lunedì 22 ottobre 2007

passeggiando tra i libri/Dentro di te

Dentro di te
di Giovanni Pistoia

Cosa c’è dentro di te? E in quale posto è? Nei tuoi pensieri vi è sempre un posto dove è tutto bianco, candido come la neve. Però… però vi è anche un posticino dove vedi tutto nero, nero come una notte buia buia, senza una stella in cielo. C’è un posto (chi sa dov’è?) dove vedi tutto in alto, così in alto che è difficile perfino guardare su. Però… però c’è anche un posto (chi sa dov’è?) dove sta tutto in basso ma così in basso che più basso non si può.

Dentro di te, tu lo sai, c’è la melodia, dolce e armoniosa, di un violino. Si, però… però, e tu lo sai, anche la musica grave di un pesante contrabbasso. Ma non è tutto. Tu sai che dentro di te c’è la grande voglia di correre tra i prati in fiore. Ti senti così agile e pieno di forza che sfideresti perfino la veloce volpe, che, alcune volte, hai visto in un bel sogno. Però… però dentro di te c’è anche un posto (sarà un posto piccolo o grande? E dove sarà?) dove vorrai fare la… la gara con la lumaca. Un posto dove stare tranquillo: sarà una sedia a dondolo? Un’amaca sul tuo grande balcone di casa? Un’altalena nel bel parco della città? Il divano comodo davanti ad un televisore accesso? Insomma, un posticino dove, al massimo, muoversi come una lumaca, che, come sai, è piuttosto pigrona.

Dimmi: è nato prima l’uovo o la gallina? Dentro di te una voce dice: che domanda, è nata prima la gallina. Senza la gallina non avremmo l’uovo. Giusto. Ma dentro di te, sempre dentro di te, un’altra voce dice: che domanda, è nato prima l’uovo. Senza l’uovo non avremmo la gallina. Giusto. Ma tu come ti senti, uovo o gallina? Scommetto che in un posticino ti senti uovo, pronto ad aprirsi a mille idee ed esperienze e, in un altro, gallina, pronto a far da chioccia a tanti peluche. E dimmi ancora: accanto a te c’è un posto anche per me? Un posto piccolo piccolo? Oppure grande? Non rispondermi subito. Sappi che anche io cerco un posto, un posto tutto mio a fianco a te, dentro di te.

È l’eterno gioco dei contrari, degli opposti e delle contraddizioni. È il volto del mondo: bianco e nero, alto e basso, lepre e lumaca, bello e brutto, buono e cattivo. Non sempre è tutto così chiaro e netto, ma i bambini non sono molto complicati come gli adulti. Non si soffermano, spesso, davanti alle sfumature. Un gioco è bello oppure è brutto. Il cielo è bianco oppure è azzurro.

È questo il contenuto del libro “L’uovo o la gallina” di Angelo Branduardi e Giorgio Faletti, illustrato con disegni dai colori forti e vivaci di Chiara Rapaccini, edito da Gallucci nel 2005 (www.galluccieditore.com). Un volume per bambini dai tre anni in su. Libro fantasioso, allegro, divertente. Si racconta in pochi minuti, però… c’è sempre un però… può stimolare tanti giochi e commenti con i bambini. E anche qualche riflessione, che non guasta, per chi non lo è più.

Il libro, arricchito da un CD, che contiene la versione originale de “L’uovo o la gallina. Piccola canzone dei contrari” di Angelo Branduardi, fa parte di una ricca e ispirata collana dell’editore Carlo Gallucci di Roma.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Le storie del mare

Le storie del mare
di Giovanni Pistoia

“In fondo al mare, nel blu profondo/devi sapere che c’è un altro mondo./Un mondo sospeso, leggero, fatato/che sotto le onde è sempre animato:/delfini, sirene, paguri e balene,/stelline incantate e piccole Fate;/castelli sommersi, conchiglie e sentieri/coralli, meduse e tanti misteri.”

