche
e che dà luogo a interessanti antologie.
Ma chi scrive
per i bambini? Quali sono le caratteristiche di questi autori? La seconda parte
della ricerca è dedicata, quindi, agli autori e all’importanza che ricoprono
nel campo della storia della letteratura. Un viaggio molto interessante, che
apre spazi per nuove ricerche. Questa parte termina con uno sguardo ai maestri-poeti/scrittori:
da Mario Lodi a Maria Luisa Bigiaretti, da Anna Sarfatti a Silvia Roncaglio, da
Vivian Lamarque a Guido Quarzo e Stefano Bordiglioni. Un’attenzione particolare
è riservata a Giuseppe Pontremoli, scrittore e studioso notevole scomparso nel
2004. Una scelta, quest’ultima, da condividere e apprezzare[4]. Perché
riservare delle pagine esclusivamente ai maestri-poeti/scrittori? «Perché
alcuni maestri d’eccezione» - scrive l’autrice - «hanno avuto il merito di
innovare, non solo la didattica all’interno della scuola (a volte in modo
coraggiosamente utopistico) e l’approccio nei confronti dei bambini, ma anche
la scrittura per l’infanzia e, per quello che ci interessa in particolare, la
poesia.» Comes ricorda che già nel 1995, Pino Boero e Carmine De Luca[5]
avevano posto l’attenzione sull’importanza di questi insegnanti quali
«testimoni delle esperienze “autentiche” dei bambini all’interno delle
strutture scolastiche.» Spesso questi scrittori e poeti traggono ispirazione,
per i loro testi, proprio dal rapporto costante con il mondo infantile.
La terza parte,
come già accennato, è riservata alle antologie poetiche per bambini. Qui il
lavoro è articolato. Non essendoci degli studi critici specifici
sull’argomento, l’autrice si è avvalsa di alcuni saggi in materia dedicati alle
antologie poetiche italiane, mettendo in evidenze le possibili analogie e le
inevitabili differenze. Un’antologia destinata ai bambini, per esempio, non può
fare a meno delle illustrazioni e, comunque, di un idoneo apparato
iconografico. Le stesse note non possono ricalcare quelle per le antologie
classiche, ma devono avere una loro specificità: essere ridotte al minimo, non
soffocare il testo. Un ruolo importante nella lettura di antologie poetiche per
bambini è da affidare soprattutto all’insegnante.
E proprio
partendo dagli studi effettuati e dalle esperienze maturate, l’autrice affida
agli educatori, studiosi, lettori, nella quarta parte del prezioso lavoro, una
sua Proposta di Antologia di poesia
italiana per l’infanzia. La composizione dell’Antologia non segue criteri
diacronici o tematici; è, comunque, si ribadisce, il frutto delle letture
effettuate dall’autrice e dei suoi studi sulla letteratura per l’infanzia e
sulla poesia per i bambini nel corso degli anni, dell’esame delle antologie
esistenti e della conoscenza del mondo-bambino. Dà un titolo all’Antologia: Un ponte di poesie. Versi per scoprire il
mondo. Titolo suggestivo: la poesia come ponte, veicolo di conoscenza; i
versi per scoprire e unire. Quali gli autori antologizzati? Gianni Rodari,
Janna Carioli, Bruno Tognolini, Erminia Dell’Oro, Stefano Bordiglioni, Chiara
Carminati, Nicola Cinquetti, Marialuisa Bigiaretti, Giovanna Zoboli, Nico
Orengo, Letizia Cella, Maria Loretta Giraldo, Sabrina Giarratana, Roberto
Piumini, Giusi Quarenghi, Gabriele Clima, Vivian Lamarque, Silvia Roncaglia,
Antonella Ossorio, Guia Risari, Nicola Gardini, Pino Pace, Pierluigi Cappello,
Angela Nanetti, Giovanni Raboni, Gina Bellot, Giuseppe Lisciani, Antonio Porta,
Davide Rondoni, Pinin Carpi, Giuseppe Pontremoli, Roberto Mussapi, Arianna
Papini, Sara Favarò, Elsa Morante, Elio Pecora, Antonia Pozzi, Aldo Ferraris,
Toti Scialoja, Guido Quarzo, Donatella Bisutti, Matteo Marchesini, Maria Sole
Macchia, Giovanni Giudici, Sabina Colloredo, Alfonso Gatto, Teresa Parri, Bruno
Munari, Pietro Formentini, Franco Antonicelli, Nicola Gardini, Dino Buzzati,
Anna Sarfatti, Giulia Niccolai, Bianca Tarozzi, Paola Parazzoli, Rossana
Ombres, Marcello Argilli, Alessandro Gigli, Emanuele Luzzati, Elisa Mazzoli,
Roberto Denti, Laura Simeoni, Rossana Guarnieri, Alberto Masala.