I bambini amano molto il mare. Conosco una ragazzina che anche in clima natalizio pensa all’estate che verrà. Non solo per le vacanze ma, soprattutto, perché la bella stagione è sinonimo di mare. Ai bambini piace immergersi nelle acque, sentire sulla pelle il sapore del sale, giocherellare con le onde. E sognare. “Cosa ci sarà dopo il mare?” “Cosa ci sarà nelle sue profondità? È vero che ci sono le montagne? Gli anfratti, i boschi e tantissimi misteri?”

Ci sono pesci, che, credendosi furbacchioni, stanchi di sentire la noiosa maestra Triglia, anziché entrare nella tana scolastica, se ne vanno in giro. Sono convinti di fare grandi cose e, invece, finiscono diritto diritto nella bocca del pescecane. È proprio così: anche i pesci vanno a scuola. Anche lì deve esserci, purtroppo, una buona dose di evasione scolastica se molti finiscono nei recessi dei fondi marini in balia di brutti ceffi.

Ve ne sono tanti altri, però, che, gelosi dei bambini che possono avere tanti regali da Babbo Natale, vorrebbero avere un Babbo Natale tutto loro. A volte basta volerlo, e chiedere e crederci nel modo giusto. E così, un giorno, vedere apparire, tra gli spruzzi, una bella barba bianca guidata da un albatro, a rendere felici gli sguazzanti abitatori degli oceani.

Ma si raccontano tanti altri segreti che le acque tengono nascosti. Un delfino, pensate, riesce, con mille artifici, a far nascere un albero di ciliegio in mezzo all’oceano. Nessuno crede, ovviamente, al suo progetto, però un po’ tutti lo aiutano. Alla fine, il delfino vince la scommessa: un albero di ciliegio, alto e forte, spunta in mezzo al mare tra l’incredulità e l’ammirazione di tanti. Così almeno dicono le fiabe del mare. C’è, infatti, un bizzarro personaggio, un Pirata che non sa nuotare, che va in giro a raccontare fiabe. “Per questo sta a galla a cavallo di un’onda/con il suo veliero e una voce profonda./Sospinto dal vento, baciato dal sole/il vecchio Pirata racconta per ore:/racconta le storie e le fiabe del mare/per tutti i bambini che sanno sognare…”

Il mare non racchiude solo squali, pesci chirurghi, balene, alghe verdi ma tante storie da narrare. Non ci credete? Allora leggete il bel libro di Alberto Melis dal titolo “Le fiabe del mare” (De Agostini, 2006, www.deagostini.it). Il volume, elegantissimo, illustrato con disegni colorati e meravigliosi di Sandra Bersanetti, riporta un buon numero di fiabe, che nascono e si tramandano tra gli abissi marini. I bambini che sanno leggere e scrivere lo troveranno ricco di notizie e fantasioso. Quelli che ancora non possono farlo da solo, sono certamente pronti ad ascoltare qualche premuroso adulto, che voglia raccontare le storie. E perché no, sognare insieme. Garantito, non è tempo perso.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/Il mare di Madurer

Il mare di Madurer
di Giovanni Pistoia

Ama il mare, Madurer, ragazzo di undici anni. Ama il mare azzurro, il mare verde. Il mare largo, il mare lungo. Il mare infinito che si smarrisce nell’orizzonte e s’incontra con il cielo. Il mare dei delfini e dei pesci spada e dei balzi delle balene. Il mare dalle tante barche e navi, puntini luminosi in lontananza, grandi quando s’avvicinano alla riva. Il mare che si increspa e affascina. Il mare spumoso, che s’arrotola sulla spiaggia. Il mare grande, grandissimo, immenso. Il mare vicino, che tocchi, che bagna. Il mare, lontananza. Lo sguardo di chi sta fermo, immobile, dentro la sabbia fresca, si confonde con i suoni, i colori, la profondità del mare. Si smarrisce nei sogni e nell’incanto.

Ama le vette aguzze, innevate, dei monti. Gli ampi laghi luminosi. Ama le valli e le dolci colline coperte di frutteti, Madurer. Ama i campi di grano verde e di grano maturo. Ama i campi vastissimi di spighe, che danzano al vento. Ama il vento che sfiora il viso, le mani, agita i capelli. Ama correre, sgambettare tra boschi di querceti e il verde lussureggiante delle pianure. Ama il prato, Madurer. Il prato con l’erba fitta fitta e bassa bassa, con tanti fiori piccolissimi e con le corolle appena dischiuse.