giovannipistoia@libero.it
[1] I bambini e la poesia apparve per la prima volta sul «Giornale dei
genitori», n. 6-7, giugno/luglio 1972. Il saggio fu ripreso da Carmine De Luca
che lo pubblicò nel volume da lui curato: Gianni Rodari, «Il cane di Magonza»,
Editori Riuniti, Roma 1982. L’editore Einaudi, nel 2017, ha riproposto la
raccolta, così come pensata da De Luca, con la prefazione di Mario Di Rienzo.
[2] Si veda la nota di De Luca a
commento del saggio di Rodari nel volume citato.
[3] Annalisa Comes, «La poesia
italiana per l’infanzia in Italia dal 1945 a oggi: riflessioni critiche, testi,
illustrazioni. Proposta di antologia», Université de Lorraine; Università degli
studi (Vérone, Italie), 2019. Il testo è possibile visionarlo in: https://hal.univ-lorraine.fr/tel-02400554/document
[4] Si veda anche Omaggio a Giuseppe Pontremoli scritto da
Alberto Melis (altro illustre maestro scrittore) apparso su ècole di giugno 2005 e riportato in: http://www.giuseppepontremoli.it/giuseppe.alberto.ecole.htm
[5] Pino Boero,
Carmine De Luca, Maestri scrittori,
in «La letteratura per l’infanzia», Laterza, Roma-Bari, 1995.
giovedì 4 novembre 2021
Edith Bruck, Il pane perduto, La nave di Teseo, 2021, letto da Giovanni Pistoia
Quel pane lievita ancora
di Giovanni Pistoia
La storia
quella vera
che nessuno
studia
che oggi ai più
dà soltanto fastidio
(che addusse
lutti infiniti)
d’un sol colpo
ti privò dell’infanzia.
Nelo Risi
L’ultimo libro, in ordine di tempo, di
Edith Bruck, ha come titolo «Il pane perduto» (La nave di Teseo, 2021). Anche
se è stato ampiamente recensito e l’autrice è ben nota, non credo sia un libro
che vada sintetizzato, accennato nelle sue grandi linee. Non è il frutto della
fantasia di chi scrive, è la vita di chi scrive. È la sua adolescenza rapita, è
la sua amarissima esperienza, appena tredicenne, nei vari campi e sotto campi
di concentramento; la conoscenza della violenza e cattiveria dei fascisti
ungheresi, poi dei nazisti e, poi, ancora, dell’indifferenza che la avvolse,
come tutti gli altri e le altre, nel dopo-concentramento, a guerra finita. È la
tragedia per aver perso la mamma, il papà, il fratellino Jonas nei campi di
sterminio, lì dove l’umanità scomparve, e incombeva il «Grande Silenzio» di Dio.
Quelle pagine
grondano di ferite mai sopite, anche se riferite con parole serene, sia pure
pensate, calibrate. Alcune pagine hanno il tono della favola. Ecco l’incipit
del volume: «Tanto tempo fa c’era una bambina che, al sole della primavera, con
le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida.
Nella viuzza del villaggio dove abitava, che si chiamava Sei Case, c’era chi la
salutava e chi no.» E nelle ultime righe del testo, l’autrice afferma: «E oggi,
persino per me è inverosimile il mio lungo cammino, che sembra una favola nella
selva oscura del Novecento, con la sua lunga ombra nera sul terzo millennio.»
Edith si salva, sopravvivrà.