Ama il sole, Madurer. Ama sentirlo sulla pelle bianca, sulle guance fredde. Sentirne il calore dentro le vene, le braccia, il corpo. Ama l’aria, Madurer. L’aria fresca della montagna, quella tiepida della collina, quella frizzante del mare. Madurer ama la vita.

Madurer è un ragazzo turco che da cinque anni ha una malattia che nessuno riesce a curare, e che lo priva di quella libertà che tanto sogna. Gli è nocivo il sole, la polvere che trasporta l’aria. Madurer non può vivere all’aria aperta, non può essere baciato dal sole. È costretto a trascorrere i suoi giorni nelle stanze del grande palazzo paterno, un ricco signore turco, dove respira “un’aria filtrata da strati di garza umida” e dove non arriva la luce diretta del sole, ma solo quella mandata da lucernari. Nelle sue stanze non possono essere sistemate piante, fiori “perché terra e pollini o la sostanza stessa dei vegetali gli sono nocivi.”

Il papà di Madurer ha una pena profonda per questo figlio, che si aggira sempre più pallido e triste dentro quelle stanze dalle pareti bianche e fredde. Chiama, così, un pittore, Sakumat, perché possa rallegrare con i suoi colori quei muri. I pennelli del bravo pittore, il rapporto profondo che nasce tra Madurer, Sakumat e il papà del ragazzo, Ganuan, riempieno quegli ambienti di avventure, tanta umanità, sincera amicizia. Tanto amore. La magia della scrittura sobria e vellutata dello scrittore fanno sì che i disegni e i colori di Sakumat portino il mondo e la fantasia in una stanza.

“Lo stralisco” di Roberto Piumini, (1993), più volte ristampato, si può leggere nell’edizione 2006 dell’Einaudi Ragazzi (www.edizioniel.com), illustrato da Cecco Mariniello. È indicato per ragazzi da nove anni in su. Si può definire una fiaba: non è vietato agli adulti e, in particolare, ai genitori.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/Pizzicalaluna

Pizzicalaluna
di Giovanni Pistoia

“Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande persona è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)”.

Chi ha avuto tra le mani “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry, pubblicato nel 1943, ristampato più volte, edito nel 2005 da Bompiani (www.bompiani.rcslibri.it), ha riconosciuto la dedica che l’autore rivolge a un amico. Sono proprio queste prime parole che, spesso, colpiscono l’attenzione del piccolo lettore (e anche dell’adulto). Il perché è molto facile: in quella dedica c’è tutto il racconto che si svilupperà nelle pagine successive e la tenerezza dei personaggi.

Un bambino di sei anni, giunto sulla Terra da un pianeta piccolissimo, incontra un pilota che, con il suo aereo, è caduto in pieno deserto. Ne nasce una bella, sincera, genuina amicizia… e tanto altro ancora. Ma è proprio vero che il protagonista di questa avventura è un ragazzino misterioso dai capelli d’oro? Certo è che il pilota, che racconta la vicenda, è proprio l’autore. Antoine De Saint-Exupéry è caduto per davvero con il suo aereo nel deserto del Sahara, salvato miracolosamente dall’arrivo degli indigeni, quando, ormai, stava per morire di sete.

In quel frangente drammatico, forse, il pilota-autore ha fatto una scoperta tanto difficile quanto inimmaginabile: ha capito di essere stato, un giorno, bambino. E di non averlo, forse, sufficientemente ascoltato. Inizia, così, un dialogo tanto caro e maturo con il bambino che è dentro di se. E scopre che, in fondo, ogni uomo è stato bambino, però è tanto faticoso ricordarsene!

Il testo è di agevole lettura. È consigliabile, però, rileggerlo più volte, con calma: il colloquio tra il pilota-autore e il bambino venuto da un altro pianeta è dolce e profondo allo stesso tempo. Invita alla riflessione. Non a caso questo piccolo volume è diventato uno strumento per la formazione degli scolari e degli stessi docenti.

Un invito a viaggiare tra i pianeti della fantasia, a incontrare personaggi strani, vanitosi, carichi di varia umanità. Non mancano momenti di tristezza, quando, ad esempio, il bambino lascia la Terra e l’amico per sparire magicamente nel nulla. Un po’ come, curiosamente, accadrà qualche anno dopo all’autore: scomparirà in uno dei suoi voli attraversando il Mediterraneo. Senza lasciare traccia. Forse “Pizzicalaluna”, così veniva soprannominato Saint-Exupéry, perché con il suo naso in alto, guardava, incantato, la luna, è ancora alla ricerca del Piccolo Principe e viaggia, avventurosamente, tra asteroidi e tramonti rossi. Se incontrate “Pizzicalaluna” e il principino, siate gentili, avvisateci.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/Capitano, io salpo!

Capitano, io salpo!
di Giovanni Pistoia

“Capitano, io salpo con te/e ti seguo per mari e per monti./Capitano, m’imbarco con te/verso il farsi dei rossi tramonti./
Capitano, io parto ma ad un patto:/che ogni giorno sul far della sera/tu ti sieda accanto al mio letto/ non importa se in bonaccia o in bufera./Tu ti sieda e mi tenga la mano/e poi canti con la tua voce/la tua voce da Capitano/
il terribile uragano sul guscio di una noce/lo spaventoso assalto dei quindici pirati/le novecento specie di pesci/e i porti dove li hai pescati/gli occhi dolci e tondi degli octopus/gli enormi abissi scuri dei Nautilus/le sirene irraggiungibili/e le alghe commestibili/il suono d’onda che riempie le conchiglie/le isole che offrono tesori e meraviglie/i mille mari che hai viaggiato/i molti fari che hai vegliato/fino alle imprese che coprono di gloria/i marinai con troppa memoria./
Capitano, io parto ad un patto:/che ogni sera accanto al mio letto/dopo un giorno di sconfitte o vittorie/tu mi sommerga/nel mare delle storie.”

È un inno alla lettura e alla fantasia. Pronti a partire per tutti i viaggi, e soprattutto per il viaggio più affascinante che, come ogni buon lettore sa, può dare un buon libro. Pronti a ogni imprevisto, purché l’avventura della vita non venga privata dalle sane storie ben raccontate.

La spumeggiante poesia di Chiara Carminati si può leggere nel volume “Il mare in una rima”, edito, nel 2000, da Mondadori (www.mondadori.it). Non è un caso che il testo si trovi anche nel piccolo manuale di Rita Valentino Merletti “Libri e lettura da 0 a 6 anni” (Mondadori, 2001), a simboleggiare il viaggio del neonato verso la vita e i suoi misteri attraverso la lettura. Si, perché i bambini leggono ancora prima di imparare a… leggere. Non sembri un paradosso: i piccolissimi ascoltano e restano estasiati dalla musica, imparano a conoscere le voci, a “leggere” i ritmi di una ninna nanna, distinguono il sorriso dal pianto. Già verso i sei mesi, come ben sanno le operatrici degli asili nido, è possibile sfogliare piccoli libri (i cartonati), divertirsi con le filastrocche, con le storie in rima, le poesiole. È importante, però, sapere quali storie, come rapportarsi al bambino, come gestire questo essenziale momento di comunicazione e di creatività.

Del resto, come confermano alcuni dati dell’Associazione Italiana Editori, esiste un mercato dei libri per la primissima infanzia. Anzi, sono proprio i “cuccioli” che incrementano le vendite di libri degli italiani e che registrano una crescita del mercato.

In considerazione di ciò, e dell’importanza che può avere un buon approccio del bambino con il mondo della lettura, Rita Valentino Merletti redige una guida pratica, utilissima per gli operatori scolastici sulla scelta dei testi e sulla metodologia didattica da adottare. L’invito dell’autrice è semplice: non improvvisare. Nel grande “mare delle storie” bisogna saper pescare il prodotto buono, adeguato all’età e alle condizioni del bambino. Fattore decisivo è la capacità dell’adulto di saper trasformare le parole in emozioni e curiosità. Capitano, io salpo!

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/Cara Kitty...