L’esperienza
agghiacciante, e forse non del tutto riferibile, è uno spartiacque tra il “prima”
e il “dopo”. “Prima” si viveva, nonostante la povertà della numerosa famiglia, “dopo”
si sopravvive per tutta la vita. Gli amici e i parenti, che non hanno subito
l’affronto della deportazione e delle conseguenze, non sono più quelli di
prima. Non possono capire chi, invece, ha provato sulle proprie carni umiliazioni
e dolori, squarci psicologici devastanti. «Solo chi è stato deportato può capire
un deportato; anche se tua sorella non può immaginare assolutamente quello che
abbiamo vissuto anche perché non è raccontabile oggi dopo tantissimi anni e c’è
sempre qualcosa che non hai detto…», così la scrittrice in una bella e intensa
intervista a Rai Cultura[1].
Edith Bruck è da anni impegnata nel racconto delle sue vicende e testimone di
quel tempo, soprattutto nelle scuole. Lo farà ancora fino a quando le sue forze
lo permetteranno. È faticoso raccontare e riraccontare, ma è necessario, è un
dovere morale. Eppure non si può dire tutto ai ragazzi. Afferma Edith: «Come
fai a dire a un ragazzo nella scuola che, tra l’altro, ho visto un tedesco che
giocava a pallone con la testa di un bambino, non si possono raccontare queste
cose perché sembrano impossibili, oppure dei bambini congelati per terra a
centinaia… è molto difficile…»
«Il pane perduto»
si legge in poche ore. È breve, lo stile è asciutto, essenziale, intenso. Ma va
letto più volte. I fatti narrati, i concetti, le parole, anche le cose non
dette, o dette frettolosamente ma che si intuiscono, vanno assorbiti, compresi
nel loro significato profondo, meditati. È una testimonianza, e come tale
preziosa, scandita con sofferta urgenza. È così. Si avverte nel linguaggio, nel
precipitarsi delle pagine, l’impazienza di portare a compimento questo lavoro.
La scrittrice si rende conto che, per l’età avanzata e per i malanni che non
mancano, ha difficoltà nello scrivere e gli occhi sono ammalati.
Teme, questo il
suo cruccio ancora più grande, che la memoria possa abbandonarla. «Forse mi
urge mettere sulle pagine ciò che ho accumulato nella mente perché il destino
mi sta privando della vista. Già faccio fatica a decifrare la mia scrittura
sghemba e le righe ubriache ma ho fretta, il tempo stringe.» E lei avverte, ora
come ieri, come sessant’anni fa, come nei decenni trascorsi, come appena fuori
dai campi del dolore e della morte, che deve raccontare, raccontare,
raccontare, perché lo deve a se stessa, a quanti non hanno potuto farlo. Perché
bisogna conoscere, sapere, tramandare, perché la barbarie di ieri non sia mai
più, perché mai la dignità debba essere calpestata, e l’uomo ridotto a «meno di
un numero». Ha raccolto gli appunti di questa sua odissea, del lungo
peregrinare nel tentativo di essere ascoltata (lei che aveva tanto bisogno di
carezze, di sicurezza) in diversi paesi del mondo, fino a stabilirsi
definitivamente in Italia, dove ha scritto i suoi libri in italiano, lingua che
lei considera «il paradiso terrestre».
Perché questo
titolo? «Dio… Dio… il pane… il pane… »: è l’ultima invocazione della mamma di
Edith, ripetuta ossessivamente lungo il suo calvario, da quando, prelevata insieme
ai suoi familiari con forza, è portata prima nella sinagoga e poi spinta sul
treno dai gendarmi e da giovani croci frecciate, e infine gettata nella fila «sinistra»,
che significava, nel codice di Auschwitz, «camera a gas immediata». Quel pane
abbandonato, quasi tradito, offeso, nella casa vuota e sfregiata, aveva un
significato dolorosissimo per quella mamma: la certezza dell’annientamento
della sua famiglia, il terrore per la giovanissima Edith, che riceveva dalla
madre coccole inusuali. Il presagio della fine di tutto. E davvero fu la fine
di tutto.
Era la settimana
della Pasqua ebraica. La famiglia seguiva il rituale festivo ma l’atmosfera non
poteva essere gioiosa, non solo per le minacce che si abbattevano sulle
famiglie ebraiche del paese, ma anche per la povertà che mordeva. «I figli», si
legge nel libro, «sopportavano meglio anche lo stomaco semivuoto per la
mancanza del pane e con l’azzimo scarso che doveva durare otto giorni.» Eppure
la famiglia di Edith riceve in dono della farina dai vicini di casa. Di buon
mattino, dopo averlo fatto lievitare durante la notte, la mamma stava per
infornare quel pane, quando i fascisti ungheresi piombarono sulla loro casa per
strapparli tutti dal loro nido.