Cara Kitty…
di Giovanni Pistoia

“Cara Kitty, splende il sole, il cielo è azzurro intenso, soffia un venticello meraviglioso e vorrei tanto… vorrei… tutto… Parlare, essere libera, avere amici, essere sola. Vorrei tanto… piangere! Mi sembra di scoppiare e so che se piangessi starei meglio; ma non posso farlo. Sono inquieta, passo da una stanza all’altra, respiro l’aria della fessura di una finestra chiusa, mi sento battere il cuore, come se dicesse: - Esaudisci finalmente il mio desiderio.
Penso che sia la primavera, avverto il risveglio, lo sento nel corpo e nell’anima. Devo sforzarmi di agire in modo normale, sono totalmente confusa, non so cosa leggere, cosa scrivere, cosa fare, so soltanto che vorrei…”.

Carissima Kitty, da ieri il tempo è bellissimo e mi sento molto allegra. La scrittura, che è la più bella occupazione che ho, procede bene. (…) Ci siamo messi a guardare insieme il cielo azzurro, l’ippocastano spoglio sui cui rami brillavano minuscole goccioline, i gabbiani e gli altri uccelli che, volando veloci, sembravano d’argento. (…) vedevo un bel pezzo di Amsterdam, sopra i tetti fino all’orizzonte talmente pallido che non riuscivo quasi a distinguerlo. Finché esiste questo, ho pensato, e io posso vederlo, questo sole e questo cielo senza una nuvola, non posso sentirmi triste”.

“Cara Kitty, (…) Più volte mi sono posta una di quelle domande che non mi danno pace, e cioè perché un tempo, e spesso anche adesso, la donna nei popoli occupa un posto molto meno importante rispetto all’uomo. Chiunque può dire che è ingiusto, ma a me non basta, vorrei tanto conoscere il motivo di questa grande ingiustizia!”.

Anne Frank è una delle tante ragazze morte durante la seconda guerra mondiale. Di origine ebrea, Anne cerca, con la sua famiglia e alcuni amici, di sfuggire ai rastrellamenti, nascondendosi in un “alloggio segreto”. Inutilmente. Scoperta è arrestata con gli altri. Tutti deportati. Anne, appena quindicenne, morirà nel marzo 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Il giorno prima aveva visto morire la sorella Margot. Il campo fu liberato il 12 aprile del 1945 dagli inglesi.

Kitty è il nome che Anne dà al suo diario al quale confida sentimenti, angosce, ansie, l’ottimismo che la pervade, l’amore per la vita.

Nel 2005 Einaudi (www.einaudi.it) ha pubblicato il “Diario” nella sua integrità originale: Anne vi appare in tutta la sua forza e fragilità di ragazzina, costretta a non poter volare pur non avendo commesso alcun reato. Ritornare su questo testo è come scoprire ogni volta qualcosa di nuovo. Non solo la tragedia della guerra, l’insensatezza dell’odio razziale, il grande cuore che batte nell’uomo e la ferocia che può ospitare, ma anche i turbamenti e le riflessioni mature di una bambina. Chi, invece, non ha avuto l’opportunità ancora di avere tra le mani queste pagine, non sa a quali ricchezze sta rinunciando. Non è mai troppo tardi per farlo.

“Cara Kitty, (…) Fuori è tremendo… Le famiglie sono divise, uomini, donne e bambini vengono separati…”. Cara Kitty, (…) L’amore, che cos’è l’amore? Penso che l’amore sia…”.

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/In un paese

In un paese
di Giovanni Pistoia

C’è una incapacità politica. C’è qualcosa che ostacola il progresso civile, economico e culturale di quel paese. C’è un disagio profondo, in quel paese. Perché? Quali sono i motivi che ne bloccano lo sviluppo? Ma, soprattutto, perché gli abitanti, pur consapevoli di quelle tristi condizioni, non fanno seguire una reazione, costruttiva, per superare lo stato di appiattimento e di negatività? Insomma, c’è arretratezza e, contemporaneamente, torpore. C’è grigiore, e non s’intravede un raggio di sole. Perché può accadere tutto ciò?