«Ma la buona
vicina di casa Lidi aveva donato subito la farina per il pane alla fine della
festa, che cadeva quasi sempre in aprile, e le mani amate della madre con gioia
visibile stavano lavorando nella madia, dando pugni e schiaffi alla pasta.
Nelle grandi ciotole di legno, durante la notte, sarebbero ben lievitate per
essere infornate all’alba.
La madre era già
semisveglia per preparare il fuoco quando bussarono forte alla fragile porta, e
si svegliarono di colpo tutti.
Prima che
potessero chiedere “Chi è?”, ai successivi colpi, sempre più violenti, la porta
cedette. Nel vano apparvero due gendarmi che urlavano di uscire entro cinque
minuti, con un solo ricambio di abiti, lasciando valori e denari a casa.
“Il pane, il
pane!” gridava la madre.
“Svelti, svelti!”
ripetevano loro.»
Quel pane
perduto non è andato perduto del tutto, è stato ritrovato negli anfratti della
memoria, dove si era celato perché fosse riafferrato, reimpastato, lievitato
nuovamente e finalmente consumato per alimentare la nostra mente. Quel pane è
la memoria che si conserva, è il ricordo che non va cancellato, è il racconto
di un orrore che si fa fatica ancora a credere. È un monito per i tempi di
oggi, per quelli di domani. È un urlo di dolore e di forte denuncia verso
quanti, ancora oggi, si mostrano spavaldamente con svastiche e rituali di un
tempo atroce, che mai deve essere dimenticato o sminuito, né mai deve essere
richiamato in vita.
martedì 2 novembre 2021
MILO DE ANGELIS, Linea intera, linea spezzata, Milano, Mondadori, 2021, pp. 104. [Letto da Dante MAFFIA ]
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“e m’accorsi / che
ormai da sette giorni sotto il mio cuscino/ dormiva la morte”. Evidente,
dunque, che si tratta di un percorso che vive a dispetto del silenzio e della
morte, della cancellazione, e infatti verso dopo verso sentiamo una cadenza che
si apre e si adagia in lunghe pause, in strozzature eclatanti che preludono a
visioni in cui passato, presente e sogno s’intrecciano e ridisegnano la vita del
poeta nelle sue accensioni e nelle sue contraddizioni, con apparizioni che
sembrano banale quotidianità e invece sono strazio e dolore, perdita e
dissolvenza.
Del resto i titoli
delle quattro sezioni sono espliciti, la linea che corre dritta e si spezza, le
tappe d’un viaggio notturno senza romanticherie ed esaltazioni decadenti, i
dialoghi con le ore contate e addirittura l’aurora con il rasoio. Eppure non
c’è nulla di disperante, come se luci e ombre, miseria umana e gioia, dolore e
spiragli di sereno fossero un’unica matassa che si srotola soffermandosi a caso
su un aspetto o un altro, mettendo sul medesimo piano verità e bugia, realtà e
visioni, cose realmente accadute e cose che appaiono e sfumano in parole
neutre, dentro parole neutre, che però hanno la pretesa di significare: “E tu
cominci a sentire, nelle parole che hai detto, il respiro / di quelle taciute:
sono lì, bussano alla porta / non se ne vogliono andare, restano ferme fino a
sera, / ti sfiorano il viso e si allontaneranno solo all’alba / Restano lì e la
stanza diventa un’aula di tribunale e tu /
sei l’imputato. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio. / Le attenuanti
non contano: dovevi parlare, dovevi / tirar fuori la bestia, esporre il demone
nero al pubblico giudizio, / mostrarlo alla primavera, spargerlo per il mondo,
guarire”.
Un esempio di come Milo
sa entrare e uscire dall’angoscia, domarla, ironizzando e coinvolgendo le cose
attorno in modo che tutto, ma proprio tutto, diventi occasione per decifrare il
senso primo e ultimo del vivere e del morire, per captare che cosa c’è dietro
il paravento delle giornate che scorrono nella plaga del silenzio e della
solitudine.