Un’ipotesi potrebbe essere questa: non esiste un vero e proprio interesse per il bene della comunità nella quale si vive. Non esiste la capacità di agire collettivamente per realizzare una società sviluppata e civile. L’abitante di quel paese pensa solo a trarre profitti per se stesso e per la sua famiglia. Ognuno fa così perché tutti si comportano in questo modo.

In una società così combinata nessuno cercherà l’interesse della comunità. Però. Però se interessarsi delle cose pubbliche può portare un vantaggio a se stesso o alla propria famiglia, allora è anche possibile occuparsene. Se qualcuno desidera, invece, impegnarsi seriamente e disinteressatamente della pubblica amministrazione è da considerare “anormale e perfino sconveniente”. Così come non è conveniente per il cittadino di quel paese vigilare sui funzionari pubblici. “Ci pensi chi ha questo compito”, potrebbe essere il suo ragionamento. E, in fondo, chi ricopre cariche pubbliche, non sentendosi “servitore” della comunità, cerca solo di mantenersi il posto, traendone più vantaggi possibili.

In una società così combinata “si agirà in violazione della legge ogni qual volta non vi sia ragione di temere una punizione”. Non solo: chi riveste “una carica pubblica, accetterà buste e favori”. E se dovesse comportarsi onestamente, in quel contesto individualista e truffaldino, nessuno lo crederebbe. Infatti, in una simile società, se qualcuno effettivamente operi per il pubblico interesse, non troverà molti consensi: si penserà che dietro c’è sempre un inganno, un imbroglio.
La somma degli egoismi non fa una comunità. Il senso civico è scarso. L’amore per il proprio paese, nei fatti, inesistente. Organizzarsi per l’esclusivo bene di tutti è difficile. E i raggi del sole fanno fatica e penetrare il grigiore, in quel paese…

Queste alcune delle tesi elaborate, nel 1958, dallo studioso americano Edward C. Banfield nel condurre un’inchiesta in un paese della Lucania, Chiaromonte (Montenegro nella ricerca), preso a simbolo di una qualsiasi realtà del meridione italiano. È possibile rileggere quel saggio “Le basi morali di una società arretrata”, nella riedizione (2006) de il Mulino (www.mulino.it).

Nonostante le riserve scientifiche sulla ricerca non poche delle tesi esposte risultano attuali e motivo di riflessioni. L’efficacia di quelle analisi, nonostante il tempo trascorso, sta, forse, nel costringerci a guardare attorno a noi e a riproporre l’interrogativo di Banfield: “Quale è la ragione dell’incapacità politica del paese?”

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/I miei 19 anni

I miei 19 anni
di Giovanni Pistoia

“…dalla finestra della cucina restai a lungo a guardare quel suono bellissimo che si diffondeva dalla sua stanza al primo piano, scorrere tra gli alberi del giardino prima di affievolirsi e svanire nel cielo color cenere. Fu vivendo così che scoprii per la prima volta che vi sono momenti in cui i suoni si possono anche vedere. Anche se c’era in quella visione una nostalgia ancora più antica. Quella splendida melodia risvegliava in me il ricordo di un tempo molto lontano in cui io guardavo la musica proprio come adesso, e la dolce sensazione di allora. Chiusi gli occhi, mi concentrai nell’ascolto e immaginai di trovarmi nelle verdi profondità del mare. Tutto il mondo sembrava risplendere di quel verde luminoso. La corrente fluiva lenta e trasparente, e lì in fondo tutte le pene non facevano più male dei banchi di pesce che mi sfioravano la pelle nuotando. Ebbi un triste presagio, come se il buio fosse sceso di colpo mentre ero lì da sola, e trascinata lontana dalla marea, avessi corso il rischio di perdermi.
Cominciava così, alle soglie dell’estate, il romanzo dei miei diciannove anni.”

È una delle immagini surreali che arricchiscono il romanzo della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, “Presagio Triste”, del 1988, e ristampato, nel 2006, da Feltrinelli (www.feltrinelli.it).
La protagonista è Yayoi. Amata dai suoi genitori adottivi, vive in una tranquilla casa adagiata in un giardino, dove i fiori sono ben curati. Ha un rapporto stupendo con il fratello acquisito, è affascinata dalle stranezze di una zia, insegnante di musica. Spesso è nella sua misteriosa casa, dove il tempo sembra essersi fermato, che cerca rifugio per stare con se stessa, mentre le mani della zia scivolano, deliziosamente, sul piano. Giovanissima e dinamica non può che guardare al futuro con gli occhi freschi della primavera dei suoi diciannove anni. Eppure la sua vita è solo apparentemente serena. Che cosa può turbare i sogni della ragazza?

Yayoi, un giorno, si rende conto che è priva di qualcosa di importante. Non può vivere, con dolcezza e spensieratezza, i suoi anni giovanili, perché non ricorda nulla dell’infanzia. Nello scrigno della sua memoria non ne trova traccia: giorni, volti, luoghi di una infanzia che, inspiegabilmente, manca e che, implacabilmente, esige di essere svelata.

I rapporti con la zia sono pieni di silenzi, e di complicità. È la zia che, a volte, racconta il passato, e la nipote la invidia, perché sa “serbare i suoi ricordi.” Yayoi è insicura, incerta, insoddisfatta. È convinta che è proprio “l’assenza” dell’infanzia a procurarle l’angoscia, che alimenta le sue tensioni, a privarla di un giusto equilibrio. Inizia, così, il viaggio, faticoso e necessario, alla ricerca di quella bambina che un giorno lei fu. Per riappropriarsene.

L’infanzia ti accompagna ovunque. A volte ti pesa, e vorresti liberartene. Se vai a cercarla, però, e non la trovi, è come sentirsi solo, smarrito, in una foresta buia. Hai bisogno di sapere che è con te. “Non c’è nessuno che riesca a fuggire del tutto dall’incantesimo dell’infanzia.”

(22 ottobre 2007)


passeggiando tra i libri/La giovane maestra

La giovane maestra
di Giovanni Pistoia

“La giovane maestra giunse alla grande scuola che si ergeva in un quartiere di periferia della città. Era un edificio scuro, imponente, circondato da alberi giganteschi. Bianca, così si chiamava, guardò l’edificio. Era la prima volta che entrava in una scuola come insegnante.”

La maestra, timida e preoccupata, non pensava che si sarebbe sentita così ansiosa per quel suo primo giorno di scuola: eppure, entrava nell’edificio come insegnante, non come una scolaretta disorientata! “È una quinta elementare”, aveva detto il direttore, aggiungendo: “I ragazzi sono un po’… vivaci da queste parti, ma lei riuscirà a dominarli, vedrà!”

L’avvertimento del direttore aveva avuto l’effetto di aumentare i battiti cardiaci della maestra. “A dominarli? Ma lei non avrebbe voluto dominarli. Avrebbe voluto educarli, insegnare loro… tutto quello che dovevano imparare. (…) Se quei bambini erano davvero vivaci, se non l’avessero accettata, come avrebbe fatto? Per lei, vissuta in un quartiere bene della città, sarebbe stato difficile essere autoritaria. Del resto in tutti i libri che aveva studiato c’era scritto che con i bambini non bisogna essere autoritari.” L’ingresso in aula con gli alunni urlanti fu angosciante…

È l’inizio del racconto, che si può leggere nel volumetto di Ermanno Detti “Il frustello e altri racconti”, edito da Valore Scuola nel gennaio del 2006 (www.valorescuola.it). Il libro contiene sei storie brevi, che si leggono con una facilità sorprendente. Lettura leggera, contenuti apparentemente frivoli, eppure efficaci. Indicativo il primo racconto “Il frustello”: qualcosa di misterioso che, poi, alla fine, misterioso non è.

Simpatica, ironica e paradossale è la storia di un furto del tutto particolare, quello di una gazza ladra. “Tutto cominciò quando a nonno Erio rubarono una delle due gazze ladre. Il fatto sorprese e sconcertò tutta la famiglia. La questione era: com’era possibile che una gazza ladra si fosse lasciata rubare? E chi aveva avuto il coraggio di rubare una gazza ladra proprio a nonno Erio che notoriamente era un ladro?” Ancora più sorprendente il comportamento del nonno ladro, che denuncia il furto della sua gazza ladra al più vicino commissariato di polizia per chiedere giustizia.