No, non c’è Franz
Kafka, ma semmai un’eco della lezione di Arthur Schnitzler e di Elias Canetti,
e c’è invece l’attenzione alle minuzie, spasmi, contorcimenti di ciò che appare
e non è, di ciò che sconfina nel sogno.
Il malessere che
circola nei versi ha qualcosa di assurdamente indecifrabile, come se scaturisse
da una fonte di cui non si conosce l’origine e dunque l’accatastamento delle
paure si sfalda nell’indistinto, non trova una ragione, non si spiega nulla.
E’come se Milo De Angelis navigasse su una nave priva di motori e di remi,
priva di marinai, che tuttavia va per i mari, perfino per i mari sconosciuti e
per i mari che un giorno si formeranno in qualche nuovo luogo, forse
dell’anima.
Alla base di tutto però
i ricordi esistono in una forma che ha qualcosa di dannatamente efficace e
pongono in essere un fluido misterioso che anticipa le emozioni, le spezza, le
butta nel cestino dei rifiuti.
Abilissimo Milo a
tessere la trama dell’impossibile, dell’indecifrabile, della violenza che non
trova lo spiraglio per far naufragare il mondo.
In questo sfasamento
della realtà parrebbe impossibile che il poeta possa camminare stilisticamente
e idealmente per una strada non accidentata e invece trova poesia dopo poesia
un rigore fermo, una facoltà labirintica di fermare il passo alla
disgregazione. Il risultato è un impasto linguistico comunicativo e vigile,
l’affascinante deriva d’un nuotatore che ha saputo districarsi dalle onde
furiose e arrivare alla riva per poter dire a s stesso a e al mondo: “La vita
continuerà altrove... / Il mondo continuerà altrove e io saluto tutti voi nella
corsa, / saluto la mia vita, breve, recisa, definitiva”.
Dante Maffìa
lunedì 1 novembre 2021
[Edith Bruck, «Il pane perduto», La nave di Teseo, 2021] letto da Giovanni Pistoia
Quel pane lievita ancora
di Giovanni Pistoia
in:
https://www.faronotizie.it/public/uploads/2021/10/187-3-Quel-Pane-di-Giovanni-P.pdf
martedì 14 settembre 2021
Angelo Petrosino, Fratello & Sorella per forza, Einaudi Ragazzi 2021
Freschissimo di stampa direttamente
dall’Einaudi Ragazzi il nuovo affascinante libro di Angelo Petrosino «Fratello
& Sorella». L’autore, che ha accompagnato con le sue avventure più
generazioni, ritorna nelle librerie con un testo … non vi dico nulla. Il volume
è illustrato dalla matita raffinata della poliedrica artista Giulia Sagramola.
Buona lettura.
Angelo Petrosino
Illustrazioni di Giulia Sagramola
FRATELLO & SORELLA
PER FORZA
lunedì 13 settembre 2021
SALVATORE GEMELLI,
Gerace Paradiso d’Europa – Guida per un
approccio storico artistico ambientale, Roma, Gangemi Editore, 2021, pp.
239
Prefazione di Paolo
Maria Gemelli – Postfazione di Francesco Maria Spanò
[Letto da Dante MAFFIA]
Ho sempre amato i libri
che si occupano di singole città, di singoli paesi perché danno la possibilità
di poter camminare agevolmente per le strade, visitare i monumenti, addirittura
respirare in libertà, godere sapori e profumi che spesso escono da una
finestra, da una porta mentre una donna sta preparando il sugo per i maccheroni
fatti in casa.
Questa breve premessa
per fare intendere ai lettori che una guida dedicata a un piccolo paese è un
gioiello che non trascura nulla né dei luoghi, né di tutto ciò che è la vita,
che è stata la vita e l’ambiente.
Ovviamente per scrivere
un testo così bisogna aver vissuto il paese intensamente e coralmente appropriandosi
d’ogni particolare, d’ogni minuzia, d’ogni filo d’erba.
Cosa che ha fatto
Salvatore Gemelli, geriatra che giorno dopo giorno ha accumulato notizie,
documenti, leggende, miti, il quotidiano fluire di mille avvenimenti che sempre
arricchiscono una comunità dandole la sua identità, il suo passo umano e
sociale.
Il figlio di Salvatore
Gemelli, e Francesco Maria Spanò, hanno riproposto la ristampa di questo
gioiello che rende a Gerace la sua bellezza e la sua grandezza non per
astrazione, ma nella verità dei sensi più riposti, scrivendo rispettivamente la
“Prefazione” e la “Postfazione”; pagine, devo dire, che hanno saputo condensare
gli intenti e gli approdi dello storico e ne hanno evidenziato il lavoro
certosino.
Soltanto un assaggio di
quel che ha scritto Paolo Maria Gemelli: “Della versatilità di Salvatore
Gemelli…merita ricordare sia pure brevemente la competenza e la profondità con
cui affrontava i più svariati argomenti culturali, sociali e anche di storia
dell’arte” per comprendere che siamo dinanzi a un personaggio d’altri tempi, al
cospetto di un medico che nei momenti di pausa dal suo lavoro, come un antico
umanista, si dedicava a indagare ciò che la storia e la natura gli aveva posto
attorno. Per non parlare dello scritto
di Spanò e del ricordo di Enzo D’Agostino.
Voglio dire che per
fortuna da decenni ormai dedicarsi a scrivere pagine vere e sublimi (come in
questo caso) sulla propria terra, non è un atto di campanilismo, come per lungo
tempo è stato fatto credere. La microstoria ormai sappiamo valutarla nella sua
essenza non solo di documento, ma anche si apporto necessario per illuminare il
cammino della Storia, con la maiuscola, in modo che le affermazioni non
risultino più solo e soltanto generalizzazioni più o meno possibili.
Leggere questo libro è
come immettersi in una sorta di viaggio che non trascura nulla e dà la possibilità
di guardare, di vedere, di soffermarsi e rendersi conto che non è soltanto il
Louvre a insegnare e far amare l’arte, soprattutto quando si tratta di arte del
passato, come nel caso di Gerace addirittura medioevale.
Paradiso D’Europa non è
una sorta di spocchia che viene sbandierata, ma una constatazione che nasce
dalla concretezza. Visitare Gerace non è la solita scampagnata che per potersi
risolvere bene deve concludersi con una bella mangiata e una bella bevuta.
Gerace ha un cuore immenso, le sue pietre hanno l’anima, la sua Cattedrale ha
qualcosa che lascia addosso una promessa. E’ accaduto anche a me, che pure un
po’ i musei di tutto il mondo li ho visitati. Evidente che l’approccio, come giustamente
lo chiama Salvatore Gemelli, non si risolve nella casualità, ma si rispecchia e
si muove nella realtà di una misura umana e artistica che s’impone e afferma il
suo canto.
Dunque questo libro
direi che è necessario, e Gangemi ha fatto bene a riproporlo. E’ un viatico
essenziale e ricco, e se Gerace è stata chiamata “Paradiso D’Europa” non si
pensi che sia stato soltanto una ventata di narcisismo. Ricorda Marina Conti,
nel quarto di copertina che “il titolo prende spunto dalla definizione di
Francesco Malarbì, sacerdote e latinista geracese del Settecento, Europeista ante litteram come lo
definisce Francesco Maria Spanò nella postfazione …”.
Insomma, è bene
ribadire che non si tratta della solita monografia storica sul proprio
paesello, ma di un’opera curata in ogni sezione ovviamente senza trascurare,
prendo dall’indice, l’Interesse storico, quello monumentale, urbanistico,
ambientale, le escursioni, la visione d’insieme del paese e del paesaggio, le
porte urbiche, le Chiese, e via dicendo.
Importante sottolineare
che il linguaggio adoperato da Salvatore Gemelli è sempre preciso, oculato e
scientificamente rispettoso e tuttavia il libro si legge e si segue come un
romanzo, uno di quei romanzi in cui la storia, l’arte, l’architettura e il
paesaggio sanno far vivere appieno la grazia e la fermezza di un popolo che
sono rimaste appiccicate nell’aria e fluttuano ogni volta che qualcuno arriva a
Gerace con l’animo sgombro.
Un dispiacere. Giulio
Palange, in “Guida alla Calabria Misteriosa”, edito da Rubbettino, dedica a
Gerace appena diciassette mezze righe.