Lo stile è quello usuale, in particolare, quando Detti s’impegna in testi per ragazzi, come questo: brioso, accattivante, leggermente ironico. Detti sa che la scrittura per ragazzi è irta di difficoltà: se non stuzzica l’appetito, il potenziale lettore scappa via. Ne sanno qualcosa non solo gli scrittori per l’infanzia, ma gli insegnanti, che devono essere sempre ben “attrezzati” per stimolare il piacere della lettura negli scolari. È appena il caso di ricordare che proprio Ermanno Detti è l’autore del volume “Il piacere di leggere”, La Nuova Italia, 1987 e 2002, (www.lanuovaitalia.it), considerato un classico nel settore.
Un testo essenziale per chi si è assunto l’oneroso e delicato compito di avvicinare, in maniera serena, i giovanissimi, al mondo, in ogni caso, affascinante, della lettura di un buon libro.
(22 ottobre 2007)

passeggiando tra i libri/Come foglie secche

Come foglie secche
di Giovanni Pistoia

“I mesi che seguirono furono i più felici di tutta la mia vita. Con l’arrivo della primavera, la campagna si riempì di fiori, di fiori di ciliegio e di melo, di pero e di pesco, mentre i pioppi si tingevano d’argento e sui salici spuntavano le foglie giallo limone. I colli azzurrini di Svezia, così dolci e sereni, erano coperti di vigneti e di orti, e incoronati dai castelli...”

Il giovane Hans, timido e solitario, incontra, finalmente, nel suo liceo, l’amico del cuore. È Konradin, figlio di una famiglia aristocratica, dai modi educati, ma dall’aspetto severo. Hans è figlio di un medico di origine ebrea, che vive a Stoccarda. I due sedicenni sono impegnati a porsi quesiti di natura esistenziale, a guardare estasiati i panorami stupendi. Hanno fiducia nel presente e sognano un futuro di speranze. Si incontrano sui banchi di scuola, lungo la strada, sulle banchine e nelle loro abitazioni.

“Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.” Così Hans ricorda l’incontro con Konradin, a testimonianza di un rapporto che segna non solo gli anni della gioventù, ma una vita.

In maniera subdola, però, il vento dell’odio razzista comincia a penetrare ovunque, anche nel liceo di Hans e Konradin. Un irritante sospetto s’insinua anche nell’intensa e sincera amicizia tra i due. Perché Hans non riesce ad incontrare i genitori di Konradin? La risposta arriva una sera di festa. Konradin con i genitori incontra lo sguardo di Hans, che viene ignorato. Stupito da questo atteggiamento, il mattino successivo Hans chiede spiegazioni all’amico, che, impacciato e dispiaciuto, risponde in maniera vaga. Ma Hans insiste. “Vuoi la verità, dice Konradin, e l’avrai… non ho osato presentarti. Ma la ragione non è quella che pensi, non mi vergogno di te. Essa è molto più semplice e più sgradevole. Mia madre appartiene a un’importante famiglia polacca di origine reale e odia gli ebrei... Vedi, Hans, mia madre non accetterà mai l’idea di conoscerti. Senza contare che è gelosa di te perché tu, un ebreo, hai saputo conquistare l’affetto di suo figlio. (…) Se vuoi tutta la verità, ti dirò anche che ho dovuto lottare per ogni ora passata con te, ma c’è di peggio. Se ho preferito non rivolgerti la parola, ieri sera, è stato solo per evitarti un’umiliazione. No, caro amico, non hai diritto di rimproverarmi, nessun diritto, te lo garantisco.”
Gli eventi precipitano. Hans è costretto a fuggire in America. Konradin subisce il fascino di Hitler. Da quel momento la vita di Hans è senza senso, nell’attesa dell’ultimo soffio di vento. Eppure i due amici si ritroveranno. Drammaticamente… su un foglio di carta.

“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman (1971), edito più volte, è ristampato nel luglio 2006 da Feltrinelli (www.feltrinelli.it). Romanzo breve, struggente, su giorni che non bisogna dimenticare.
(22 ottobre 2007)